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Il semestre filtro non è il problema

by Francesco Clun
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Roma, 15 dic – Il “semestre filtro” per Medicina ha avuto, in poche settimane, il destino tipico delle riforme italiane: prima presentato come liberazione, poi ridotto a scandalo. E invece merita una lettura meno nervosa e più lucida. Non perché sia perfetto, ma perché corregge, almeno nell’intenzione. un vizio del modello precedente: la selezione affidata a un test d’ingresso che, col tempo, aveva smesso di misurare ciò che dichiarava di misurare.

Il semestre filtro contro la deriva dei test

Il vecchio meccanismo non era discutibile solo per alcune domande lontane dalla medicina. Era discutibile soprattutto perché spostava l’asse della competenza: premiava l’addestramento al formato, la familiarità con i trabocchetti, la capacità di macinare banche dati fino all’automatismo. In parallelo si era consolidato un mercato di corsi e strumenti di preparazione che non era un semplice aiuto: era la prova che la selezione stava scivolando verso un’industria privata. Il punto non era soltanto economico; era culturale. Si imparava a superare quel test, non a capire davvero le scienze di base. Quando un sistema genera, per sopravvivere, un’industria di addestramento, il sistema è mal tarato.

Il semestre filtro prova a raddrizzare quella deriva: selezionare sui fondamentali e farlo dentro l’università. Chimica, biologia e fisica non sono orpelli: sono la grammatica con cui, più avanti, si comprende farmacologia, fisiopatologia, diagnostica. Pretendere un livello minimo su queste materie non è elitismo sociale; è prudenza pubblica. La medicina non è un diritto sentimentale: è una responsabilità professionale. La passione è un motore, ma non è un criterio. E la soglia di sufficienza (18/30 n.d.r.) dovrebbe restare precisamente questo: il minimo sindacale. Un gradino, non un muro; ma neppure un optional.

Il problema della bocciatura di massa

Il nodo, allora, non è indignarsi perché un filtro filtra. Il nodo è capire che cosa significhi, oggi, una bocciatura di massa su un livello che dovrebbe essere minimo. La prima spiegazione è la più scomoda e, proprio per questo, la più evitata: la preparazione in uscita dalle superiori è spesso fragile. Troppi studenti arrivano all’università senza metodo, con conoscenze disomogenee e con un rapporto difensivo verso le materie scientifiche, vissute come ostacoli da aggirare più che strumenti da dominare. Qui non c’entra la cattiveria di un esame: c’entra l’abitudine, sedimentata, a trattare la difficoltà come un abuso e la sufficienza come un diritto.

Ma sarebbe un errore fermarsi alla colpa generazionale. Quando le percentuali di esclusione diventano enormi, anche il sistema deve interrogarsi. Un filtro nazionale è meritocratico solo se il terreno di gioco è ragionevolmente uniforme: programmi chiari, obiettivi espliciti, materiali accessibili, didattica che non dipenda dalla fortuna di capitare nel corso giusto. Se l’offerta è disomogenea e fatta di aule ingestibili, tempi compressi, qualità variabile della docenza e contenuti trattati in modo non comparabile, la selezione incorpora inevitabilmente variabili spurie, e il merito si mescola alla logistica. Non è un argomento per abbassare l’asticella, ma per renderla credibile: stessa aspettativa, stessa possibilità concreta di prepararsi.

L’università non è un parcheggio sociale

Detto questo, la responsabilità degli studenti resta un fatto. L’università non è un parcheggio sociale e non può essere trattata come la prosecuzione delle superiori. Un percorso competitivo richiede un cambio di mentalità: lo studio è il centro, non una variabile residuale. È irrilevante, ai fini della valutazione, che lo studente sia impegnato in mille altre attività (sociali, politiche, personali) per quanto rispettabili: non sono crediti in fisica o biologia. L’idea del sei politico, o più in generale la pretesa che l’impegno extrascolastico valga come attenuante accademica, è una scorciatoia culturale e forse, anche, un po’ troppo comoda: chiede sconti in nome di una narrazione. Ma l’università, se vuole restare università, non valuta narrazioni; valuta conoscenze, metodo, tenuta.

Su questo sfondo, la peggiore risposta possibile è quella politica: la pezza dopo il buco. Cambiare le regole dopo, inventare ripescaggi perché “troppi sono rimasti fuori”, ammettere comunque chi non ha raggiunto la sufficienza significa distruggere la fiducia nel sistema e offendere chi ha superato la prova dopo studio e dedizione. L’unica correzione legittima ex post è quella imposta da un vizio grave come irregolarità, errori oggettivi e condizioni non comparabili. Tutto il resto è politica che evita il costo di dire la verità e trasferisce l’incertezza su studenti e famiglie.

Educare (anche) alla responsabilità

Quanto alla fragilità psicologica, serve sobrietà. Un esame non è una guerra, ma è una verifica: chi aspira a una professione ad alta responsabilità deve imparare a reggere pressione e fallimento. Il punto, semmai, è che stiamo allevando generazioni sempre meno allenate al rifiuto, alla frustrazione e alla fisiologia del fallimento. Non perché siano più deboli per natura, ma perché l’ambiente educativo ha progressivamente disinnescato l’idea stessa di limite. Le famiglie, spesso in buona fede, hanno trasformato ogni insuccesso in un trauma da neutralizzare; la scuola, altrettanto spesso, ha confuso l’inclusione con l’indulgenza, smussando gli spigoli della valutazione e abbassando l’aspettativa di fatica. Così si produce un paradosso: si protegge lo studente dall’urto del fallimento nel breve periodo, e lo si rende più vulnerabile nel lungo, quando l’urto arriva davvero e non c’è più alcun cuscino istituzionale. In medicina, poi, l’idea che la pressione sia un’ingiustizia è semplicemente incompatibile con la realtà: la pressione è parte del mestiere, e la capacità di rimanere lucidi quando qualcosa va storto è un requisito, non un optional. Questo non significa deridere chi va in crisi, né usare la durezza come feticcio; significa rimettere al centro la responsabilità: standard alti, strumenti di metodo, e una cultura dell’effort che non venga scambiata per cattiveria. Il supporto, quando serve, non è indulgenza: è addestramento alla tenuta, perché la tenuta, in aula come in corsia, è parte della competenza.

Resta infine il problema pratico degli esclusi. Se decine di migliaia restano fuori, non si possono lasciare sospesi ad anno inoltrato: produci spreco, rancore e segna marcatamente il fallimento di una politica universitaria miope. La riforma va completata con vie d’uscita dignitose: crediti realmente spendibili, passaggi fluidi verso corsi affini, percorsi alternativi professionalizzanti, finestre di rientro predefinite. Non per annacquare il filtro, ma per evitare che diventi una roulette esistenziale.

Il semestre filtro non è, in linea di principio, un’idea sbagliata. È un test, però, non solo per gli aspiranti medici: è un test per la capacità del Paese di tenere insieme regole stabili, didattica all’altezza e responsabilità individuale. Quando a mancare sono regole chiare e didattica omogenea, il filtro diventa arbitrio. Quando a mancare è lo studio, il filtro mantiene la sua naturale funzione e resta selezione: il verdetto, per quanto impopolare, non è un’ingiustizia ma una diagnosi.

Francesco Clun

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