shambala rossaRoma, 7 ago – Doveva fare impressione nell’ottobre del 1924 vedersi accompagnati fino all’ultimo piano dell’ex Commissariato per gli Affari Esteri situato tra piazza Lubjanka e via Kuznetski a Mosca. Lì, dopo la rivoluzione, si trovava la sede della Sezione Speciale della GPU, la polizia segreta creata per contrastare il crimine ma soprattutto combattere i nemici del nuovo regime sovietico.

Dietro la scrivania sedeva il capo dei servizi speciali Gleb Bokii. La riunione in quel freddo autunno con Konstantin Vladimirov, Feodor Leismaier-Schwarz e Alexandr Barchenko non intendeva essere una rimpatriata tra vecchi amici. La sezione speciale si occupava di crittografia e di esperimenti occultisti per assicurare il controllo delle onde cerebrali dei sospetti e governare la trasmissione del pensiero. E Barchenko si fece invitare lì persuaso che la sapienza dell’Asia centrale, lo sciamanesimo e la mitica terra della felicità, Shambhala, avrebbero aiutato il nuovo regime ad uscire dalle secche dell’anarchia in cui si era incagliato negli anni del Terrore rosso.

Esploratori, avventurieri, lama tibetani al servizio dei bolscevichi, agenti segreti, appassionati di occultismo, nazionalisti mongoli brigarono a lungo per sposare il bolscevismo con la città leggendaria della tradizione tibetana. Ja-lama, Agvan Dorzhiev, Nicholas Roerich e sua moglie, Georgy Chicherin, Boris Shumtatsky, Elbek-Dorjik Rinchino, Sergei Borisov, Choibalsan furono i protagonisti di questo capitolo sconosciuto della storia sovietica durante i primi dieci anni del governo comunista. A raccontarlo in maniera avvincente ci pensa lo storico Andrei Znamenski con il suo Shambhala rossa. Magia, profezia e geopolitica nel cuore dell’Asia appena pubblicato da Settimo Sigillo (pp. 302, euro 32,50; per richiederlo scrivere a: ordini@libreriaeuropa.it).

Fonte di gioia. Ecco la traduzione della parola tibetana Shambhala. Essa sarebbe la terra mistica dove gli abitanti, diventati simili agli dei, godono di felicità, sicurezza e prosperità simile in questo all’himalayana Shangri-la, conosciuta dal grande pubblico occidentale grazie Orizzonte perduto, il film diretto nel 1937 da Frank Capra. Poteva un mito tanto seducente non attrarre zaristi pronti a piegare gli inglesi nelle loro infiltrazione in Asia o bolscevichi arrivati al potere in Russia nel 1917 per estendere la loro egemonia nelle terre desolate che si estendono fino all’oceano Pacifico?

Le profezie millenariste di questa terra mitica vennero utilizzate fra gli anni Novanta dell’Ottocento e gli anni Trenta del secolo scorso per infiammare i nazionalisti tibetani, mongoli, buriati e altaiani e incoraggiarli ad abbracciare il bolscevismo in funzione anticinese. Ma non fu un’idea tutta russa.

Gli insegnamenti tibetani giunsero nelle terre dello zar grazie a Agvan Dozhiev, un lama tibetano un tempo precettore del tredicesimo Dalai Lama e poi inviato come ambasciatore presso la corte russa. I tibetani speravano così di trasformare Nicola II Romanov nel loro protettore ed edificare sotto i suoi auspici uno stato panbuddhista. Per diffondere il progetto Dozhiev fece addirittura costruire a san Pietroburgo un tempio tibetano le cui finestre furono disegnate dal pittore e teosofo Nicholas Roerich. Anche lui assiduo frequentatore del tempio. Ma la storia andò diversamente.

L’arrivo dei Soviet al potere alimentò in Barchenko il desiderio di nobilitare il progetto comunista con la sapienza antica della profonda Asia. Trovò una sponda iniziale in Gleb Bokii, dirigente della GPU appassionato di esoterismo, aduso ad avvalersi di medium per carpire informazioni dai sospetti che finivano loro malgrado al suo cospetto. Le loro prospettive però furono frustrate da Georgy Chicherin, commissario agli affari esteri e abile diplomatico. Poco persuaso dei profondi e sconosciuti poteri della mente ma sicuro che Shambhala e aspirazioni nazionaliste potevano essere usate dal nuovo regime per consolidare il suo potere in Estremo oriente dopo la sconfitta con il Giappone del 1905, Chicherin allestì numerose spedizioni in Asia mettendo al suo servizio le conoscenze e la abilità di Dizhiev.

Ma il lama a partire dalla seconda metà degli anni Venti durante i lunghi viaggi tra Tibet e deserto del Gobi giocò una doppia partita. Si avvide che l’obiettivo del ministro sovietico non era quello di promuovere la libertà dei popoli sotto il giogo straniero ma solamente di sobillare il nazionalismo mongolo per spingerlo alla conquista del Tibet e configgere così una spina nel fianco alla perla dell’Impero britannico, l’India. Insomma soltanto un nuovo capitolo di quel Great Game che fin dall’Ottocento vede contrapposti in Asia inglesi (oggi americani e occidentali) e russi.

Certo di essere usato dai sovietici, nel suo peregrinare per le steppe dell’Asia centrale Dorzhiev inviò diversi messaggeri a Lhasa per avvisare il Dalai Lama degli autentici progetti dei sovietici. Così il Tibet non divenne la base per le attività antibritanniche ma nemmeno Shambhala fu trovata.

Simone Paliaga

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