Roma, 29 gennaio – A giudicare dai modi con cui sembra essere stata portata avanti e chiuso la vicenda, sembra di trovarci in un’aula di una qualunque questura del Belpaese. Dopo che i soliti antifa hanno sfasciato vetrine, assaltato banchetti dei loro avversari politici e incendiato presenti sul loro cammino, tutto si conclude con il volemose bene d’occasione. Non una ramanzina, non una denuncia, non un divieto o un provvedimento più forte. Niente. Sicuramente non è questo il modo di fare giustizia e di garantire l’ordine nella Nazione. Ma ciò che esce dalle stanze del Ministero degli esteri il giorno dopo il vergognoso inginocchiamento patito dai due Carabinieri italiani di fronte a un colono/militare israeliano è persino peggiore rispetto a quanto trapelato nelle primissime ore. Se è possibile.
Colono o militare?
Se in Patria si fa la gara a chi difende maggiormente urbi et orbi le Forze dell’Ordine, dagli scudi penali fino a qualsiasi fantasia (in)immaginabile, all’estero gli stessi vengono trattati come la vergogna italica e nemmeno minimamente tutelati.
All’inizio abbiamo saputo che i due militari dell’Arma sono stati fatti inginocchiare di fronte a un colono che, equipaggiato di kippah, mitra e giubbotto antiproiettile, non aveva riconosciuto la targa diplomatica. Accampando poi la scusa, anzi inventando di sana pianta, una inesistente zona militare. Seppure un colono qualsiasi il giorno dopo è divenuto misteriosamente un militare. Un soldato che ha sbagliato.
E l’omologo di Tajani, con un (per noi italiani) imbarazzante monologo, ha provveduto a liquidare l’incidente con un vago (o vano?) impegno di fare chiarezza. Le “Forze armate israeliane dicono che si trattava di un soldato e non di un colono che ha commesso un errore. Perché non ha riconosciuto la targa diplomatica. Direi che c’è dispiacere da parte di Israele per ciò che è accaduto e, infatti, il soldato è stato richiamato per dei chiarimenti. Il ministro degli esteri Gideon Saar mi ha detto che avrebbe fatto accertare la verità”.
Tajani e la posizione della Farnesina
Dunque, con un comunicato d’ufficio in cui i soli modi certi sono rappresentati dall’uso del congiuntivo, è pace fatta. Nessuna levata di scudi da parte nostra, nessuna alzata di testa o minaccia di schiena dritta. Ma al contrario testa bassa, zitti e muti a casa. Verrebbe da dire, se non fosse una paradossale offesa, obberdir tacendo. Se la vedranno loro, insomma. Dobbiamo fidarci di Israele perché i panni sporchi si lavano in famiglia pure se la divisa è portata dai nostri connazionali che hanno cucito non solo sull’avambraccio il tricolore e le macchie di fango provengono direttamente da casa nostra.
Seppur sfiora l’impossibile, oltre che il ridicolo, offende l’intelligenza e lede la dignità di una intera Nazione, la ricostruzione fatta dalla Farnesina parla di un uomo che, con tanto di giubbino antiproiettile, ha fermato i nostri militari. Ma “presumibilmente” non aveva intenzione di nuocere loro. Forse, avremmo dovuto aspettare a spettarci lo spargimento di sangue per parlare di prevenzione e di difesa, pure se poi sarebbe stato troppo tardi. I morti, i martiri fanno più scena ed offrono passerelle, mentre queste situazioni dovrebbero mostrare, invece, gli attributi che pudicamente-ma-non-pudicamente ognuno si guarda bene dal mostrargli.
Evidentemente per il ministro Tajani non è contato nulla l’episodio successo pochi giorni fa a Gerico, dove una nostra pattuglia, in perlustrazione anch’essa, è stata rapinata al pari di come si potrebbe rapinare un semplice turista. E il corpo militare italiano si è dovuto lasciare rapinare.
L’intervento di Giorgia Meloni
A salvare il salvabile ci pensa ancora una volta il duo Meloni-Crosetto. Hanno intimano a Tajani, per il quale deve essere null’altro che un atto dovuto, di richiamare l’ambasciatore di Israele in Italia.
Almeno per salvare quella faccia che, ancora una volta, sono costretti a mettere per supplire alle altrui maschere. È un diverso modo, per fortuna, addirittura antitetico di approcciare il problema, eppure le due forze politiche fanno parte dello stesso governo! L’erede di Gigino Di Maio dovrebbe con molta probabilità seguire l’esempio che viene da Giorgia Meloni. La quale, seppur in una sorta di storica (e forzata) dipendenza americana, continua a mantenere una propria dignità e intelligenza. E infatti riesce a ritagliarsi spazi e ruoli, anche da protagonisti, che ci permettono di guardare occhi negli occhi e con la schiena dritta i nostri interlocutori. Rioccupando spazi che sono sempre stati dell’Italia che oggi faticosamente e con successo tenta di rialzare la testa.
Dobbiamo riconoscere che evidentemente Tajani ha già dimenticato l’imbarazzante gioco a cui ci siamo prestati apparendo più indiani degli indiani nella vergognosa vicenda dei due marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Non gli sono bastati nemmeno l’incidente del Cermis. Quando un aereo americano tranciò i cavi di una funivia in Italia facendo venti morti e i piloti vennero giudicati negli Usa. O quanto accaduto con il caso Abu Omar. Ossia l’egiziano rapito a Milano che mostrò a tutti quanto l’intelligence italiana sia apparsa subordinata alla Cia e che solo il segreto di stato è riuscito a coprire le responsabilità. Ha persino confuso le caratteristiche laiche con quelle religiose dell’Unione europea facendo diventare le dodici stelle della bandiera dell’unione incredibilmente le dodici tribù di Israele.
Le simpatie di Tajani
Una confusione politichese che sembra essere creata ad hoc e gli ha permesso anche di salvare da un giusto processo una potenziale assassina che risponde al nome della precaria Ilaria Salis.
Sic stantibus rebus è lapalissiano che Tajani abbia delle simpatiche più o meno accese, come è giusto che sia. Ma se queste simpatie debbono imbarazzare la Nazione e il suo governo, ridimensionare il pericolo dei difensori di quella Patria i cui governanti minimizzano i rischi da loro corsi e sdrammatizzano persino sull’umiliazione subita ad opera di un uomo qualunque, qualcuno dovrebbe ricordargli che di marò ne sono abbondantemente bastati già due. Così come è stato sufficiente un Badoglio. E che la Farnesina, al netto di chi la presiede, è ancora sede di un dicastero del governo italiano. Se a Tajani risulta qualcosa di diverso o lui stesso è amato da sentimenti che superano quelli nazionali italiani, la sola strada d’uscita, sicuramente la più chiara e dignitosa rispetto al suo operato, resta quella delle non più procrastinabili dimissioni.
Tony Fabrizio