Roma, 12 gen – La declassificazione di oltre 77.000 pagine di documenti sull’amministrazione Kennedy voluta da Donald Trump ha riportato in primo piano una questione che in Italia è sempre rimasta sospesa tra dietrologia e rimozione: l’intervento diretto dell’intelligence statunitense nella vita politica della Prima Repubblica. Non si tratta di rivelazioni che stravolgono la storia della Guerra Fredda, ma di materiali che ne precisano i meccanismi, mostrando con maggiore nitidezza come Washington non si limitasse a sostenere un campo ideologico, ma operasse selettivamente dentro il sistema dei partiti per orientarne gli equilibri.
I documenti di Washington riaprono un capitolo spinoso della Guerra Fredda
Il documento più rilevante è un memorandum del 10 settembre 1963, intestato alla Casa Bianca e relativo alle attività dello Special Group NSC 5412/2, l’organismo del Consiglio di sicurezza nazionale incaricato di autorizzare le operazioni coperte. In un passaggio dedicato all’Italia si legge che la Democrazia Cristiana era stata sostenuta dalla CIA con un milione di dollari per la campagna elettorale che aveva portato alle elezioni politiche del 28 aprile, oltre a ulteriori 600.000 dollari destinati ad “altre componenti politiche” nel paese. Il documento specifica inoltre che, dopo il calo di consensi subito dalla DC, il gruppo aveva autorizzato altri 125.000 dollari per sostenere il partito nella fase di formazione di un governo di centrosinistra. Non si trattava quindi di un intervento occasionale, ma di una strategia di accompagnamento politico che copriva sia la competizione elettorale sia la costruzione degli equilibri di governo. Il memorandum, redatto a pochi mesi dall’assassinio di Kennedy, è significativo anche per il tipo di analisi che accompagna i finanziamenti. La CIA attribuisce l’arretramento della DC non solo a fattori sociali, come il trasferimento di manodopera meridionale nelle città del Nord, ma anche a dinamiche politiche e simboliche, come il ruolo di Amintore Fanfani e l’effetto dell’udienza concessa da papa Giovanni XXIII al genero di Nikita Krusciov. In questo modo emerge una rappresentazione dell’Italia come teatro di una competizione non solo elettorale ma culturale e psicologica, nella quale Washington interveniva non soltanto per sostenere alleati ma per correggere deviazioni considerate pericolose per l’assetto atlantico.
Non solo la DC, spunta anche il Partito Socialista di Nenni
Accanto alla DC, i documenti desecretati mostrano che anche il Partito Socialista di Pietro Nenni rientrava nella sfera delle operazioni coperte. Nei verbali del 15 e del 25 aprile 1963, relativi alle riunioni del President’s Intelligence Advisory Board e del Directorate of Plans della CIA, viene esplicitamente menzionato il “supporto specifico” agli autonomisti di Nenni, con l’indicazione che i fondi erano stati consegnati con successo pochi giorni prima del voto. Il contesto è quello della svolta che avrebbe portato alla nascita del primo governo Moro di centrosinistra nel dicembre dello stesso anno. Per l’intelligence americana, l’ingresso dei socialisti nell’area di governo, a condizione che fosse sotto guida democristiana e in linea con l’Alleanza Atlantica, costituiva un modo per sottrarre consensi e spazio politico al PCI senza destabilizzare il sistema. Questo quadro mostra che l’intervento statunitense non si esauriva nel sostegno a un solo partito “amico”, ma mirava a modellare l’intero campo politico italiano, favorendo quelle combinazioni che garantivano l’esclusione dei comunisti dal governo e al tempo stesso una certa stabilità sociale. È in questo contesto che vanno letti anche i rapporti personali tra esponenti democristiani e vertici dell’intelligence, come quelli documentati nei diari di Fanfani sugli incontri con Allen Dulles e John Kennedy.
Il sostegno diretto a Lotta Continua
Il livello senz’altro più complesso dell’intervento emerge però quando ci si sposta dalla politica istituzionale all’area dei movimenti e dell’estrema sinistra. Le ricostruzioni di Ivano Cimatti, basate su documentazione giudiziaria e amministrativa, e le ammissioni di funzionari statunitensi come Thomas Fina e Robert Hugh Cunningham indicano che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, la CIA avrebbe operato anche attraverso il finanziamento indiretto di periodici, tipografie e strutture legate a Lotta Continua. L’obiettivo, come emerge da memorandum interni dell’intelligence, era quello di sfruttare il declino della Federazione giovanile comunista e dirottare la mobilitazione giovanile verso forme di radicalismo che indebolissero il PCI come forza organizzata. In questa prospettiva, sostenere un movimento extraparlamentare non significava promuoverne il progetto politico, ma sottrarre base sociale e capacità di controllo a quello che restava il vero avversario strategico, il più grande partito comunista dell’Occidente. Anche la fase successiva, quella del 1976, conferma questa logica. Quando il PCI raggiunge il 34 per cento dei voti e diventa impossibile escluderlo completamente dal processo decisionale, la CIA suggerisce al presidente Ford di accettare una forma di coinvolgimento indiretto dei comunisti nella gestione della crisi economica e sociale, purché restino esclusi dai ministeri chiave.
Il 1976 e la svolta con il Partito Comunista
La fase del 1976 è interessante proprio perché rompe lo schema “CIA = veto assoluto ai comunisti” e lo sostituisce con una logica più fredda: non si tratta più di impedire per principio, ma di gestire un dato di forza senza far saltare i cardini dell’alleanza occidentale e senza aggravare una crisi economico-sociale già fuori controllo. Da qui deriva la soluzione raccomandata: un coinvolgimento non ministeriale ma funzionale, cioè cooperazione legislativa e sociale per far passare misure impopolari e stabilizzanti, mantenendo al contempo i “ministeri chiave” fuori dalla loro portata. È il cuore del ragionamento: l’intelligence americana teme che l’Italia erediti “anni di negligenza” nella gestione economica, un sistema fiscale “ingombrante e inefficiente”, inflazione oltre il 17%, rischio di fuga di capitali e crisi di fiducia degli investitori. In questo quadro, l’eventuale “sostegno esterno” comunista viene reinterpretato non come minaccia immediata, ma come ammortizzatore politico: serve a rafforzare la credibilità della coalizione e a ridurre l’instabilità, proprio perché il PCI — con quella forza elettorale e quella struttura organizzativa — può contribuire a disciplinare il conflitto sociale invece di alimentarlo. Il passaggio sui sindacati è rivelatore: la CIA considera persino possibile “convincere i sindacati” ad accettare forme di moderazione salariale se i comunisti sono coinvolti dall’esterno. In altre parole, l’intelligence guarda al PCI come a una leva di governo dell’ordine sociale, non come a un corpo estraneo.
La “Solidarietà nazionale” non nasce in opposizione a Washington
Questo schema si incastra bene con la traiettoria italiana di quegli anni: consociativismo, “Solidarietà nazionale”, gestione dell’emergenza e ricerca di stabilità in piena pressione terroristica. L’elemento politico decisivo è che la CIA condiziona l’accettabilità di questo coinvolgimento a un requisito: niente portafogli strategici, niente controllo diretto su apparati e indirizzi che per Washington avevano valore sistemico (difesa, esteri, economia in senso stretto, intelligence). È qui che la “svolta” resta, in realtà, una continuità: non un’apertura ideologica al comunismo italiano, ma un aggiornamento della dottrina del contenimento, che passa dal veto totale alla cooptazione sorvegliata. Inoltre, e non è poco, nel 1976 questo “aggiornamento” risulta più facile da vendere, anche sul piano simbolico: la frase di Berlinguer (“Mi sento più sicuro stando di qua”, cioè nell’area NATO) viene letta come segnale di affidabilità e di distanza dall’URSS. Anche senza attribuirle un valore risolutivo, serve a rendere politicamente sostenibile la realpolitik suggerita dall’intelligence: se il PCI si presenta come forza responsabile, utile alla stabilità e non come terminale sovietico, allora la strategia più efficace non è bruciarlo con un muro frontale (che rischia di radicalizzare e destabilizzare), ma incanalarlo in un ruolo di “supporto esterno” controllato. La “Solidarietà nazionale” non nasce dunque in opposizione agli Stati Uniti, ma come adattamento pragmatico a un equilibrio che non poteva più essere forzato senza rischi sistemici.
Un paese trattato come uno spazio strategico
Nel loro insieme, i documenti declassificati non raccontano un’America guidata da principi, né un’Italia ridotta a semplice colonia e completamente eterodiretta. Raccontano piuttosto un paese trattato come uno spazio strategico da amministrare, nel quale partiti, correnti, sindacati e movimenti venivano valutati non per ciò che dichiaravano di essere, ma per la funzione che svolgevano nell’equilibrio generale. Washington non cercava fedeltà ideologica, ma affidabilità sistemica: che la Democrazia Cristiana governasse, che i socialisti dividessero il campo della sinistra, che l’estrema sinistra drenasse energie al Pci, che i comunisti, quando troppo forti per essere esclusi, venissero integrati senza controllare i gangli decisivi dello Stato. È questo il punto che sfugge tanto all’anti-americanismo di maniera quanto alla nostalgia della Prima Repubblica: l’Italia non fu semplicemente “influenzata” dagli Stati Uniti, ma inserita in una logica di gestione politica nella quale la sovranità formale conviveva con una sovranità sostanziale pesantemente condizionata. Capire questo meccanismo è più utile che rifugiarsi negli slogan, perché dice molto anche sul modo in cui le potenze, ieri come oggi, trattano i paesi che considerano vitali per i propri equilibri.
Sergio Filacchioni