Sai davvero che cosa è l’ideologia di genere?

genderRoma, 14 mar – Se ne parla molto, ma pochi sanno di cosa si tratti. E anche una ricerca sommaria in rete dà risultati contraddittori, dato che innanzitutto bisognerebbe sapere cosa cercare e, di conseguenza, come nominare l’oggetto della nostra indagine. L’ideologia di genere resta un oggetto misterioso a cominciare dal nome. Che, appunto, per i suoi avversari è “ideologia” mentre per i suoi sostenitori è un ambito di studi (gender studies). Cerchiamo di capire meglio, allora, di cosa stiamo parlando.

L’ideologia di genere è sostanzialmente un’evoluzione critica del femminismo. Quest’ultimo, come noto, intendeva mettere in questione un presunto dominio sociale, politico e culturale maschile in nome dei “diritti delle donne”. Una parte delle teoriche femministe, tuttavia, riteneva che fosse un errore “essenzialista” limitarsi a un’esaltazione del “sesso debole” contro il “sesso forte”: il femminismo non doveva semplicemente stabilire che “i valori maschili sono cattivi mentre i valori femminili sono buoni” (evidenziando, quindi, uno specifico portato culturale e sociale femminile da valorizzare) quanto piuttosto mettere in questione i ruoli stessi di maschio e femmina. La teoria del gender parte da qui.

È intorno agli anni ’60, grazie a psicanalisti come Robert Stoller e psicologi come John Money (influenza oggi taciuta, quest’ultima, a causa di disastri come il famoso caso dei gemelli Reimer), che la teoria muove i suoi primi passi. Nei gender studies confluiscono ben presto gli studi sulla cultura femminile (Women studies), su omosessuali e lesbiche (Queer studies) e sui cambiamenti di genere (Transgender studies). A tutto ciò si aggiunge l’influenza delle teorie decostruzioniste e post-strutturaliste della filosofia francese del secondo Novecento (soprattutto Foucault e Derrida). La forma canonica dell’ideologia gender è stata infine fornita da teorici come Judith Butler, ancora negli anni ’90. L’offensiva genderista di alcuni governi, primo fra tutti i recenti esecutivi socialisti in Francia, e la popolarità di artisti come Conchita Wurst hanno recentemente riportato la questione d’attualità.

Non potendo semplicemente negare un dato di fatto biologico ineliminabile (ognuno di noi nasce con un apparato sessuale maschile o femminile, tertium non datur, a parte il caso limite dell’ermafroditismo), si è cominciato a distinguere il sesso (che può essere appunto maschile o femminile) e il genere. Con quest’ultimo termine si intende ora una identità culturale dichiaratamente costruita, quindi non “data” in senso naturale, che può coincidere ma anche non coincidere con il sesso biologico. Insomma: maschi e femmine si nasce, uomini e donne si diventa. Ma non solo uomini e donne: ponendo in questione il nesso tra apparato sessuale (natura) e identità a esso associata (cultura), si apre la strada a una infinità di costruzioni identitarie che ora vengono concepite come fluide. Ognuno può essere ciò che vuole.

Le conclusioni ideologiche a cui giunge questa battaglia sono facilmente immaginabili: Judith Butler vuole destabilizzare “l’eterosessualità obbligatoria”. Eric Fassin si sforza di “pensare un mondo in cui l’eterosessualità non sia più normale”. Monique Witting scrive che “non esiste sesso, è l’oppressione che crea il sesso e non viceversa […]. Per noi non possono più esserci né uomini né donne […] in quanto categorie del pensiero e del linguaggio, essi devono sparire politicamente, economicamente e ideologicamente”. Ruwen Ogien arriva a porsi un quesito inquietante: “La questione che si pone è quella di sapere perché una donna dovrebbe preferire i propri bambini a quelli del vicino per il solo fatto che sono biologicamente i suoi mentre tutti hanno lo stesso valore morale in quanto persone umane”

Il nesso tra sesso biologico e identità di genere (il fatto cioè che i maschi tendano ad identificarsi con la figura sociale dell’uomo, con tutto quel che ne consegue in termini di valori, prassi, comportamenti, riti, linguaggi, e le femmine facciano lo stesso con la figura della donna) resta tuttavia scontato nella mentalità comune.

La principale battaglia dei sostenitori dell’ideologia di genere diventa allora quella di mostrare la non necessarietà di quel nesso, la sua natura costruita, socialmente determinata. Da qui l’importanza dell’azione sulla scuola: poiché sarebbe la società che, imponendo dei modelli, “costruisce” le nozioni di uomo e donna facendoci credere che siano “naturali”, si tratterebbe di mettere in discussione quei modelli con una educazione che, “lasciando liberi” i bambini, per esempio nella scelta dei giocattoli o dei vestiti, non imponga loro una identità di genere precostituita.

Da battaglia di minoranza (la difesa di chi, nato con un sesso, si sente di un genere differente), l’ideologia del gender diventa quindi progetto volto a suscitare cambiamenti culturali nella società tutta. Il fatto che i bambini giochino con i soldatini e le bambine con le bambole comincia a essere considerato uno stereotipo da combattere da cui derivano gran parte dei mali della società, primo fra tutti ovviamente la violenza sulle donne, ma anche la loro discriminazione sul logo di lavoro etc. Il tutto, ben presto, si trasforma in un vero e proprio processo contro il maschio e il pater familias.

Gli avversari (o almeno gli avversari più accorti, quelli che non impostano la battaglia in senso bigotto) dei gender studies fanno tuttavia notare che, se è vero che uomo e donna restano figure culturali, che si sono articolate in modi differenti nel tempo e nello spazio, spezzare il legame tra natura e cultura è semplicemente folle: i dati ormonali e fisiologici e la stessa nostra storia evolutiva condizionano la nostra cultura, fissano dei paletti, danno delle indicazioni ineludibili. Possiamo ripensare i ruoli di uomo e donna, ma non possiamo far finta che uomini e donne non esistano o che essere dell’uno o dell’altro sesso non ci condizioni. In caso contrario, il prezzo da pagare potrebbe essere più salato di quanto immaginiamo.

Adriano Scianca

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