Roma, 11 gen – Quando Donald Trump annuncia che porterà a Davos il tema della casa e che vuole bloccare i grandi investitori istituzionali dall’acquisto di abitazioni unifamiliari, la notizia non sta solo nella misura in sé. Sta nel luogo politico a cui è destinata. Non un comizio, non un messaggio per la base elettorale, ma il vertice dove il capitalismo globale discute con se stesso. È qui che Trump promette di mettere sul tavolo l’accessibilità alla proprietà. Ed è questo il passaggio che rompe una continuità che si è creduta irreversibile.

Trump e il sogno americano della casa
Negli ultimi decenni – è innegabile – la casa è uscita progressivamente dal campo delle priorità strategiche dell’Occidente. È diventata un asset finanziario, una voce di portafoglio, un prodotto di investimento. Negli Stati Uniti questo processo ha assunto una forma particolarmente aggressiva: fondi come BlackRock, veicoli immobiliari e grandi operatori hanno acquistato centinaia di migliaia di abitazioni unifamiliari, trasformando quartieri interi in piattaforme di rendita. Soggetti che non abitano, non votano, non mettono radici, ma estraggono flussi di cassa. Trump non contesta il capitalismo immobiliare in quanto tale. Rivolgendosi al sistema, dice qualcosa di più sottile: questo modello sta producendo instabilità. L’American Dream — la casa come primo capitale, come ancoraggio sociale — si è spezzato perché il mattone è diventato un bene finanziario prima che un bene di vita. Se fondi e famiglie competono sullo stesso stock abitativo, non si crea efficienza: si crea rendita. E una società che vive di rendita immobiliare smette di produrre futuro. Negli Stati Uniti l’accesso alla casa non è solo una questione sociale: è una infrastruttura politica. La middle class americana si è costruita sulla proprietà diffusa. Quando questo meccanismo si inceppa, l’intero equilibrio tra lavoro, credito e consenso entra in crisi. Portare questo tema a Davos significa ammettere che la questione abitativa non è più un problema “per i giovani” o “per i poveri”, ma una variabile sistemica. Se intere generazioni non riescono ad accumulare patrimonio, a stabilizzarsi, a pianificare il futuro, anche i mercati perdono profondità. Non c’è solo una crisi sociale: c’è una crisi di riproduzione del capitalismo occidentale.
Non solo segnali, ma un piano d’emergenza
A rafforzare il segnale lanciato da Trump c’è anche ciò che sta maturando sul piano istituzionale e bipartisan. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha confermato che la Casa Bianca valuta di dichiarare in autunno una “emergenza abitativa nazionale”, la prima dal collasso della bolla immobiliare del 2008, una mossa che permetterebbe al presidente di attivare poteri straordinari aggirando il Congresso ai sensi del National Emergencies Act del 1976. Parallelamente, la senatrice democratica del Michigan Elissa Slotkin ha depositato il National Housing Emergency Act, che chiede a Trump di invocare e adattare il Defense Production Act per forzare l’industria americana a produrre materiali e servizi per l’edilizia, sospendere regolamenti locali, statali e federali che pesano per circa il 25% del costo di una casa, e legare i fondi federali alla costruzione di nuove abitazioni. Slotkin motiva l’iniziativa con numeri che fotografano una crisi sistemica: il 75% delle famiglie americane non può permettersi una casa al prezzo mediano, gli Stati Uniti hanno un deficit di almeno 4 milioni di unità abitative, e in molte aree urbane i prezzi hanno raggiunto cinque o dieci volte il reddito medio. Anche per questo, mentre Trump promette nuove misure dopo il bando agli investitori istituzionali — “le persone vivono nelle case, non le corporations” — l’intero sistema politico americano sembra convergere su una diagnosi comune: la casa non è più un tema settoriale, ma una emergenza di sistema che mette in gioco la sopravvivenza stessa del ceto medio.
L’Italia ha un problema immobiliare
È qui che possiamo spostare lo sguardo torna all’Italia. I dati diffusi da Will fotografano una realtà che non è più ciclica ma strutturale. Nel 1985 un baby boomer con uno stipendio medio di circa 13.200 euro poteva comprare una casa di 100 metri quadri da 85 mila euro. Oggi un millennial guadagna mediamente tra i 19 e i 21 mila euro, ma quella stessa casa costa oltre 180 mila. Il rapporto tra reddito e prezzo si è quasi raddoppiato. In trent’anni il prezzo delle case è cresciuto circa 14 volte più degli stipendi. Nelle grandi città il quadro è ancora più netto: a Milano servono circa 190 mensilità di stipendio medio per comprare un appartamento di 60 metri quadri, a Firenze 158, a Napoli 137, a Roma 119. Anche nelle città più “convenienti”, come Genova, servono quasi cinque anni di reddito pieno. La casa non è più un bene di accumulazione familiare: è diventata un muro sociale. Nel nostro Paese non sono i fondi a comprare villette come negli Stati Uniti, ma il meccanismo è sorprendentemente simile: concentrazione dell’offerta, rigidità urbanistica, rendita da locazione, finanziarizzazione del mattone e mutui resi più costosi dalla stretta monetaria. La proprietà si sposta sempre più verso chi ha già capitale, mentre chi vive di lavoro resta intrappolato nell’affitto o nella dipendenza dal patrimonio dei genitori. La mobilità sociale si inceppa. La casa torna a essere un privilegio ereditario.
Trump apre uno spiraglio nel cuore del capitalismo
Ed è qui che le parole di Trump smettono di essere solo americane. Non perché la sua proposta sia direttamente esportabile, ma perché indica una svolta di linguaggio: la casa torna a essere un problema di potere. Torna a essere qualcosa di cui si discute non solo nei forum del sociale, ma nei luoghi dove si decidono i flussi di capitale. La domanda che si apre, ed è questa la vera notizia, è se una parte del capitalismo occidentale stia iniziando a capire che l’epoca della rendita pura ha un costo politico ed economico troppo alto. Se senza una nuova accessibilità alla casa non si ricostruisce un ceto medio competitivo, stabile, investitore di lungo periodo. Se il mattone, da strumento di estrazione, debba tornare a essere un’infrastruttura di stabilità. Trump non ci da una risposta definitiva. Ma il fatto che ponga la questione a Davos suggerisce che qualcosa si è incrinato nel senso comune delle élite. E che ciò che fino a ieri sembrava fuori dall’agenda — la casa come nodo centrale dell’ordine economico — potrebbe tornarci dentro. In Italia, dove la frattura è già profonda, questo spiraglio andrebbe trattato non tanto come l’ennesima boutade trumpiana ma come una questione che riguarda direttamente il nostro futuro.
Sergio Filacchioni