“Come se la passa il nostro Tiger?”.
“Malconcio e acciaccato. Ma pronto all’uso”.
“Bene. E voi?”.
“Come lui.”
Roma, 10 gen – In questo dialogo, in una delle scene iniziali della pellicola, sta tutto il senso letterale e metaforico del nuovo film del regista tedesco Dennis Gansel (già noto anche da noi per il riuscito L’onda). La pellicola si chiama Der Tiger, ed è disponibile da pochi giorni su Amazon Prime.
Gli uomini e il fuoco
Il comandante Philip Gerkens interroga il suo secondo Christian Weller sullo stato del carro armato panzer Tiger e, di riflesso, dei suoi quattro uomini. Sì, perché la squadra composta da questi cinque soldati (di età, ceto sociale e passato totalmente differenti) sono i protagonisti assoluti della storia al pari dello stesso Tiger (che infatti si merita il titolo) e dell’elemento del fuoco, che compare in maniera sinistra e misteriosa dalla prima all’ultima inquadratura.
Prima di addentrarci nella trama, va assolutamente fatto notare come un film mainstream tedesco del 2025 (prodotto da Amazon, ha avuto anche il raro onore di questi tempi di venire persino distribuito nelle sale cinematografiche della Germania), diretto da un uomo nato nel 1973, affronti il tema della Seconda guerra mondiale senza scadere in alcuna retorica. O, peggio, presentando i combattenti nazisti come dei mostri, come abbiamo praticamente quasi sempre visto fare. Verrebbe da dire che il periodo “frizzantino” che stiamo vivendo a livello globale forse ha riportato la guerra ad essere vissuta come un evento reale e non più come una fiaba, nella quale i buoni devono sconfiggere i cattivi per impartire a tutti noi una morale. Ma tant’è: vedere un film nel quale i combattenti dell’Asse non sembrano i cattivi di Buffy l’ammazzavampiri o di Walker, Texas Ranger è già di per sé tanta roba.
Der Tiger, un’operazione disperata
Ma ovviamente ciò non basta a rendere il prodotto riuscito. A questo provvede una trama serrata, che parte dalla ritirata tedesca sul fiume Dnepr nel 1943 durante l’Operazione Barbarossa. I cinque protagonisti sopravvivono miracolosamente allo scoppio di un ponte, ma poi vengono reclutati per un’operazione segreta, allo scopo di riportare al sicuro un colonnello tedesco (tra l’altro il miglior amico del comandante), che pare si sia rifugiato in un bunker nella terra di nessuno.
Il gruppo parte così per questa operazione disperata, che stilisticamente deve molto ad Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. L’impresa folle, il consumo di droghe per non impazzire, gli incontri con personaggi inquietanti ed il mistero finale del colonnello che forse ha perso il senno ed ora vive come se la guerra non esistesse. In tutto questo le battaglie sono semplicemente un male necessario da superare (di fatto ne vediamo solo due e sono tra l’altro molto ben realizzate ed adrenaliniche). La storia procede come un videogioco nel quale passare al livello successivo. Attenzione: quando diciamo videogioco lo facciamo in accezione totalmente positiva. Tanto che attualmente sono forse l’unico media in grado di sperimentare ancora. Ma poi del resto la vita stessa cosa è se non il superare un livello dopo l’altro?
L’unico finale possibile
Altro punto forte del lungometraggio è poi l’alchimia tra i cinque attori del gruppo, tra i quali spicca David Schütter, volto assai noto in Germania. La politica nel film entra poco. O, meglio, vi entra indirettamente proprio per il fatto che cinque persone molto distanti in tutto (anche ideologicamente, come si intuisce nell’unico breve ma fondamentale dialogo sulle sorti del conflitto), si trovino a dare la vita gli uni per gli altri semplicemente perché è così che deve essere.
Il finale è poi parte fondamentale del tutto. Se anche vi facessimo il minimo spoiler, giustamente ci odiereste. Ma, piccola anticipazione, a nostro avviso è l’unico finale veramente possibile. E che fa chiudere la visione ancora più appagato per le due ore passate davanti allo schermo. Un paio d’ore che volano via, al contrario delle cicatrici di una guerra.
Roberto Johnny Bresso