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Boicottiamo i boicottatori: chi ha firmato l’appello contro Passaggio al Bosco va escluso

by La Redazione
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Pssaggio al Bosco

Roma, 3 dic – La vicenda che ha coinvolto Passaggio al Bosco alla fiera Più libri più liberi apre un fronte nuovo e paradossale: chi chiede l’esclusione di un editore accusato di “violazioni dei valori costituzionali” sembra essere il primo a disattendere quegli stessi valori che dice di difendere. La logica del boicottaggio preventivo, firmata da decine di autori e case editrici, è la negazione concreta dello stesso principio che regola la partecipazione alla fiera: libertà di espressione, pluralità, confronto senza pregiudizi ideologici. Se i firmatari dell’appello pretendono di stabilire cosa sia ammissibile o non ammissibile in un luogo pubblico dedicato ai libri, allora la domanda va capovolta: hanno ancora i requisiti per sedere a quel tavolo? Hanno rispettato il contratto che loro stessi hanno sottoscritto?

La richiesta di esclusione di Passaggio al Bosco è una violazione del contratto

Il presidente dell’AIE, Innocenzo Cipolletta, ha ricordato nel comunicato ufficiale che ogni partecipante alla fiera firma un impegno chiaro e vincolante sul piano giuridico: aderire ai valori della Costituzione, alla libertà di pensiero, al rifiuto della discriminazione, alla tutela della dignità umana e della libertà di opinione politica. È questo il punto centrale. E proprio qui casca l’intero castello costruito in questi giorni da editorialisti, scrittori, personaggi, attori, fumettisti e imprenditori culturali che hanno sottoscritto l’appello. Perché chi invoca l’esclusione dell’altro a priori, non sulla base di reati ma di opinioni, non solo contraddice la propria dichiarazione di adesione ai valori, ma ne mina la credibilità sostanziale. Se davvero la fiera è “casa di tutti”, allora chi vuole chiuderne le porte dall’interno è il primo, logicamente, a tradirne la natura.

La retorica dell’antifascismo e il vecchio vizio marxista

Il paradosso diventa ancora più evidente quando scorriamo i nomi dei firmatari dell’appello, che nei prossimi mesi continueremo a ritrovare in festival, scuole, università, cinema e televisioni. Autori e case editrici che parlano quotidianamente di pluralismo, diritti, uguaglianza, diversità culturale, salvo poi mettere la firma sotto un documento che chiede, testualmente, un’operazione di interdizione pubblica. La retorica dell’antifascismo d’ordinanza diventa così il passe-partout per legittimare un meccanismo di esclusione che con la libertà non ha nulla a che vedere. Si pretende di essere “progressisti” solo a patto di non incontrare davvero idee diverse. È una variante aggiornata del vecchio vizio marxista: prima si etichetta il dissenso, poi lo si espelle per ragioni morali, e infine ci si attribuisce la medaglia della difesa della libertà. Un gioco che non può funzionare all’infinito.

Zerocalcare non dovrebbe essere ospitato

E qui entra di prepotenza il caso Zerocalcare, simbolo dell’antifascismo pop e nello stesso tempo volto di una galassia antagonista che negli ultimi anni è finita più volte al centro di indagini, dossier e relazioni parlamentari sulla sicurezza. Le sue prese di posizione pubbliche, l’appoggio espresso a figure come Ilaria Salis e la vicinanza ai circuiti dell’antagonismo di piazza sono un tratto evidente del suo attivismo, spesso connesso a campagne che in Italia hanno prodotto episodi violenti, devastazioni, aggressioni e tensioni documentate dalla stampa nazionale. Ma cosa succede quando militanti di Askatasuna di Torino assaltano una redazione? Solo nel 2023 Zerocalcare, chiamato a testimoniare a processo, descrisse Askatasuna come un luogo culturalmente importante, non solo per Torino, ma per l’intero paese, e che ha rappresentato molto per lui, permettendogli di lavorare prima del suo successo. Dopo, nel marzo 2025, Zerocalcare ha disegnato la copertina di un inserto de il manifesto dedicato al processo. Questo doppio registro produce immunità morale, protezione mediatica e un vantaggio culturale enorme: ciò che, se fosse compiuto da altri, verrebbe definito senza esitazione “pericoloso”, diventa nel suo caso impegno civile. Così funziona la patente dell’intoccabilità antifascista.

Non si dovrebbero escludere i firmatari dell’appello?

A questo punto sarebbe lecito chiedere alla AIE di applicare fino in fondo il principio che ha ribadito nel comunicato: se un editore viene accusato di non rispettare i valori costituzionali, a maggior ragione chi tenta di impedirgli l’accesso viola questi stessi valori. E allora, seguendo la logica dell’appello, non si dovrebbe forse chiedere l’estromissione di tutti i firmatari? Non si dovrebbe verificare se le case editrici che hanno aderito alla campagna di esclusione hanno i requisiti per gestire spazi pubblici di cultura? Non si dovrebbe pretendere, ad esempio, che Tlon, firmataria dell’appello e responsabile del bookshop del Museo Nazionale, chiarisca come concilia il ruolo istituzionale con la richiesta di limitare la libertà altrui? Se la Costituzione “nasce antifascista”, come sostiene la nota della fiera, nasce anche pluralista, nasce contro la discriminazione politica, nasce contro le epurazioni preventive.

Combattere la logica dei boicottatori con compattezza e memoria lunga

Il punto non è difendere un singolo editore, a cui va comunque la solidarietà per l’ennesimo attacco subito. Il punto è più profondo: siamo davanti a una cultura che si nutre del nemico immaginario, che costruisce consenso sull’esclusione, che non riesce a concepire la libertà senza il filtro della “patente morale”. Ciò che è accaduto a questi editori identitari non è un incidente isolato. È accaduto a Torino con Altaforte, accade oggi con Passaggio al Bosco, accadrà ancora domani. Non stupisce, ma racconta un sistema. Un antifascismo automatico che non difende la libertà: la limita. Non la garantisce: la seleziona. Non la pratica: la concede, e solo a chi è gradito. La risposta a questo metodo non può essere la disponibilità, né la speranza di un dialogo inesistente. Deve essere chiarezza, compattezza e memoria lunga. Bisogna ricordare i nomi, i comportamenti, la logica dei boicottatori. Bisogna opporre spazi alternativi, presenza, qualità e una linea che non si piega alla moralizzazione di chi vorrebbe decidere cosa si può leggere e cosa no.

La fragilità degli antifascisti è evidente

Il vero atto politico, oggi, sta nel ribadire un principio semplice: la libertà non si difende censurando chi non ci piace. E chi pretende di difenderla cancellando un editore non solo tradisce i valori che invoca, ma rinuncia a rappresentarli. La fiera del libro deve restare luogo di confronto reale. Il resto sono tentativi di interdizione che rivelano la fragilità di una sinistra che quando non litiga con sé stessa, deve per forza coagularsi contro un nemico pubblico.

Vincenzo Monti

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