
Il primo dettaglio dell’accordo: nessuna chiusura di alcuno dei quattro stabilimenti italiani dislocati fra Porcia, Susegana, Forlì e Solari. Una buona notizia soprattutto per il primo, che si riteneva essere quello più a rischio. Allo stesso tempo, l’azienda si impegna a portare avanti almeno 150 milioni di investimenti nei vari siti. In secondo luogo, dietrofront sugli esuberi: nessun licenziamento grazie al ricorso a forme di contratti di solidarietà, cassa integrazione ed esodi incentivati o finalizzati alla pensione. In merito alla riduzione del costo del lavoro -uno dei punti considerati centrali nella questione- a fronte del mantenimento del salario (sul quale in origine Electrolux aveva giocato al ribasso, sostenendo che gli stipendi dovessero essere sostanzialmente dimezzati per raggiungere i livelli della Polonia) si interviene rimodulando pause di lavoro e tagliando del 60% i permessi sindacali retribuiti. Il governo ha, da parte sua, rifinanziato la decontribuzione per i contratti di solidarietà che verranno appunto applicati. Si tratta di forme contrattuali che permettono di ridurre l’orario complessivo di lavoro evitando così i licenziamenti.
Electrolux è salva. Per il momento. L’accordo è sì valido e ben strutturato, ma difficilmente potrà durare oltre il piano industriale che “copre” fino al 2017. Poi, si vedrà. Se entro quella data non saranno fatti passi avanti, si dovrà tornare attorno ad un tavolo. Ed è lecito supporre che non basteranno meno di tre anni a risolvere problemi strutturali che vanno dal costo del lavoro alla caduta verticale della domanda interna. Nel mentre, di converso, difficilmente gli stipendi polacchi potranno raggiungere i nostri standard, costringendo di fatto ad un nuovo adeguamento. Come già successo con Fiat a Pomigliano. E’ l’abbattimento delle frontiere commerciali, bellezza.
Filippo Burla