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Altro che fake news: la ragazzina di Dundee aveva ragione

by La Redazione
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Roma, 12 giu – Era stata liquidata come l’ennesima fake news della destra, come la solita psicosi social, come il riflesso condizionato di un’Europa incapace di accettare la propria trasformazione multiculturale. Una ragazzina scozzese armata di coltello e ascia, un uomo straniero ripreso mentre la filmava, accuse di molestie, una strada di Dundee diventata in poche ore un caso internazionale. La macchina del discredito era partita subito: non guardate il contesto, non fate domande, non credete alle ragazze, fidatevi della versione ufficiale. Poi è arrivato il tribunale.

A Dundee il caso era esploso grazie a un video virale

Ilia Belov, 22 anni, cittadino bulgaro di etnia rom, è stato ritenuto colpevole di aver aggredito una dodicenne e di aver tenuto un comportamento minaccioso e abusivo nei confronti di quattro ragazze tra i 12 e i 14 anni. Sua sorella, Nadjedzha Belova, 20 anni, aveva già ammesso l’aggressione a una tredicenne. Secondo quanto emerso davanti alla Dundee Sheriff Court, il caso non era affatto la storiella edificante della “coppia straniera aggredita da giovani razziste” che molti avevano frettolosamente confezionato. Al contrario: il giudice ha ritenuto provato che a innescare tutto furono i commenti sessualizzati rivolti da Belov alla dodicenne. La ragazza, oggi tredicenne, ha raccontato che l’uomo le avrebbe detto di avvicinarsi e che le avrebbe mostrato “come divertirsi”. Le giovani reagirono, lo insultarono, gli dissero di lasciarle stare. A quel punto, secondo la ricostruzione accolta in aula, Belov non si allontanò, non chiamò la polizia, non disinnescò nulla. Chiamò invece la sorella. E la situazione degenerò. La dodicenne fu spinta a terra; la sorella di Belov aggredì un’altra ragazza del gruppo. Solo dopo, la minore tirò fuori coltello e ascia, che portarono il video a fare il giro del mondo e permisero a troppi di fermarsi all’immagine più comoda: la ragazzina armata, non l’adulto che l’aveva provocata e aggredita.

Non era una “fake news”

Qui sta il punto. Per mesi l’opinione pubblica è stata invitata a non credere ai propri occhi. Le autorità parlarono di “misinformation”, i media progressisti si affrettarono a incorniciare il caso dentro il solito schema: da una parte il panico morale anti-immigrazione, dall’altra le istituzioni responsabili incaricate di riportare la calma. Peccato che quella calma fosse costruita sulle spalle di una bambina. Peccato che la versione iniziale fosse incompleta. Peccato che, alla fine, il tribunale abbia restituito alla vicenda ciò che la propaganda aveva provato a cancellare: una vittima, un’aggressione, un adulto colpevole. Nessuno deve trasformare questa storia in una licenza al caos o alla giustizia privata. Una dodicenne con coltello e ascia in strada è il segno di una società già spezzata. Ma proprio per questo la domanda vera è un’altra: perché una bambina arriva a pensare di doversi difendere così? Perché, davanti a casi simili, la prima preoccupazione delle classi dirigenti europee sembra sempre quella di proteggere la narrazione, non le vittime? Perché il riflesso automatico è screditare chi denuncia, soprattutto quando la denuncia disturba il dogma dell’integrazione riuscita?

Da Dundee un’altra mazzata alla narrazione multiculturale

Dundee parla di un intero continente in cui la sicurezza quotidiana viene sacrificata sull’altare del quieto vivere multiculturale. Parla di quartieri popolari lasciati soli, di ragazze costrette a crescere in un clima di paura, di istituzioni che intervengono prima per correggere il racconto pubblico che per ascoltare chi ha subito violenza. Parla di un sistema che ha trasformato la parola “fake news” in un manganello ideologico: non uno strumento per cercare la verità, ma un modo per impedire che certe verità vengano dette. Alla fine, però, la realtà torna sempre.

Vincenzo Monti

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