Roma, 19 marzo – Ci sono persone che al momento di fare la storia sono scappate per rintanarsi lassù in montagna sotto l’ombra di un bel fior, salvo poi scendere e travestirsi da banditi per darsi alle scorribande e autoproclamarsi eroi del pollaio appena defraudato. I loro eredi, degni dell’esempio ricevuto, mezzo secolo dopo hanno iniziato a fare la guerra ai fantasmi e oggi, cent’anni e più dopo sono riusciti persino a essere sconfitti.
È il caso di Trento, dove il compagnume topico ha pensato bene di presentare una originalissima proposta: togliere la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini. Nelle aule del consiglio comunale trentino nell’anno 2026 (CIV E.F. 104!) si è consumato l’ennesimo psicodramma della sinistra progressista, impegnata in una crociata anacronistica contro le ombre del passato piuttosto che nelle sfide del presente. La mozione che mirava alla revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, conferita nel lontano 1924, è ufficialmente naufragata.
Per chi crede nella continuità della Nazione e nell’intangibilità della memoria storica, questo risultato non è solo una vittoria procedurale, ma un atto di giustizia verso una città che, piaccia o meno ai censori moderni, ha vissuto il Ventennio come protagonista della storia d’Italia.
A Trento non passa il colpo di spugna
Pretendere di giudicare con la sensibilità – spesso distorta – del 2026 atti amministrativi di oltre un secolo fa è un esercizio di superficialità intellettuale. La cittadinanza a Mussolini non fu un semplice tributo a un uomo, ma il simbolo del legame tra la Città del Concilio e lo Stato unitario in un’epoca di profonda trasformazione e ricostruzione nazionale. Trento italiana nacque proprio nell’anno in cui nascevano i fasci di combattimento a piazza San Sepolcro! Per il Trentino, il Fascismo non fu solo ordine, ma l’abbraccio definitivo della Madrepatria dopo secoli di dominazione straniera; fu Patriottismo autentico: Mussolini restituì al confine del Brennero il suo sacro valore nazionale; fu modernizzazione: mentre gli antifa odierni si perdono in chiacchiere, il Ventennio ha lasciato infrastrutture e bonifiche che ancora reggono il territorio.
Cancellare quel nome dai registri non avrebbe rimosso un solo sasso dalle strade costruite allora né avrebbe cambiato il destino della nazione; sarebbe stato solo un patetico tentativo di damnatio memoriae, o meglio, di cancella-culture per non apparire nostalgici pure nella lingua, tipico di chi, non avendo visione per il futuro, cerca di mutilare il passato. È imbarazzante osservare questi paladini del politicamente corretto che, incapaci di governare il presente, tentano di correggere i libri di storia. Il vizietto è sempre quello di riscrivere la storia a loro piacimento. La loro furia iconoclasta è la prova del loro fallimento culturale: hanno così paura dell’eredità di Sua Eccellenza da volerla nascondere sotto il tappeto della burocrazia. La cittadinanza a Benito Mussolini non è un premio politico revocabile a piacere, ma un dato storico acquisito. Chi cerca di cancellarla non colpisce l’uomo, ma offende la memoria di una Nazione che sotto la sua guida ha osato sfidare il mondo.
Il centrodestra con la sempiterna maschera di Badoglio
Tuttavia, se la sinistra piange, il centrodestra sicuramente non ride. Non può permetterselo, dopo che non ha certo dato prova di virilità politica. Nonostante il fallimento della mozione, il comportamento di molti esponenti della maggioranza “conservatrice” lascia l’amaro in bocca. E menomale che vorrebbero conservare!
Invece di rivendicare con orgoglio il valore storico e l’identità nazionale senza complessi di inferiorità, gran parte della coalizione si è rifugiata nel non voto o nel tecnicismo burocratico. Si sono trincerati dietro il comodo paravento del “non è una priorità” o della “valutazione puramente storica”, fuggendo dal confronto aperto. Questo atteggiamento non ha fatto scoprire niente di nuovo e ricorda sinistramente quello di moderni badogliani: l’incapacità scelta e manifesta di schierarsi, la tattica del temporeggiamento e della fuga per non scontentare nessuno; la mancanza di coraggio, il timore di essere etichettati mediaticamente, preferendo l’astensione strategica alla difesa dei principi; il disimpegno che è un modo per lavarsi le mani di una questione identitaria, lasciando che la polvere si posi da sola. Mentre la Nazione avrebbe bisogno di traghettatori, di capi, di condottieri capaci di dire “no!” con fermezza a ogni tentativo di iconoclastia, ci si trova davanti a una classe politica che preferisce la via della fuga, sperando che il tempo faccia il lavoro che loro non hanno il coraggio di compiere.
A Trento il Duce si “salva” da solo
Il fallimento della mozione è un bene per Trento e per l’Italia. La storia rimane e rimarrà scolpita nella pietra e nei registri, indifferente ai capricci delle correnti politiche del momento. Resta però il monito: una nazione che non ha il coraggio di guardare in faccia il proprio passato senza tremare è una nazione che faticherà a costruire un futuro degno di questo nome.
Tra chi vuole cancellare il passato per sopperire all’incapacità di far dimenticare l’Uomo che ha lasciato un’impronta troppo vasta per le loro piccole menti censorie e chi, pur professandosi suo erede, non è capace di essere all’altezza nemmeno della sua eredità politica da cui si discosta pubblicamente, salvo poi correre a baciare la statuina nel privato della propria casa, Mussolini continua a brillare di luce propria, a essere cittadino onorario del capoluogo del Trentino-Alto Adige e a uscire vittorioso da questa paralisi istituzionale che ha lasciato intatto il passato per vigliaccheria del presente. Tra destra e sinistra, amanti e odiatori, favorevoli, contrari e astenuti è ancora una volta la via. La terza via.
Tony Fabrizio