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I popoli fanno la storia: da Belfast e Roma, una scintilla per l’Europa

by Francesco Boco
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Roma, 15 giu – L’8 giugno il rifugiato sudanese Hadi Alodid ha brutalmente aggredito il tecnico radiologo Stephen Ogilvie a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. La vittima si trova ora in coma e ha riportato numerose ferite al volto, al collo e alla schiena, perdendo l’occhio sinistro, in quello che appare come un vero tentativo di decapitazione in strada. Sono immediatamente esplose dure proteste anti-immigrati, veicoli, case e negozi di immigrati sono stati dati alle fiamme. A nulla sono valsi gli appelli alla calma del premier Starmer e di altre autorità.

Questo terribile episodio è l’ultimo di una lunga serie che in tutta Europa vede come vittime designate i cittadini europei. Le motivazioni di questi atti possono essere le più disparate, ma al fondo è possibile individuare un odio per l’uomo europeo e per tutto ciò che rappresenta. Anni passati a costruire una narrazione che colpevolizza i bianchi per tutti i mali del mondo, e che per questo pretende che si svuotino di ogni tratto identitario forte, ha creato il clima culturale adatto affinchè questi episodi trovino un qualche tipo di giustificazione. Gli africani devono essere orgogliosi di se stessi, gli asiatici pure, gli europei non possono invece difendere la propria storia e la propria cultura senza incorrere in preventive accuse di razzismo e prevaricazione.

È del tutto evidente che un martellamento del genere, volto a colpevolizzare una sola fetta di popolazione per una sorta di “passato che non passa”, sta producendo forme di rigetto sempre più decise ed esplicite. Tanto più che l’uomo bianco, messo lui solo sul banco degli imputati, rischia spesso e volentieri violenze gratuite. Negli ultimi anni sono comparsi movimenti politici che si oppongono all’immigrazione incontrollata e che chiedono, in varia misura, una riaffermazione dell’identità culturale della propria nazione. Una richiesta che sta aumentando di intensità, e che, per ora, almeno in Europa occidentale, non sembra aver trovato risposta soddisfacente. Eppure la storia è ormai in movimento e le motivazioni della vita sembrano avanzare con crescente insistenza le loro ragioni.

Da Belfast a Roma: i popoli fanno la storia

Nella sua risposta a Ernst Jünger contenuta nel volume Il nodo di Gordio, il giurista Carl Schmitt ricorda che la storia non si ripete, gli eventi sono sempre singoli, collocati in un momento preciso, ma, come per lo storico Arnold Toynbee, si articolano sempre sul binomio challenge-response, sfida-risposta, e dunque, in altro contesto, Schmitt diceva: «dobbiamo cercare quindi la domanda storica peculiare, la grande sfida, e la concreta risposta». Ciò sta a indicare che ogni tornante storico decisivo è attraversato almeno da una grande domanda, da una grande tendenza, che deve essere compresa in tutta la sua portata.  Ebbene, è almeno dalla comparsa del “momento” populista che i popoli, massificati e atomizzati finchè si vuole, cercano di tornare sulla scena. E non sono mai i singoli a fare la storia, a decidere del futuro, sono i popoli, i quali si fanno portatori di correnti profonde, anche difficili da capire. L’individuo, l’uomo d’eccezione, il capo carismatico – o anche l’élite – emerge quando ha la capacità di raccogliere le grandi questioni, di fare sintesi, e di coagulare attorno alla sua azione un ampio consenso. 

La sinistra progressita, che si dice sempre dalla parte delle fasce più deboli e che dovrebbe essere la voce del popolo, fatica a comprendere le dinamiche attuali. Anzi, se è spesso pronta a giustificare con tutti i distinguo del caso proteste violente, aggressioni e crimini commessi da immigrati e nuovi europei di seconda e terza generazione, è altrettanto rapida a voltare le spalle alle richieste di quegli europei che vogliono che l’immigrazione incontrollata finisca, che le città tornino vivibili e che in generale si torni ad avere una cultura omogenea e condivisa. Questo popolo, confuso e arrabbiato, deve per forza di cose rivolgersi altrove, perché le istanze popolari, la voce degli autoctoni, non trova risposte.

In Europa si agita una rabbia inascoltata

La rabbia resta inascoltata. Alcuni movimenti politici sembrano porsi all’ascolto, ma all’atto pratico, almeno in Europa occidentale, le misure poste in essere sono insoddisfacenti, la volontà politica debole. Questo grumo oscuro che agita la storia sta facendo irruzione nell’unico modo in cui può farlo, dal momento che non viene compreso e incanalato positivamente dalla politica e dalla società. Belfast è una scintilla. La rivolta violenta chiama alla mente quel moto che fa la storia, che la tiene viva e costringe i cambiamenti bruschi, le fratture nel tempo storico. Così scriveva Georges Sorel nelle Riflessioni sulla violenza: « Ogni uomo o potenza la cui azione consiste unicamente nel cedere non può che finire per ritirarsi nell’esistenza. Chi vive, resiste; chi non resiste, si lascia fare a pezzi».  La protesta pacifica ma decisa, con chiari obiettivi politici, è sempre da preferire alla violenza fine a se stessa. In questi giorni a Belfast la rabbia popolare si è sfogata in modo anche indiscriminato e controproducente. Tuttavia, volendo fare i distinguo che anche la sinistra fa in casi analoghi, si può ben dire che un’auto incendiata o una casa devastata non hanno la stessa gravità di un omicidio, di un tentato omicidio o di un atto terroristico in una via cittadina. Inoltre, si potrebbe arrivare a sostenere che danneggiare strutture legate al business dell’accoglienza significhi creare un danno a quel lucroso sistema.

Se la rabbia va sempre ascoltata e capita – come dicono i progressisti -, allora bisogna farlo anche in questi casi, uscendo dalla zona di comfort e guardando la realtà del problema: la situazione è esplosiva e le città stanno diventando invivibili, le culle si stanno svuotando, il destino dei popoli europei è in bilico. In questi casi – e saranno sempre più frequenti – l’unico approccio possibile, è quello di chi osserva gli eventi e attende il momento per guidarli in modo operativo, creativo, attivo. Perchè oramai il flusso non può e non deve essere arrestato. Non serviranno appelli contro le rappresaglie, non bisognerà invocare la calma. Bisognerà lasciare che le cose facciano il loro corso, che i popoli d’Europa trovino la loro espressione storica spontanea. Bisognerà capire quale sia la challenge di oggi e di domani. 

La sinistra ha trovato la sua nuova parola d’ordine: Tecnofascismo

Studiosi e giornalisti stanno cercando di definire la tendenza storica che si sta manifestando. Uno dei termini più suggestivi è quello di tecnofascismo, che allude all’alleanza dei magnati della tecnologia con istanze anti-immigratorie, etnocentriche a favore dei bianchi. In realtà, come emerge da più parti, la parola tecnofascismo è imprecisa e viene usata in mancanza di un termine migliore e più attinente alla cosa che vuole descrivere. Ma gli eventi sono ancora in evoluzione e non è del tutto chiaro dove si andrà a parare. La democrazia rappresentativa sembra sempre più in crisi, il patriottismo costituzionale che doveva fornire un collante alla società non sta funzionando come previsto, il sommarsi di crisi economiche, sociali, energetiche sta erodendo il tenore di vita delle classi medie.

In questo clima, acquistano credibilità posizioni politiche autoritarie e programmi politici che, almeno a parole, si propongono di rovesciare lo status quo. Infatti, ciò che inquieta gli osservatori è il ritorno sulla scena di istanze identitarie da parte dei cittadini occidentali ed europei. Perché finchè sono gli africani o gli asiatici a rivendicare con orgoglio la propria identità, va tutto bene, quando lo fanno gli europei bianchi, no. E allora si torna a parlare di nazionalismo, di razzismo e xenofobia. Ma sempre a senso unico, perché non si vuole vedere il razzismo anti-europeo che serpeggia e non si limita all’uso delle parole.

In questo senso, anche l’uso della categoria fascismo sembra davvero impreciso. In primo luogo bisognerebbe definire chiaramente cosa s’intende per fascismo, e se si pensa di includere Trump, Putin e Netanyahu all’interno di questo concetto, si stanno automaticamente escludendo le esperienze storiche degli anni ’30 del secolo scorso. Se invece ci si riferisce, fissandone i caratteri, al fascismo italiano guidato da Benito Mussolini, allora si fatica a farne, in tutta onestà intellettuale, un movimento centrato sulla questione della razza. Questo è diventato un tema nel 1938, ma non era comunque un tema qualificante del fascismo in sé.

Se da un lato dunque si fa riscorso alla categoria di tecnofascismo in mancanza di termini migliori, dall’altro è evidente che la parola non ha una funzione puramente descrittiva, ma ha scopo critico e demonizzante. Tanto più che se si intravede come challenge futura l’avanzata del binomio tecnica e razza, bisogna anche ammettere che storicamente il fascismo, nelle sue varie declinazioni, è stato uno dei modi attraverso cui si è governato il tema della razza. Diversi sistemi comunisti furono accesamente nazionalisti e talvolta fecero perno su razza ed etnia per cementare la società. Ma anche monarchia e democrazia hanno conosciuto nel corso del tempo politiche razziali. Basti pensare che Joseph Arthur de Gobineau, autore del celebre Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, era diplomatico e fu ambasciatore in vari paesi. Se questo è vero, è chiaro che l’uso del termine fascismo oggi è malizioso e fuorviante. Tanto più che, qualora si desse una chiara e onesta definizione di fascismo, il suffisso “tecno” risulterebbe superfluo e tautologico.

Il capitalismo è nemico dell’identità

Se allora una nuova sfida storica si annuncia nel ritorno in forza delle identità popolari, con tutto un carico di rabbia pronta a detonare, è urgente uscire dalle strettoie degli schemi mentali e sforzarsi di comprendere gli eventi e il loro possibile sviluppo. La sinistra progressista è oggi in difficoltà perché non riesce più a capire una realtà che non risponde ai parametri del politicamente corretto, dell’accoglienza indiscriminata e della incultura woke. Un conto sono utopie e teorie, un altro sono i fatti concreti. E ciò che si vede sono frustrazione, paura, orgoglio, rabbia, mescolati in una miscela che se non verrà rapidamente presa sul serio, ascoltata e compresa, produrrà esiti devastanti, destinati a segnare nel profondo la società europea.

I popoli ancora pronti a ribellarsi e a lottare sono popoli vivi, che non hanno ancora esaurito le energie vitali, nonostante tutto. Queste energie rischiano però di essere deviate, distorte e pilotate. La questione identitaria, che sta provocando un terremoto nelle agende politiche occidentali, non può limitare la propria battaglia solo all’immigrazione in sé, ma deve avere piena coscienza delal vasta portata di problemi connessi all’immigrazione incontrollata. Alain de Benoist diceva giustamente che non si può essere contro l’immigrazione e a favore dell’economia di mercato (e non si può essere contro il capitalismo e a favore dell’immigrazione), perché il capitalismo è il motore economico dei flussi migratori, che ha sfruttato fino a oggi per aprire nuovi mercati e assoldare manodopera a basso costo. Le due battaglie vanno di pari passo. L’autentica visione identitaria deve dunque essere necessariamente anti-capitalista, cioè contraria al dominio dell’economia sulla politica, al prevalere del profitto su ogni altro principio etico e alla concezione sradicata, universalista, livellante della vita.

Remigrazione, riconquista, rivoluzione

Come risulta ormai chiaro, la storia non si ferma alle teorie, non sottostà a schemi mentali e non si lascia incasellare in rigidi sistemi filosofici. Persino Lenin dovette adattare la teoria marxista alla realtà storica della Russia del tempo. Per capire davvero la fase di transizione attuale e il cambio di paradigma potenziale bisogna in primo luogo affrontare gli eventi con sguardo freddo e mente pragmatica, nessuna rigidità, nessuno schema del passato.  Il libro collettivo Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista, uscito recentemente per Altaforte edizioni, è l’ultimo di una nutrita serie di testi che studiano una strategia praticabile per invertire la tendenza alla distruzione dell’identità europea. È un primo importante passo verso una presa di coscienza continentale, verso quella che potrebbe essere una vera Rivoluzione europea. 

Perché l’Europa si comprenda come civiltà e scopra il ruolo di potenza equilibratrice auspicato da Carl Schmitt, è necessario che gli eventi maturino, che le cose facciano il loro corso, anche doloroso e difficile, perché i popoli addormentati trovino le risposte, si diano delle avanguardie, riaccendano il coraggio. Allora si potrà fare largo un progetto politico reale, concreto, che oggi non ha nome e che non potrà avere i caratteri del passato. Le nuove sintesi si agitano nelle strade e nelle piazze, sta ai buoni europei smetterla con le rigidità teoriche. L’Europa è nel pericolo, ma solo il pericolo è fecondo.

Francesco Boco

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