Roma, 12 mag – La nuova “pace” di Vladimir Putin assomiglia molto a tutte le altre mosse diplomatiche del Cremlino: arriva quando serve, dice ciò che deve dire, lascia intendere aperture senza concedere nulla sul punto essenziale. A margine delle celebrazioni del 9 maggio, il presidente russo ha dichiarato che la guerra in Ucraina starebbe “giungendo al termine” e si è detto pronto a discutere nuovi accordi di sicurezza per l’Europa. Non con Kyiv, non con Bruxelles, non con un interlocutore scelto dagli europei, ma con Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco da anni legato al mondo energetico russo e considerato da molti più un uomo di fiducia di Mosca che un mediatore credibile. La proposta è stata subito respinta dai ministri europei e dall’Alta rappresentante Kaja Kallas, che ha liquidato l’ipotesi con una formula difficilmente contestabile: Schröder finirebbe per sedere da entrambe le parti del tavolo.
Mosca apre alle trattative con l’Europa
Ovviamente Putin non sta riconoscendo improvvisamente la sovranità europea per generosità. Sta prendendo atto di un fatto che molti provano a mistificare o ignorare: l’Europa, che Mosca ha provato per anni a descrivere come irrilevante, divisa, decadente e subordinata agli Stati Uniti, resta indispensabile per chiudere davvero la guerra. La Russia avrebbe preferito trattare sopra la testa degli ucraini e degli europei, magari con gli affaristi del giro trumpiano, trasformando la pace in una spartizione tra potenze. Ma l’ostinazione ucraina e il sostegno militare, finanziario e politico europeo hanno impedito che il conflitto si chiudesse nei termini desiderati dal Cremlino. Se oggi Putin parla di sicurezza europea, è perché la guerra non è finita come l’aveva immaginata. La parata del 9 maggio ha confermato questa sensazione. Mosca continua a esibire la liturgia della Grande Guerra Patriottica, ma lo fa dentro una cornice più fragile di quanto la propaganda voglia ammettere. Secondo diverse ricostruzioni, la celebrazione è apparsa più dimessa del consueto, con misure di sicurezza rafforzate e un evidente sforzo di controllo del messaggio pubblico. Il Cremlino vuole mostrare forza, ma non può ignorare che la guerra, dopo oltre quattro anni, non ha prodotto la vittoria politica attesa. La Russia controlla ancora circa un quinto del territorio ucraino, ma non ha completato la conquista del Donbass; Kyiv non ha riconquistato le aree decisive, ma ha impedito la propria cancellazione. È uno stallo sanguinoso, ma sicuramente non è un trionfo russo.
Il Cremlino avrebbe preferito parlare con Washington
Ancora più rivelatore è il linguaggio scelto dalla diplomazia russa. L’ambasciata russa negli Stati Uniti ha evocato lo “spirito dell’Elba”, la stretta di mano del 25 aprile 1945 tra soldati sovietici e americani, invocando una nuova collaborazione tra Mosca e Washington per fermare una presunta epidemia di “peste bruna”. È una formula che merita di essere presa sul serio, proprio perché mostra la logica profonda del Cremlino: saltare l’Europa reale, ridurla a teatro passivo della storia, e ricostruire un asse simbolico russo-americano fondato sulla memoria della Seconda guerra mondiale. Il riferimento all’Elba non è nostalgia è un messaggio politico: Mosca vorrebbe tornare a un mondo in cui il destino europeo viene deciso da altri, mentre l’Europa viene descritta come un problema da disciplinare, non come un soggetto storico. La struttura di Mosca parla di sottomissione, mentre conduce una guerra d’invasione contro uno Stato sovrano, pretende territori, chiede la neutralizzazione permanente dell’Ucraina e propone come mediatore europeo un uomo politicamente compromesso dai suoi rapporti con gli interessi russi. È la vecchia maschera sovietica applicata alla politica di potenza russa. Ogni volta che Mosca pronuncia la parola “fascismo”, non sta offrendo un’analisi: sta costruendo una scomunica, un lasciapassare morale per delegittimare il nemico e presentare la propria espansione come missione liberatrice.
Nonostante tutto, l’Europa non è stata irrilevante
Qui cade anche una certa propaganda interna all’Europa. Per anni, una parte della politica italiana ed europea ha costruito la propria identità sulla demonizzazione dell’Europa in quanto tale, confondendo la critica necessaria all’Unione europea con il sabotaggio del continente. Salvini, Conte, Orbán e tutta la galassia del putinismo più o meno esplicito hanno raccontato la guerra come se la scelta fosse tra pace e armi, tra realismo e fanatismo, tra trattativa e suicidio. La realtà è più semplice e più dura: senza il sostegno all’Ucraina, oggi non ci sarebbe una trattativa, ma una resa. Senza la resistenza ucraina e senza il contributo europeo, Putin non avrebbe bisogno di parlare di nuovi accordi di sicurezza. Li avrebbe già imposti. Questo non significa trasformare l’Europa in una succursale della Nato, né scambiare l’interesse nazionale italiano con gli automatismi di Bruxelles o Washington. Significa capire che l’autonomia europea non nasce dalla neutralità impotente, ma dalla capacità di pesare. Chi vuole un’Europa sovrana non può desiderarla inerme, ricattabile, incapace di difendere i propri confini orientali e il proprio spazio strategico. Una pace giusta e duratura, la formula usata anche dalle istituzioni europee, ha senso solo se non diventa il nome diplomatico della vittoria russa. Altrimenti sarebbe soltanto una tregua armata, utile a Mosca per riorganizzarsi e ripresentare domani le stesse pretese con maggiore forza.
La pace non potrà essere la resa alla Russia
Putin oggi finge magnanimità perché non ha ottenuto ciò che voleva. Voleva un’Ucraina piegata, un’Europa irrilevante, un negoziato diretto con Washington e una pace scritta secondo i rapporti di forza del 1945. Si ritrova invece davanti a una guerra logorante, a Kyiv ancora in piedi, a un continente che — pur tra ambiguità, lentezze e divisioni — ha impedito la resa ucraina, e a una Russia costretta a vendere come apertura diplomatica ciò che è anzitutto una necessità politica. La pace arriverà solo quando Mosca capirà di non poter trasformare il negoziato nella prosecuzione dell’invasione con altri mezzi. E il punto decisivo, per l’Europa, è proprio questo: non lasciarsi incantare dalla retorica della distensione, non consegnare a Putin al tavolo ciò che non è riuscito a prendersi sul campo, e dimostrare finalmente di essere non il territorio su cui gli altri fanno la storia, ma una potenza capace di scriverla.
Sergio Filacchioni