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Fate una statua al genio di Saverio Tommasi (e alla sua disfatta!)

by Tony Fabrizio
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Roma, 21 gennaio – Contrordine, compagni! Statue, monumenti e opere d’arte in genere non vanno più abbattuti. Parola di Saverio Tommasi. Non ditelo alla Boldrini, però, che aveva anelato la distruzione totale. Sono lontani i tempi in cui il compagno Franceschini copriva con anonimi pannelli bianchi le opere dei musei capitolini per non urtare la sensibilità di chi veniva in visita a casa nostra. Persino troppo maschio armarsi di trapano e prendere a martellate il marmo che ha retto finora: si farebbe sfoggio dei muscoli che sono riconducibili alla forza bruta incarnata, manco a dirlo, dal Fascismo. Meglio non usare nemmeno la vernice con cui sinora Ultima Generazione e Non una di meno ricoprivano le opere d’arte: questi sono uomini che la vernice la mettono sulle unghie e non certo per cavalcare la nuova frontiera del riciclo.

Riscrivere la storia

Se n’è uscito così Saverio Tommasi che, gratta gratta, finisce per (s)parlare del Fascismo e delle opere d’arte che questo ha creato. Con un accenno “colonialista-razziale”, quanto basta che non guasta mai. Un’idea, la sua, di reinventare le statue, reinterpretarle, contrapporne altre per soffiare su quel fuoco del fascismo che accende la scintilla dell’antifascismo ridotto sempre più, inevitabilmente in cenere. Alla fine il vizietto è sempre quello: riscrivere la storia, reinventarla e piegarla al proprio uso e consumo. Persino di quelli che, combattendo il consumismo, ne sono stati divorati. Solo che non si sono accorti nemmeno di quello.

Già il titolo del volume citato nell’articolo di Fanpage è una prova di umiltà: le statue giuste. Alla fine chi vi dice chi sia la statua giusta? Domanda retorica: ve lo dice (anche) lo stesso Saverio Tommasi perché è giusto che quella statua, pure se fascista, o meglio, risalente al Ventennio, sia in un determinato posto giacché serve all’ultima frontiera del progressismo prêt-à-porter per giustificare il significato delle statue che loro stessi contrappongono.

Cambiare il significato delle statue

La nuova frontiera è cambiare il loro significato. Una sorta di aggiornamento firmware morale applicato ai blocchi di marmo che, purtroppo, non possono nemmeno rispondere. Alla fine il metodo che Saverio Tommasi propone, nemmeno poi tutta questa gran novità, è “solo” di rinominare la storia. Se proprio non piace. Il concetto, però, è rivoluzionario, seppur nella sua semplicità: si prende un condottiero del’ 700 e non ci si pone minimamente il problema di interpretare il significato che quei barbari che ci hanno preceduto hanno coniato per il condottiero. Saverio quindi si avvicina alla statua con quella sua aria da ti spiego tutto in tre minuti di video con musica malinconica di sottofondo e ci dice che quel bronzo non rappresenta più un passato ingombrante, ma una metafora del presente che piace a noi.

Tommasi diviene così il pioniere del gaslighting, della manipolazione mentale, una forma di violenza per mezzo della quale si mette in atto una distorsione della comunicazione con l’obiettivo di porre la vittima in una condizione di dubbio nei confronti di sé stessa, applicato ai beni culturali.

Le statue di Saverio Tommasi

Ma perché fermarsi qui? Se accettassimo la teoria del significato variabile a piacere le possibilità sarebbero infinite. Il David di Michelangelo, ad esempio, da vittoria dell’ingegno sulla forza bruta passerebbe tranquillamente a incarnare il manifesto contro il body-shaming, sdoganando il nudismo nei centri storici. Garibaldi a cavallo poi non sarebbe più l’eroe dei due mondi, ma chiaramente il pioniere della mobilità sostenibile interspecie che sta cercando un parcheggio per la bike sharing a quattro zampe. Le statue della fontana dei fiumi di Piazza Navona? Una denuncia profetica contro il caro-bollette dell’acqua e a favore della sensibilizzazione della penuria d’acqua del Sahel.

Nemmeno la morale “tommasiana” è una concezione nuova di zecca perché riduce tutto alla pretesa di curare il passato con i cerotti del presente. Bello sciorinare la moralità superiore sul madamato di Montanelli – ammesso sia veramente tale – quando in quegli anni i matrimoni avvenivano tutti in età giovanissima. Mica il Montanelli giornalista con cui Tommasi condivide la professione! Un mero esercizio di narcisismo etico: non guardiamo la statua per capire la storia – che, se non è reinventata, è sempre complessa, sporca e spesso cattiva – ma la usiamo come uno specchio per rifletterci la nostra indiscutibile superiorità etica. In fondo, Saverio ha ragione: perché sforzarsi di contestualizzare quando si può semplicemente sovrascrivere?

Anche l’esperienza coloniale…

Last, but not least, il passaggio sul colonialismo che fa tanto uomo di mondo. Proprio lui che è reduce da una traversata internazionale con imminente e comodo rimpatrio. Con tante statue – non di Mussolini, non dei gerarchi o dei quadrumviri – tira in ballo Montanelli per parlare del madamato e del famigerato posto al sole dell’Impero.

Ed è qui che si consuma la triste disfatta: se vuol parlare male del colonialismo fascista deve tener presente che il Fascismo negli anni ’30 del secolo scorso costruì (voce del verbo immaginare e portare a compimento) la via Balbia, una strada di oltre milleottocento chilometri che attraversa tutta la Libia; nel 1900 e in appena undici anni, quando ancora c’erano i treni a vapore, realizzò ben centodiciotto chilometri di strada ferrata che collegava Massaua-Asmara in Eritrea che dal livello del mare raggiunge i duemilaquattrocentro chilometri d’altitudine; in due anni, nel 1935, costruì una teleferica capace di trasportare seicento tonnellate di merci da Asmara al porto di Massua.

Una storia che probabilmente non conosce…

Quando nel 1941 il negus Hailé Selassié tornò in Patria dall’esilio stentò a riconoscere la sua Nazione grazie alla modernizzazione apportata dai fascisti. Persino Tommasi resterebbe sbalordito nel vedere le foto delle città dell’Africa Orientale prima e dopo col solo filtro del Fascismo. Ma questa è una storia che probabilmente non conosce, visto che nelle scuole non si insegna. Le opere realizzate in Libia, Somalia, Etiopia ed Eritrea durante l’epoca coloniale, inoltre, furono progettate da ingegneri e architetti italiani e realizzate dalla manodopera locale sotto la guida di quella italiana secondo il principio concepito da quel fascista di Ezra Pound che recita che la moneta è certificato di lavoro compiuto. Costruire lì da italiani aumentò il valore italiano: prestigio innanzitutto, mentre Asmara è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’umanità.

Se tutto questo non dice nulla, provi a chiedere ai cittadini africani o vada a ricercare tracce delle rappresaglie a danno degli italiani rimasti a vivere laggiù anche a guerra finita e dopo che i vincitori avevano tolto all’Italia il protettorato: non ne troverà. Il perché è pleonastico dirlo. Ma Tommasi fa tutto semplice e veste pure i panni dell’avanguardista: alla stregua di quelli hanno infilato due guantoni posticci al Genio del Fascismo, mentre ancora saluta romanamente, ribattezzandolo Genio dello sport e poi resta inserito in un contesto architettonico come quello dell’EUR.

Tony Fabrizio

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