Roma, 17 nov – La pesantissima sconfitta casalinga per 1-4 patita ieri sera dalla Nazionale Italiana contro la Norvegia di fronte ai 70.000 spettatori di San Siro è l’ennesima delusione che gli appassionati di calcio hanno dovuto accettare post-Euro2020. Gli azzurri sono stati spazzati via dagli scandinavi che – dopo un primo tempo di sola presenza italiana in campo – hanno poi preso l’onda nella seconda metà di gioco. Le reti di Nusa e la dirompente doppietta del miglior centravanti al mondo, Erling Haaland, hanno assestato agli uomini di Gattuso colpi pesanti, prima del KO finale di Strand Larsen. E come dopo ogni mazzata internazionale che si rispetti, i 58 milioni di allenatori presenti sullo stivale hanno iniziato a scannarsi.
“Andate a lavorare”
La vittoria un po’ in extremis contro la Moldavia di giovedì aveva destato un po’ di preoccupazione, anche alla luce dell’immensa difficoltà degli azzurri nel segnare. Problema questo, che con la Norvegia, si è spezzato immediatamente dopo il gol del vantaggio rabbioso segnato dal giovanissimo Pio Esposito. Il talento dell’Inter è sicuramente una delle note positive di queste uscite della Nazionale, in crescita e, soprattutto, dotato di quella fame e quella rabbia che a un bomber di razza azzurro mancavano da tempo. Durante e dopo la gara – presa più come un risultato negativo per le modalità con cui è arrivata – contro i moldavi, gli Ultras Italia presenti in ottimi numeri allo stadio di Chisinau, hanno intonato cori contro gli azzurri, esortandoli ad andare a svolgere mansioni più consone ai lauti stipendi percepiti, parole che sono state prese malissimo dal CT Gennaro Gattuso. «È una vergogna, giochiamo all’estero e dobbiamo sentire che ci urlano “andate a lavorare”. Non è giusto. La squadra sta dando tutto. E comunque, per quanto mi riguarda, non rappresentano l’Italia intera» – aveva dichiarato Gattuso in conferenza stampa, forte del risultato comunque positivo. Toni che però sono decisamente cambiati dopo ieri sera.
Due Italie
Chi ha visto la gara ieri sera avrà constatato l’esistenza di due diverse compagini che sono scese in campo. Primo tempo dominato, con occasioni su occasioni – il tiro di Dimarco al volo, l’immediata rete di Esposito, il suo colpo di testa verso fine primo tempo e il dubbio contatto appena prima del fischio di metà gara – ma anche un’ottima fase difensiva: Bastoni e Mancini hanno infatti annullato Haaland e Sorloth, i due giganti dell’attacco norvegese. Che infatti, non l’hanno presa benissimo. Haaland è andato anche faccia a faccia con l’autore del gol dell’1-0, Pio Esposito, dando a vedere un nervosismo raro per un campione come lui. Secondo tempo che invece ha visto il capovolgersi delle situazioni: i norvegesi – già comunque sicuri del primato nel girone con annessa qualificazione – sono scesi in campo affamati e vogliosi di vincere. Gli azzurri, d’altro canto, hanno smesso completamente di creare gioco e hanno lasciato campo libero agli avversari. “Sparring” calcistico che è andato avanti fino al 63’, con il gol di Nusa – sostanzialmente indisturbato dai difensori italiani – seguito dall’uno-due in meno di 60’’ a firma Erling Haaland tra il 78’ e il 79’. Per gli azzurri due sprazzi di vita sempre a firma Dimarco e Pio Esposito, rispettivamente con un buon tiro al volo e un colpo di testa insidioso, un sinistro fuori di Politano, ma nient’altro. Pietra tombale sulla terrificante prestazione dell’Italia nel secondo tempo il gol di Strand Larsen, reso come un redivivo George Best dall’impalpabile marcatura di Mancini. Partita che finisce tra i fischi sonori dei pochi rimasti all’interno della Scala del Calcio, poi sovrastati dalla gioia dei 5000 norvegesi accorsi a Milano.
Le ragioni
Partita davvero difficile da analizzare, molto simile alle due ultime di Nations League con la Germania – in cui la rimonta la fecero gli azzurri fino al 3-3, resa inutile dalla sconfitta per 1-2 a San Siro, sempre dopo essere passati in vantaggio – ma a questo giro molto più preoccupante. Non perché qualcuno alla vigilia pensasse davvero che i ragazzi di Gattuso potessero davvero vincere 9-0 e andare ai Mondiali da primi, ma per l’arrendevolezza e la rassegnazione. Vincere e concludere a pari punti con questa ottima Norvegia avrebbe sicuramente avuto un sapore diverso. L’Italia segna, anche tanto, e i giocatori li ha. È troppo facile tirare fuori la solita scusa della bravura superiore degli altri. Un po’ perché si sta parlando della Norvegia, sicuramente un’ottima nazionale che ha superato le aspettative, ma comunque non una squadra che storicamente ha la forza di sottomettere dei quattro volte campioni del mondo; un po’ perché sembra quasi che gli azzurri scelgano arbitrariamente quando tirare fuori le proprie qualità. E quindi: com’è possibile che una squadra che è piena di giocatori che arrivano in fondo nelle competizioni europee – Dimarco, Bastoni, Barella, Frattesi –, addirittura le vincono – Donnarumma –, giocano con ottimi responsi nei famosi “campionati di alto livello, mica la Serie A” – il già citato portiere del City, ma anche Tonali, Raspadori – e pure quelli che la classifica cannonieri in A l’hanno mangiata, facendo già bene anche in Nazionale – Retegui – non riesca a tirare fuori la grinta quando è ora di farsi sotto? O meglio, tirarla fuori in modo continuo. Perché non serve a niente tirare fuori gli attributi quando sei sotto 3-0 a Dortmund, e i giochi sono ormai fatti; non serve fare i risultati pirotecnici contro Israele quando sei sopra 4-2 e rischi di farti rimontare. Una squadra che ha le qualità le ha sempre, quindi il problema diventa psicologico. Chi indossa la casacca della Nazionale Maggiore lo fa con una paura che le controparti giovanili – dalle quali appunto vengono i vari Pio Esposito, Camarda e compagnia – non hanno. Controparti giovanili che – infatti – arrivano sempre in fondo alle competizioni internazionali, se non addirittura vincendole.
Un percorso di rilancio
La storia d’Italia – a prescindere dallo sport – è sempre stata basata sulla capacità di sopportare sforzi enormi per periodi prolungati, e vincere per affermazione della propria volontà. Lo diceva anche Kissinger, quando associava correttamente il volksgeist – lo spirito delle nazioni – al gioco del calcio: “gli italiani non sono quelli del bel gioco, dalla trama spumeggiante: sono quelli che sono in grado di soffrire e reggere 80 minuti di arrembaggi e poi ti infilano con i contropiedi”. Dalle guerre d’Indipendenza alla Prima guerra mondiale, noi italiani siamo sempre stati in grado di reggere contro forze nemiche soverchianti, subendo anche pesanti debacle – vedi Caporetto – ma seguite sempre da una grande vittoria. Da qui a marzo, data degli spareggi, la Nazionale Italiana dovrà svolgere un lavoro di autocoscienza. Sviluppare la consapevolezza dei propri mezzi, essere quelli del primo tempo con la Norvegia, quelli della rimonta a Dortmund, quelli disposti a gettare il cuore oltre l’ostacolo, sempre. E Gattuso – al posto di arrabbiarsi perché 500 patrioti che hanno seguito la spedizione azzurra in Moldavia si sono giustamente sentiti presi in giro dalla prestazione sciatta dei suoi – è questo che dovrebbe trasmettere ai suoi uomini. Perché, dopo Caporetto c’è sempre una Vittorio Veneto, dopo un’eliminazione con la Svezia c’è sempre una vittoria ad Euro 2020. E quindi, dopo due esclusioni dai mondiali – cosa mai accaduta nella storia azzurra – è tempo di rialzarsi, e andarsi a prendere il nostro posto là, tra i grandi del calcio mondiale.
Patrizio Podestà