
Belinelli ha lanciato la sua sfida, quella dei tiri da tre punti, la sfida in cui servono ritmo, precisione e potenza, senso del tempo e della distanza, e l’ha giocata come fosse una sessione di cool jazz. Perché era a New Orleans, e doveva trovare il giusto sound per far ballare la retina e convincere il pubblico: i 22mila dello Smoothie King Center, così colorati e competenti, chiassosi ma severi, perché a New Orleans lo spettacolo piace solo se hai qualcosa di convincente da far vedere. E allora: vai sul parquet e mostraci cosa sai fare italiano, facci vedere come fa un bianco a mettere in riga i neri, dimostraci che il delta del Mississippi non ti spaventa più di quello del Po. E lui, Marco Belinelli, soffia sul palmo delle mani (e forse è quello il bacio del dio del basket), e va sul parquet con l’aria quasi distratta, i capelli arruffati e la barba incolta; senza amici rapper intorno, senza collane e bracciali pronti a tintinnare in tribuna a ogni canestro.
Va sul parquet e tira, parte piano e poi accelera, è il ritmo giusto: non serve uno spartito, non serve la perfezione, non a New Orleans. Marco tira vince e conquista la finale; lo raggiunge Bradley Beal, che è piccolo ed esplosivo. Marco tira e Bradley lo raggiunge, hanno ritmi e stili diversi ma arrivano allo stesso risultato. Serve uno spareggio, e Belinelli contro Beal sembrano Danny Boodman T.D. Lemon Novecento contro Ferdinand “Jelly Roll” Morton, e il tempo della sfida è lo stesso, quello di una sigaretta che si consuma da sola. Finisce allo stesso modo, e noi che lo abbiamo visto, anche se davanti al televisore, potremo raccontare dell’italiano che andò a New Orleans, trovò il ritmo giusto e vinse.
Francesco Pezzuto