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Silvia Salis ci ricasca, a Cartabianca è ancora mafia antifascista

by Michele Iozzino
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Roma, 4 mar – Se perseverare è diabolico, diabolica lo è sicuramente Silvia Salis. Ospite a È sempre Cartabianca da Bianca Berlinguer, il sindaco di Genova ha rilanciato i suoi strali contro la sede di CasaPound nel capoluogo ligure, chiedendone la chiusura per improbabili motivi di sicurezza e in nome, neanche a dirlo, del solito antifascismo.

La nuova pantomima di Silvia Salis contro la sede di CasaPound a Genova

Per la Salis, “Il sito della sede è estremamente provocatorio”. Ma, con ogni probabilità, sarebbe stata più intellettualmente onesta a dire che, per lei, ad essere estremante provocatoria è l’esistenza stessa della sede. La contestata vicinanza a Piazza Alimonda, dove morì Carlo Giuliani nel G8 del 2001, è in tutta evidenza solamente un pretesto. Continua la Salis, “La città ha diritto alla sua sicurezza, ha diritto a vivere le sue giornata in tranquillità, e quel quartiere ha una pressione incredibile per questa situazione. Quindi da sindaca [sic!] di Genova devo tutelare prima di tutto la tranquillità della mia città”. Uno strampalato esercizio retorico con cui vorrebbe sottrarre il tema sicurezza al centrodestra, facendo così l’occhiolino all’elettorato moderato, e nascondere come le cose siano esattamente al contraria, con la sinistra antifascista a minare quella tranquillità. A sbugiardare la Salis, infatti, ci hanno pensato gli stessi abitanti del quartiere, presentando un esposto proprio contro Genova Antifascista. È il solito sistema mafioso dell’antifascismo: crea un clima di tensioni, violenze e minacce contro la controparte, poi incolpa quest’ultima di quel clima per giustificare altre tensioni, violenze e minacce.

Quando è l’antifascismo a uccidere

Non contenta, la Salis passa al versante, per così dire, ideologico: “Poi in secondo piano, ma non in secondo piano in ordine di importanza, essendo un’amministrazione progressista, è chiaro che io posso esprimere il mio parere su quello che è un movimento che si richiama chiaramente a simboli, a temi e rapporti con partiti in tutta Europa che hanno un’ideologia neonazista”. Qui dimostra di ignorare del tutto il proprio ruolo di sindaco (se non lo stesso Stato di diritto) visto che tra i compiti di un primo cittadino non c’è sicuramente la censura verso altri movimenti politici. Esprimere la propria contrarietà è cosa ben diversa dal chiedere la chiusura di una sede in nome di quella contrarietà. Ed è questo che fa la Salis. Parlando di “ideologia neonazista”, poi, la Salis sembra voler riprendere la lezione di Zerocalcare, per il quale dare del fascista a qualcuno ormai è troppo poco, bisogna proprio dargli del nazista. Paradossalmente questa arbitrarietà dimostra come, in fondo, queste siano, per la sinistra, solamente etichette, modi di identificare il nemico, cioè chiunque stia fuori dal mondo progressista. Sappiamo anche come va a finire questa demonizzazione dell’avversario, questa pretesa che l’antifascismo sia un lasciapassare per qualsiasi crimine. Sfortunatamente più di tutti lo sa Quentin Deranque, ucciso proprio in nome dell’antifascismo.

Se per parlare di CasaPound non si invita mai CasaPound

A margine di tutto questo, salta all’occhio come per parlare di CasaPound non si invita mai CasaPound. È dire che proprio Cartabianca negli ultimi tempi si è lanciata in una campagna su o, sarebbe il caso dire, contro CasaPound, con una serie di servizi dagli effetti però francamente tragicomici, con il proprio inviato così spudoratamente impegnato a mettere in cattiva luce CasaPound da risultare del tutto inadeguato, a tratti ridicolo. Viene da chiedersi che senso possa avere un giornalismo che rinuncia del tutto al confronto, all’informazione, ma diventa mero racconto, caricaturale e stereotipato.

Michele Iozzino

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