
Malgrado il 5-2 in suo favore, anche Renzi non può certo cantare vittoria. La renziana doc 8e pazienza se prima era stata bersaniana doc e poi cuperliana doc) Alessandra Moretti viene semplicemente disintegrata in Veneto. In Liguria, regione rossa tra le regioni rosse, la candidatura della Paita aveva fatto volare gli stracci all’interno del partito e la spaccatura ha finito per influire sulla clamorosa sconfitta. Se sono “di Renzi” le sconfitte in Veneto e Liguria, è “sua” anche la vittoria in Campania. Ma è davvero una vittoria di Pirro, arrivata sulla scia del bollino di “impresentabile” attaccato dalla Bindi sul candidato (e anche qui polemiche a non finire nel partito). In più c’è da sciogliere il nodo della legge Severino che potrebbe impedire all’esponente campano di governare. Un ginepraio in cui Renzi si è andato a cacciare da solo con solitaria ostinazione e da cui ora non potrà certo uscire con un tweet.
Ma a sinistra per ora la battaglia di Renzi è solo contro se stesso: il premier può solo suicidarsi. Più interessante è la dinamica nel centrodestra. Che si presentava in tante configurazioni differenti da regione a regione, passando da un massimo di frammentazione a un massimo di unitarietà. Quello che accomuna tutte le situazioni, almeno nel centronord, è che Salvini tira. Tira da solo, tira in coalizione, tira sempre. È lui l’elemento caratterizzante, la forza espansiva. È lui che porta voti alle coalizioni ed è sempre lui che fa crollare le alleanze a cui non partecipa. È per questo che vanno bene le ammucchiate in Liguria e Umbria (dove la Lega si attesta rispettivamente sul 20,25% e sul 13,99%), ma va bene anche il tandem con fratelli d’Italia nelle Marche, dove il Carroccio conquista il 13,02%. E va bene, dato il contesto certamente difficile, la scelta salvinista al 100% di Borghi in Toscana. Qui la Lega porta a casa un importante 16,15%.
Insomma, comunque vada vince Salvini. E lui lo sa. Ora ogni ambiguità è finita, i rapporti di forza sono chiari. Sta a Salvini muovere.