Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 7 nov – Cominciamo a dire che cent’anni fa a Pietrogrado non ci fu nessuna rivoluzione. Vi fu un colpo di stato dei bolscevichi, condotto da poche guardie rosse, che portò alla caduta del governo Kerenskij, quello sì nato dalla vera rivoluzione, quella detta di febbraio, che aveva abbattuto l’autocrazia zarista sostituendola con un regime parlamentare. La rivoluzione bolscevica è un’invenzione della propaganda rossa, che si continua a ripetere, ma non è la verità.

Vediamo i fatti.

Siamo nel marzo 1917. Sta per finire il terzo inverno della Prima Guerra Mondiale. In soli cinque giorni – dall’8 al 12 marzo – una spontanea e inattesa rivolta popolare abbatte la dinastia dei Romanov, che governano la Russia da tre secoli. Le vittime ammontano a 1455, tra morti e feriti. I rivoltosi vogliono instaurare un regime democratico e repubblicano. Le ragioni che muovono il popolo russo, o meglio, la parte più avanzata di esso, ad insorgere contro il regime zarista sono sia ataviche che contingenti: alle secolari miserie la guerra ha aggiunto fame e carestia e ormai l’inflazione ha annullato il potere d’acquisto dei salari.

La situazione russa, in continuo fermento, negli ultimi anni diviene insostenibile: la guerra ha prodotto in due anni e mezzo una crisi economica senza precedenti e fatto perdere circa 6 milioni di uomini. In febbraio così si scatenò la prima sollevazione popolare sostenuta dai partiti rivoluzionari socialisti, menscevichi, bolscevichi e dal comitato liberale della Duma (il Parlamento) e il due marzo lo zar Nicola II venne deposto. La rivolta, ideologicamente vicina a quella avvenuta nel 1905, inizia nella capitale Pietrogrado, per poi dilagare anche in altre città come Mosca. I rivoluzionari ed il Parlamento russo trovano un accordo che punta alla democratizzazione del paese con la costituzione di un nuovo governo presieduto dal principe L’vov. Questa insurrezione verrà denominata la Rivoluzione di febbraio, perché si svolse tra il 23 e il 27 febbraio, secondo il calendario russo del tempo, in ritardo su quello gregoriano di tredici giorni, così come la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre è avvenuta in realtà a novembre. Un colpo di stato, non una rivoluzione, perché la monarchia non c’era più da mesi. Ma c’era una realtà più grande: la Prima Guerra Mondiale; e questa fu la vera causa del putsch leninista.

Ma il nuovo governo non aveva nessuna intenzione di uscire dalla guerra, e lo Stato Maggiore germanico decise di ricorrere ad un’arma da affiancare al suo esercito ed a quelli degli alleati austriaci, bulgari e turchi: la sovversione interna. Da qui in poi, entrarono in scena i bolscevichi (il bolscevismo altro non era una corrente del partito operaio socialdemocratico russo fondato nel 1898) e Lenin, capo del partito che si trovava da alcuni anni in Svizzera, fu fatto tornare in Russia con l’appoggio della Germania Imperiale. I contatti della Germania con Lenin risalivano già al 1915. È stato pubblicato il dispaccio segretissimo (his diebus) del ministro tedesco a Berna barone Romberg, diretto al Cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg (di norma i diplomatici scrivevano solo al Segretario di Stato agli Esteri Jagow o financo al suo vice, il Sottosegretario Zimmermann), del 30 settembre 1915. Romberg riferisce che l’estone Kesküla è riuscito a trovare le condizioni con cui i rivoluzionari russi farebbero la pace con la Germania, qualora salissero al potere; secondo informazioni avute dal ben noto rivoluzionario Lenin (così lo chiama) queste sarebbero:

 

Repubblica

Confisca delle grandi proprietà terriere

Giornata di 8 ore

Piena autonomia per tutte le nazionalità

Offerta di pace senza alcuna considerazione per la Francia, ma a condizione che la Germania rinunci a tutte le annessioni e alle riparazioni

I russi abbandonerebbero la Turchia immediatamente, dunque in altre parole rinuncia a Costantinopoli e ai Dardanelli

I russi muoverebbero in India.

Orbene, tranne l’ultima che è francamente strampalata (ed è difficile credere che Lenin abbia mai detto una tale corbelleria che pure rientra nella tradizione della guerra fredda sviluppatasi tra Russia ed Impero britannico per tutto il XIX secolo, quella che viene detta the Great Game, il Grande Gioco), queste condizioni corrispondono più o meno a quanto i russi (bolscevichi) provarono a chiedere alla conferenza di Brest-Litovsk (dicembre 1917) e l’interpretazione di Kesküla del punto 5 sarà, con piccole varianti, proprio quanto sarà stabilito a Brest il 3 marzo, giorno della firma della pace. Le condizioni di politica interna sono molto moderate: è possibile che Lenin non abbia detto tutto, che Romberg non abbia capito, che lo stesso Lenin all’epoca non fosse così radicale come diverrà dopo e in più sono cose che alla Germania non potevano interessare granché, essendo di pertinenza interna russa. Kesküla dice pure che Lenin stesso sarebbe stato piuttosto scettico sulla prospettiva di una rivoluzione e sarebbe stato molto apprensivo per la propaganda dei social-patrioti (Aksel’rod, Aleksinskij, Deutsch, Dnevejnskij, Mark Kačel’, Ol’gin, Plekhanov che è il più famoso di tutti), donde il suggerimento di Kesküla alla Germania di aiutare immediatamente Lenin. Questo già 18 mesi prima della partenza di questi per Pietrogrado. Lenin e i suoi compagni salirono su un treno blindato offerto dalla Germania, arrivarono in Svezia, e di lì a Pietrogrado, dove l’opera del “padre” della rivoluzione bolscevica iniziò con uno storico discorso dall’alto di un carro armato. Anche le intenzioni tedesche per quell’aiuto a un rivoluzionario comunista sono sempre state chiare: con Lenin in patria, c’era una forte possibilità che la Russia fosse travolta dal caos, e abbandonasse la guerra contro la Germania.

Ma in questa sorta di “patto col diavolo” tra Vladimir Ilic e il Kaiser erano rimaste per oltre settanta anni una quantità di domande irrisolte. Fino a che punto la Germania aiutò Lenin? Ci fu solo il passaggio gentilmente offerto sul treno, o anche altro? La risposta è giunta nell’ultimo decennio del secolo scorso solo grazie alle rivelazioni uscite dagli archivi del Comitato Centrale del Pcus durante la presidenza di Boris Eltsin (archivi poi richiusi dopo il ritorno al potere del F.S.B., ex K.G.B. con Putin e Medieved). Eccone uno, a mo’ di esempio. Si tratta di un documento datato 16 novembre 1917, su un foglio intestato del Commissario del popolo degli Affari esteri, con la dicitura massima segretezza. Nel testo, indirizzato al Presidente del Consiglio dei Commissari del popolo, cioè a Lenin, si legge: 

Secondo la risoluzione presa alla riunione dei commissari del popolo compagni Lenin, Trotskij, Podvojskij, Dybenko, Volodarskij, abbiamo eseguito quanto segue: 1) nell’archivio del ministero della Giustizia dall’incartamento sul “tradimento” dei compagni Lenin, Zinoviev, Kamenev, Kollontaj, ecc. abbiamo tolto l’ordine della banca imperiale germanica n. 7433 del 2 marzo 1917 con l’autorizzazione di un pagamento ai compagni Lenin, Zinoviev, Kamenev, Trotskij, Sumenson, Kozlovskij, ecc. per la propaganda di pace in Russia. 2) Sono stati controllati tutti i registri della Nya Banken di Stoccolma contenenti i conti dei compagni Lenin, Trotskij, Zinoviev, ecc., aperti dietro l’ordine della banca imperiale germanica n. 2754.

Seguono le firme dei due funzionari del Commissariato degli Affari esteri, Polivanov e Zalkind, che avevano eseguito la disposizione superiore di far scomparire dagli archivi del vecchio ministero di Giustizia russo i documenti sull’oro di Berlino, cioè sul finanziamento che lo Stato maggiore tedesco aveva fatto ai rivoluzionari bolscevichi (non a loro soltanto, ma anche ad altre forze capaci di operare come una quinta colonna nelle retrovie dell’impero zarista, come i nazionalisti ucraini, ad esempio) allo scopo di disgregare il fronte nemico con la propaganda e l’attività pacifista e disfattista.

Se questo documento getta nuova luce su un episodio già noto e spiega la difficoltà di reperire documenti attestanti l’implicazione diretta di Lenin nei finanziamenti tedeschi, cosa che Lenin negò e che in realtà lasciò fare ai suoi dipendenti, senza volersi sporcare personalmente le mani, un recente libro uscito a San Pietroburgo a cura di Viktor Kuznetsov col titolo Il mistero del rivolgimento d’ottobre. Lenin e la congiura tedesco-bolscevica, raccoglie al proposito documenti per lo più già apparsi in Occidente, ma per la prima volta proposti al lettore russo. Il «peccato originale» del colpo di Stato leninista dell’ottobre 1917, cioè la complicità tra l’azione rivoluzionaria e l’imperialismo tedesco, allora in guerra con la Russia alleata alle democrazie occidentali, viene riproposto in tutta la sua gravità e complessità, al di là dell’episodio del ritorno in Russia di Lenin, con altri fuoriusciti rivoluzionari, dalla Svizzera, dopo la rivoluzione democratica di febbraio, sul famoso vagone piombato, messo a disposizione dalle autorità tedesche. Su questo aspetto oscuro della rivoluzione comunista la letteratura storica è assai ampia; e intricato appare il sistema di finanziamento di Lenin e dei bolscevichi da parte dello Stato maggiore tedesco per il tramite di una figura singolare, tra l’avventuriero e il rivoluzionario, come Izrail Helphand, detto Parvus, creatore della teoria della rivoluzione permanente.

L’ imperatore Guglielmo II non fornì solo un mezzo di trasporto ai cospiratori bolscevichi, ma regalò loro decine di milioni di marchi. La scoperta, pubblicata dal settimanale Stern, si avvale dei numeri di conto corrente bancario, delle date e dell’entità dei versamenti, per dimostrare che il colpo di stato bolscevico del 1917 fu finanziata dal Kaiser e dai tedeschi. Un’accusa spesso avanzata dai nemici di Lenin, ma sempre smentita dall’Urss e dalla Germania. Il 18 giugno del ’17, per esempio, un magnate dell’industria della Ruhr (ma in realtà a mandare i soldi era l’Abwehr) spedì 350 mila marchi su un conto a nome di Lenin in Svezia. L’8 gennaio del 1918 un versamento della Reichsbank arrivò a Leon Trotskij. E il 3 marzo dello stesso anno la Germania ottenne il risultato di questa sua politica segreta: la Russia bolscevica firmò a Brest-Litovsk una pace separata con l’impero tedesco. Senza i cui soldi ed aiuti, forse la Storia sarebbe andata un po’ diversamente. Per mettere a tacere la coscienza, Lenin insistette per pagare almeno di tasca propria il biglietto del treno da Zurigo alla Svezia. Che, in realtà, non era proprio piombato, come si volle far credere, per evitare contatti tra i bolscevichi e i tedeschi durante il tragitto in Germania. Era solo chiuso a chiave. Tanto che, durante una sosta a Francoforte, uno dei bolscevichi scese in stazione a comprare birra per tutti…

Insomma, i dibattiti a sinistra sulla validità o meno della teoria marxista secondo la quale per fare la rivoluzione ci voleva un certo grado di sviluppo della coscienza delle classi proletarie e determinati livelli di sviluppo economico, non presenti in Russia nel 1917, fanno parte dell’infinita serie delle fanfaluche marxistoidi: primo, perché non vi fu mai nessuna rivoluzione proletaria in Russia, ma un colpo di stato finanziato dai tedeschi, secondo perché la rivoluzione, quella vera, non l’avevano fatta i proletari ma l’esercito e i socialdemocratici. I membri del Soviet (Consiglio) degli operai e dei soldati erano favorevoli alla collaborazione con il governo provvisorio borghese di Kerenskij, e i bolscevichi di Pietrogrado, tra cui vi era anche Josif Stalin, avevano appoggiato la loro decisione. Lenin, invece, ripudiò immediatamente quella linea politica e nelle sue Tesi di aprile sostenne che solo il Soviet poteva rispondere alle speranze e ai bisogni dei lavoratori e dei contadini russi. Sotto l’imperativo tutto il potere ai soviet, il partito accettò il programma di Lenin, considerando la Rivoluzione di febbraio come la fase borghese di transizione verso la rivoluzione proletaria.

Kerenskij riuscì a reprimere un primo tentativo di colpo di stato a luglio- finanziato dai 350 mila marchi oro giunti dalla Germania il 18 giugno- e Lenin, accusato di ricevere denaro dai tedeschi per finanziare un colpo di stato bolscevico in Russia, si nascose in Finlandia per sfuggire all’ordine di arresto del governo provvisorio. Lì formulò le sue teorie su un governo socialista, che raccolse nel famoso opuscolo Stato e rivoluzione, il suo più significativo contributo alla filosofia politica marxista. Nel frattempo incitava il Comitato centrale del partito all’insurrezione armata nella capitale, finalizzata alla presa del potere da parte dei soviet. Il colpo di stato fallito avvicinò Kerenskij sul viale del tramonto, poiché, tra luglio ed agosto, i bolscevichi riuscirono ad acquisire la maggioranza nei due soviet; il 9 ottobre 1917, Lenin, tornato a Pietrogrado, decise di prendere il potere creando, insieme a Leon Trotskij il comitato militare rivoluzionario. Il 24 ottobre (6 novembre per il calendario gregoriano), i bolscevichi cominciarono ad occupare la capitale: si verificarono indubbiamente degli scontri, ma i comportamenti degli insorti non si rivelarono molto violenti. Il 25 ottobre Kerenskij fuggì dalla città e il potere passò nelle mani di Lenin. Nel gennaio del 1918, il governo russo passò a Mosca, che diventò la nuova capitale.

Tra i primi provvedimenti del governo vi furono la nazionalizzazione delle banche, la creazione della CEKA (polizia segreta) e l’istituzione del tribunale rivoluzionario; i soviet vennero soppressi e gli anarchici eliminati; tutte le pubblicazioni non bolsceviche vennero soppresse. Fu così, dunque, che nacque il regime comunista, il quale farà da padre e da padrone in Russia e in mezza Europa per circa 70 anni. Dopo la proclamazione della repubblica sovietica, Lenin venne eletto presidente del Consiglio dei commissari del popolo, la massima carica governativa, operando attivamente per consolidare il potere del nuovo stato sovietico e per difendere la rivoluzione dagli attacchi dei nemici in patria e all’estero. A questo scopo accettò le onerose condizioni dettate dai tedeschi nel trattato di Brest-Litovsk il 3 marzo 1918, che poneva fine all’impegno russo nella guerra mondiale. Il paese sprofondò tuttavia nel baratro di una sanguinosa guerra civile che durò dal 1918 al 1921, che si risolse infine a favore del neocostituito governo sovietico principalmente per l’intervento di Lev Trotzkij, abile organizzatore dell’Armata Rossa, che uscì vincitrice dallo scontro con i controrivoluzionari bianchi.

Insieme alla guerra civile era cominciata la campagna di terrore passata alla storia come Terrore Rosso, campagna scatenata tra il 1918 e il 1921 durante la guerra civile nella Repubblica socialista sovietica federata di Russia (poi URSS) dal governo bolscevico e condotta dalla polizia politica, la CEKA di cui era capo Feliks Dzerzinkij, contro gli oppositori, o sospetti oppositori del regime e contro coloro che venivano classificati come nemici di classe, tra i quali i membri della piccola borghesia, e della nobiltà furono i bersagli principali. La campagna fu giustificata dai massimi dirigenti del regime bolscevico con la necessità di difendere la causa rivoluzionaria socialista. Nel luglio del 1918, per scongiurare la possibilità che le Armate bianche antirivoluzionarie potessero liberarlo, lo zar Nicola II fu assassinato con tutta la sua famiglia. L’attentato a Lenin del 30 agosto provocò un’impennata del terrore rosso: seguì un’ondata di feroci esecuzioni in massa, cui fecero da contrappunto le rappresaglie e le azioni di guerra degli antibolscevichi, passate a loro volta alla storia con la definizione di Terrore Bianco, ma in realtà si trattò di ben poca cosa in confronto alle spietate azioni messe in atto dai comunisti.

Tra il 1918 e il 1919 più di 200.000 persone furono assassinate dalla polizia segreta sovietica; altre centinaia di migliaia morirono in carcere o nei campi di concentramento, o furono inviate ai campi di lavoro forzato. Era soltanto l’inizio: basti pensare che il solo Lenin alla sua morte nel 1923 avrà sulla coscienza 13 milioni di morti. Commentò in Italia Benito Mussolini: Il bolscevismo è un’involuzione reazionaria. Più che un giudizio, una pietra tombale.

Pierluigi Romeo di Colloredo

 

 

2 Commenti

Commenta