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Una Repubblica fondata sulle canzonette

by La Redazione
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Fedez Rosa Chemical finto scandalo

Roma, 24 dic – Il primo articolo della Costituzione recita che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Mezzo di partecipazione sociale, di pregresso e di una dignità oggi scomparsa. Al posto del lavoro infatti si è instaurato il dominio canoro, la “Repubblica delle canzonette”, fenomeno epocale segno di decadimento cerebrale e culturale.

Basse forme musicali

Non il canto gregoriano medioevale, musica che scandiva la Liturgia delle Ore, creato per rafforzare l’atmosfera sacra delle chiese e dei conventi ed elevare lo Spirito al divino. Nemmeno il “bel canto” nato tra epoca barocca e romanticismo, che trasformò la voce umana in strumento musicale. Forme artistiche colte e raffinate di tempi ancora ordinati.

La nostra epoca, quella della dissoluzione, è invece caratterizzata dal dominio assoluto di forme musicali basse e demenziali parlate da rapper e trapper. Espressioni prive di arte che ostentano la ricchezza economica, l’uso di droghe e violenza, veri inni alla devianza spacciati per musica, ovviamente arrivate dagli USA.

Banalità e triste romanticismo

Non solo queste forme musicali involute, ma anche il profluvio continuato di canzoni melodiche, piene di banalità, di triste romanticismo invadono le tv. La programmazione televisiva è per ore occupata da trasmissioni dove si canta. Da talent show dove sedicenti cantanti, dall’infanzia alla terza età, tentano di arrivare al successo.

La Repubblica delle canzonette

Un’occupazione di spazi comunicativi condivisi con cuochi e chef, scelta che denuncia il gradimento dell’utente medio dei programmi spazzatura. Il successo e la diffusione di queste trasmissioni parlano dei gusti dei consumatori della società nutritiva: cibo e musica di infima qualità. La musica sinfonica con i suoi immortali capolavori non ha spazio, così come i grandi cantautori, che preferiscono tenere concerti con folle oceaniche.

La scena è dominata da menestrelli vestiti come pagliacci, da cubiste assurte al ruolo di cantanti, vestite, si fa per dire, da spogliarelliste.

Un triste circo che riflette spietatamente la crisi culturale e spirituale dell’epoca dell’apparenza, del vuoto mentale, riempito con la volgarità e l’insignificanza. Il bello, espressione del divino, è scomparso nella società materialista dei consumi, sostituito dall’esteticamente orrido, riflesso della miseria spirituale.

Un modello malato di società

Privati di valori, idee e tradizioni i giovani non ambiscono più a costruire vite virtuose, ma anelano al successo facile e vuoto del mondo dello spettacolo.

La massima aspirazione è partecipare al Festival di Sanremo. Ormai vetrina della sottocultura woke, dove oltre ad ammorbare la vita dei telespettatori con la pubblicità dell’evento con mesi di anticipo, si propone un modello malato di società: quella delle canzonette. Mentre le menti migliori fuggono all’estero per avere maggiori opportunità professionali, quelle che rimangono sono abbagliate dalle luci di uno spettacolo volgare.

La kermesse canora, assurta a simbolo della Nazione, costa ai contribuenti tra i 15 e i 20 milioni di euro ogni anno. Con un guadagno per la Rai di decine di milioni. Tra sponsor, canone televisivo, pubblicità, gli introiti del Festival sono imponenti, ma nulla viene restituito ai cittadini depredati del costo del canone Rai prelevato forzosamente dalla bolletta della luce.

Spettacolo dove il popolo viene irriso da conduttori progressisti che devono dichiararsi antifascisti, dove le folli teorie gender sono dispensate come verità assolute, un festival a carico dei veri proprietari della Rai: i cittadini. I costi vengono socializzati e i ricavi incassati nella migliore tradizione della Fiat Stellantis, ma la Rai non è della famiglia Agnelli-Elkann, ma teoricamente degli italiani.

Il dominio della casta progressista

Un’azienda che conta tra i dodicimila e i tredicimila dipendenti, oltre i consulenti esterni, totalmente lottizzata dai partiti e tuttora dominata dalla casta progressista, viene mantenuta da pensionati e lavoratori che fanno fatica a sopravvivere al carovita.

È tempo che i servizi statali tornino proprietà del popolo, che i loro mezzi di comunicazione diffondano cultura e intrattenimento intelligente e raffinato, non solo canzonette e volgarità. Da popolo di santi, poeti e navigatori siamo diventati quello dei cantanti e dei giullari. Ma gli anticorpi sono ancora presenti nel dna della Nazione e si cominciano a muovere.

Roberto Giacomelli

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