
Ma nessuno di quelle decine di migliaia di donne, anziani e bambini – la maggior parte degli uomini era morta combattendo al fronte, o attendeva di morire nei bunker e nei ricoveri delle isole attaccate dai Marines e dalla US Navy, sempre più vicini al Giappone – poteva immaginare che i 300 giganteschi quadrimotori Boeing B-29 “Superfortress” che si avvicinavano alla città, inquadrando nei loro sistemi di puntamento il fragile alveare di case di bambù, legno e carta sottostante mentre aprivano le stive bombe, non avrebbero attaccato come d’uso le zone industriali portuali, ma avrebbero puntato verso le zone più densamente abitate dalla popolazione civile, scelte lucidamente dagli ingegneri e tecnici militari Usa perché più facili da bruciare.
E non potevano sapere – ma lo avrebbero scoperto orribilmente in pochi minuti – che le lunghe bombe che stavano per essergli sganciate contro non
Ondata dopo ondata, i bombardieri sganciarono quindi il loro carico di morte sulla città indifesa: le 1.600 tonnellate di submunizioni al Napalm perforarono facilmente i tetti in lamiera delle case nipponiche, detonando e investendo di gel incendiario uomini e cose. Il Napalm divorava sino all’osso la carne degli sventurati sui quali finiva, bruciando non solo sulla terra e le case ma anche sulla superficie dell’acqua dei fiumi e canali della città.
“Gli aerei riempivano il cielo come libellule”, ricorda Michiko Kiyoka, ora novantunenne, che perse il padre e la sorella nel bombardamento. “Dovunque posavi lo sguardo, si vedevano solo cadaveri carbonizzati”.

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Il pompiere Isamu Kase, ora ottantanovenne, cercò di soccorrere più abitanti possibili, sapendo che la sua era una missione suicida: “Era un sabba infernale, assolutamente orribile. La gente si buttava nei canali per cercare di fuggire da quell’inferno, ma era tutto inutile”; come testimoniato dalla signora Kimuira, un’altra sopravvissuta, allora una bambina di appena 7 anni, nel fiume Sumida a decine di 
Dopo neanche tre ore di questo orrore, tutto era finito: circa 1/5 della città era stato incenerito, e con esso tra i 100.000 e i 200.000 abitanti. Nelle settimane successive l’aviazione americana colpì con le stesse tattiche altre città giapponesi, uccidendo più di mezzo milione di persone.
Eppure, se queste stragi immani e disumane passarono allora comprensibilmente in secondo piano dopo le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki, è tempo ora di ricordare i morti e i sopravvissuti: paradossalmente, non vi è ancora uno specifico museo a Tokio che ricordi il bombardamento e le sue vittime: i morti, gli ustionati e le loro ordalie negli ospedali e nel recupero dalle gravi e incancellabili ferite – la pelle, e non solo la pelle, non dimentica – e coloro che persero amati e familiari; in questi giorni, nel settantesimo anniversario della tragedia, gli ultimi superstiti si sono rivolti al governo giapponese e al suo premier Shinzo Abe per provvedere finalmente a emendare questa assurda situazione.
Anche nella cultura occidentale, questo bombardamento è virtualmente sconosciuto, al contrario di quello di Dresda: frutto anche di un’impostazione 
Rimane, tra le poche eccezioni, la sequenza d’apertura del capolavoro di Aleksandr Sokurov, Il Sole, dedicato all’Imperatore Hirohito e alla fine del Giappone: non peccheremo verso il grande regista russo dedicandolo in questo articolo anche al ricordo delle vittime innocenti ferite e morte in questo crimine dei democratici vincitori.
Andrea Lombardi
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