Roma, 31 gen – Riprendiamo il nostro viaggio sulle gradinate britanniche, occupandoci del periodo più intenso, violento e anche politicizzato degli hooligan. Vale a dire quello tra gli anni ’80 e la prima metà dei ‘90.
Punk e gradinate: la seconda ondata skinhead
Il punk nacque come un movimento anti politico. Lo era anche quando usava simboli politici come A cerchiate e svastiche, utilizzate in funzione di scioccare il comune cittadino benpensante. Il movimento nasceva come tentativo di fare riappropriare alla working class sia l’ambito musicale che quello estetico, che negli anni precedenti erano divenuti appannaggio delle classi borghesi. Inizialmente i punk erano assai poco interessati alle gradinate degli stadi. Anche perché venivano malvisti dagli altri frequentatori per via del loro strano abbigliamento in pelle e per i tagli di capelli da mohicano.
Ciò non di meno la potenza della musica e le situazioni spesso violente che succedevano in occasione dei concerti, fecero sì che ben presto i giovani frequentatori delle varie firm da stadio si avvicinassero all’ambiente quando esso si stava per imborghesire e normalizzare. Dandone così nuova linfa, facendo evolvere la musica nello street punk e nell’Oi! (nome che deriva dal tipico saluto cockney).
Si ebbe così la cosiddetta seconda ondata skinhead. Ben più politicizzata in senso patriottico di quella originale. In gran parte si evolse poi nella sottocultura casual, molto più ricercata nel vestire e che non prevedeva di indossare i colori sociali delle rispettive squadre, di modo da non dare nell’occhio e non finire nel mirino delle forze dell’ordine. Seconda ondata skinhead e casualismo procedettero spesso a braccetto. Hanno segnato il modo di vivere lo stadio di centinaia di migliaia di tifosi in tutto il mondo ancora oggi.
Dall’immigrazione caraibica a quella pakistana e indiana
Come detto in precedenza la situazione sul fronte dell’immigrazione si stava facendo sempre più seria. E la convivenza con gli autoctoni stava diventando sempre più complessa. Infatti l’immigrazione caraibica (storicamente più assimilabile per usi e costumi) stava lasciando spazio a quella pakistana (celebre il paki bashing, ovvero l’assalto ai membri di questa comunità) e indiana che, per motivi religiosi e sociali, per larga parte rifiutavano in toto lo stadio ed il pub, ossia i più grandi luoghi di aggregazione della comunità britannica.
Nel 1967 si era formato, per volontà di A.K. Chesterton, già membro del British Union of Fascists di Oswald Mosley, il National Front. Fu però sotto la guida di Joe Tyndall e Martin Webster, ispirati dal famoso discorso Rivers of Blood contro l’immigrazione di Enoch Powell, che il Front iniziò ad attrarre numerosi frequentatori delle gradinate di tutto il paese. Grazie anche al capillare volantinaggio prima e dopo le partite. Una prova di forza si ebbe nel 1977 nella celebre Battle of Lewisham, quando una marcia dell’NF nel quartiere si trasformò in una giornata di battaglia contro gli antifa.
Hooligan: patriottismo e nazionalismo
Nel frattempo il movimento skinhead prendeva una piega sempre più nazionalista. Fondamentale in tal senso la figura di Ian Stuart Donaldson, che nel 1976 aveva formato a Blackpool la band degli Skrewdriver, dei quali era il front man. Inizialmente espresse tutto il suo supporto per il National Front. Ma, insoddisfatto dalla piega presa dal partito, nel 1987 creò insieme a Nicky Crane il network Blood & Honour, che attirò anche un nutrito seguito di appassionati di calcio.
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Tra il finire degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 si può affermare che praticamente quasi tutte le tifoserie d’Inghilterra avessero al loro interno un cospicuo numero di patrioti e nazionalisti attivi anche in politica. Un nutrito gruppo di essi, supporter del West Ham United, si ritrovava la domenica mattina in un pub dell’East End londinese per la cosiddetta Sunday drink up (vale a dire ricominciare a bere per riprendersi dalle folli libagioni del sabato sera!).
Da questo nucleo originale, del quale facevano parte anche membri della Oi! band dei 4-Skins, nel 1992 prese forma il movimento politico del Combat 18, creato da David Wyatt, Charlie Sargent e Harold Covington. Il C18, inizialmente come detto legato al West Ham, ben presto divenne quasi una sola cosa con la firm dei Chelsea Headhunters (dei quale fece parte anche il cantante della band ska dei Madness, Suggs). Benché solamente alcuni dei suoi membri furono effettivamente presenti, al Combat 18 vennero imputale le violenze scaturite a Dublino il 15 febbraio 1995 in occasione dell’amichevole Irlanda-Inghilterra. Il match venne sospeso in seguito ai disordini sugli spalti ed ai ripetuti cori di No surrender to the IRA, in quanto la vicinanza al movimento lealista nord irlandese è sempre stato uno storico collante tra i tifosi nazionalisti inglesi.
Il caso del Chelsea
Tornando al discorso Chelsea, proprio la compagine di Londra Ovest è dagli anni ’70 associata ad un tifo legato alla destra extra parlamentare. Se pensiamo al Chelsea attuale il pensiero va alla squadra più posh di Londra. Ad una zona ricca ed espressione della Cool Britannia, alla squadra milionaria prima russa ed ora statunitense. A Vialli, Zola e Gullit, ad uno Stamford Bridge sempre gremito di turisti da ogni parte del mondo. A giapponesi che scattano foto dopo aver visitato i luoghi del film Notting Hill con Julia Roberts ed Hugh Grant. Ma non è sempre stato così, anzi. C’è stato un periodo nel quale tifare per i Blues era tutto tranne che una cosa alla moda. Quelli erano i tempi degli Headhunters e della loro ala più estrema.
Per le trasferte in Europa prediligono bus o minibus, non mancando mai di apporre tocchi di classe come la bandiera “Hate Bus” (“Bus dell’Odio”) sul lunotto posteriore, tanto per chiarire le loro intenzioni da educande. Per dare un’idea definitiva del grado di follia di questo gruppo basti citare una trasferta a Bruges, durante la quale, nel vano tentativo di fuggire all’arresto dopo il furto in una gioielleria, Stuart Glass si gettò nel fiume… per riemergere sull’altra sponda atteso dai poliziotti!
Stephen “Hickey” Hickmott, un hooligan iconico
E sempre parlando di Chelsea non c’è nessun’altra figura nel mondo delle gradinate che abbia influenzato l’immaginario collettivo come quella di Stephen Hickmott. Hickey ha rappresentato per anni in Inghilterra il nemico pubblico numero uno. Ed ancora oggi basta che il suo volto venga inquadrato ad una partita per scatenare l’isteria dei tabloid di Sua Maestà. Stupefacente esempio di ciò fu la partita valida per le qualificazioni ai Mondiali di Francia ’98 tra Italia ed Inghilterra svoltasi a Roma. Quella sera scoppiarono incidenti tra tifosi inglesi e forze dell’ordine all’interno dello Stadio Olimpico ed il giorno seguente i giornali britannici ci mostrarono la faccia di Hickey, scovato dai fotografi in mezzo al settore, additato come il direttore delle violenze che impazzarono quel giorno, quando in realtà lui era bello tranquillo a godersi il match.
La figura di Hickey è veramente affascinante e troneggia in moltissimi libri scritti da top boys, anche di firm rivali. Uomo d’azione a Stamford Bridge e, probabilmente, figura più nota al seguito della nazionale inglese, The General, come era soprannominato, cadde nella rete orchestrata dalla Thatcher per sgominare le più pericolose bande di teppisti da stadio. Condannato a dieci anni nell’ambito dell’Operation Own-Goal, ne scontò più di quattro prima che venne accertato che le prove contro di lui e gli altri Chelsea Headhunters erano state gonfiate. E, in qualche caso, falsificate. Di conseguenza venne scarcerato e risarcito con 75.000 sterline.
Episodi memorabili
Nel libro I guerrieri di Verona lo si vede in una foto con una maschera da gorilla. Questa immagine ed il suo enigmatico viso con i gli occhiali da aviatore ci possono dare un’idea di chi sia Hickey. Puro humour inglese e stile personale in un mondo che faceva del look alla moda una regola. Lui, come ci spiega Martin King in Hoolifan, se ne fregava di quello che indossavano gli altri. Anzi accusava molti ragazzi di stadio di essere troppo schiavi della moda. Sempre King ci racconta episodi memorabili. Come quando Hickmott salì alla ribalta durante una gara dei Blues. Lui, allora così giovane e magro, spronò tutta la gradinata a non indietreggiare di fronte all’avversario, dando nuovo coraggio ai suoi ragazzi. Oppure, ormai adulto, quando a Sunderland finse di essersi perso per farsi portare dalla polizia, insieme al suo gruppo, davanti al pub degli avversari.
Aiutato da Colin Ward ha scritto il libro Armati per la partita. Al contrario di molti altri testi sull’argomento, nel libro adotta un basso profilo, quasi stupendosi che qualcuno potesse considerarlo un leader, quale invece ovviamente era. Beh, che altro dire di lui? È stato in attività con un altro leader dei Chelsea (il defunto Chris Chubby Henderson, ex cantante dei Combat 84) nella gestione di un pub in Thailandia, il Dog’s Bollocks Bar, e ha fatto la comparsa nel film The Football Factory, tratto dal best seller di John King.
“L’equivalente inglese del rock and roll”
Trasferitosi poi nelle Filippine, recentemente ha fatto ritorno in Thailandia in quanto purtroppo è stato colpito da un cancro ed il fratello ha aperto una raccolta fondi per permettergli di pagarsi le cure. Riportiamo le sue parole, tratte da Armati per la partita, a proposito di tutta la scena in cui è stato coinvolto. Crediamo che, molto più dei tentativi di giornalisti e sociologi, possano spiegare l’essenza di un certo modo di vivere lo stadio: “Era un qualcosa che ti seduceva, molto più glamour di qualsiasi altra cosa che si potesse solo immaginare, ed era stato inventato e brevettato proprio da noi. Era l’equivalente inglese del rock and roll. Noi eravamo Presley, Sinatra e Jim Reeves shakerati insieme”.
Roberto Johnny Bresso