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Mario Merlino, una vita senza mutare bandiera

by Gabriele Adinolfi
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Mario Merlino

Roma, 5 feb – Non si può dire che portassi ancora i calzoni corti ma poco ci mancava. Avevo quindici anni e frequentavo da pochi mesi il primo liceo classico (oggi lo chiamerebbero terzo) quando a Milano ci fu l’attentato alla banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Poco dopo sentii per la prima volta il nome di Mario Merlino perché arrestato, insieme a Pietro Valpreda, come autori presunti della strage.

Mario Merlino, Europa e libertà

In realtà, come scoprii più tardi, fu una manovra del ministero dell’interno che, essendovi indizi sulla pista anarchica, aveva inventato il teorema della “infiltrazione” degli avanguardisti per spingere gli anarchici a commettere attentati al fine di scatenare la repressione. Ciò fu ripreso immediatamente dall’opusculo Il Reich brucia, poi ristampato come La strage di Stato. Soccorso Rosso, insieme con la Gladio e i vertici badogliani (nel senso letterario perché avevano servito Badoglio dopo il voltafaccia) tutti insieme appassionatamente per incolpare i fascisti. Fu la prima volta, ma si ripeté sempre, quasi per automatismi pavloviani. Non so chi fu responsabile di quella strage che, va detto, fu dovuta più a un errore che a un calcolo, in quanto l’ordigno esplose dopo l’ora di chiusura ma molti avventori erano rimasti dentro l’edificio. La cosa più probabile, tenuto conto degli indizi, è che la matrice fosse del gruppo che attorniava Giangiacomo Feltrinelli e che commise, tre anni e mezzo più tardi, la strage davanti alla Questura di Milano.

Una cosa però è certa: gli anarchici mettevano bombe, si tratta quasi di un marchio di famiglia, altro che infiltrati fascisti! Alcuni di loro, detenuti, erano rei confessi di attentati esplosivi in Toscana e in Lombardia, ma furono indotti dal Pubblico Ministero (l’accusatore…) a ritrattare le proprie confessioni riguardanti la Lombardia perché queste avrebbero offerto un elemento importante alla difesa di Franco Freda in un processo parallelo. In quanto alla “infiltrazione” di Merlino tra gli anarchici, è un’altra forzatura. Dopo Valle Giulia, Mario, che era libertario, si considerava anarchico e fascista al tempo stesso e come tale era riconosciuto anche dagli anarchici. Non era, allora, una cosa così strana. Un altro anarchico – però comunista libertario – Roberto Mander, che venne arrestato per un attentato all’Altare della Patria a Roma sempre nel giorno di Piazza Fontana, aveva composto al Giulio Cesare un tema splendido su Nietzsche. Da cui, forse, le parole di Antonello Venditti sul “bar dove Nietzsche e Marx si davano la mano”. Poi Venditti fece una figuraccia perché dedicò proprio a Mander la canzone Compagno di scuola perché questi ormai lavorava in banca e si era disimpegnato. Invece poco dopo venne arrestato per lotta armata. Della serie: riprovaci Antò, anzi, lassa perde…

Mario il libertario si era trovato a Praga il giorno in cui i carri armati russi ne schiacciarono la primavera che lo aveva emozionato. Amava girare un po’ On the Road mettendo assieme due temi: Europa e Libertà. Anche da attempato mantenne sempre quel look hippie, a iniziare dai capelli che lo facevano un pochino nonno dei fiori e un po’ Mago Merlino, di certo giocando sul proprio nome. Era la figura perfetta da provare a incastrare. Venne prosciolto dopo una lunga prigionia e avrei potuto evitare d’iniziare il mio ricordo con il dramma che gli capitò, ma, conoscendo la mentalità dei più, la loro paura di affrontare temi scabrosi, l’idea che, in fondo, non c’è fumo senza fuoco, sono convinto che in diversi si diranno che qualcosa dietro ci dovrà pur essere. Sì: la repressione e la complicità del fronte rosso e della reazione. E basta.

Un poeta nero

Lo incontrai per la prima volta dal tipografo Walter Gentili; era appena uscito di prigione, noi stavamo stampando dei manifesti e ce lo volle presentare. Rammento che il tipografo aveva un piccolo soprammobile, una pietra con questa incisione: “Buon per me se la mia vita intera consentirà di meritarmi un sasso con sopra scritto non mutò bandiera”. Ecco: conobbi, sia pur di sfuggita, Mario davanti alla frase che può essere veramente quella del suo epitaffio. Lo rividi molti anni dopo, quando ancora insegnava. Scriveva libri bellissimi: un Kerouac nero. Univa quest’amore infinito per l’Europa e la Libertà a un impegno di fedeltà assoluta verso la Repubblica Sociale Italiana. Amava ripetere che mentre nasceva, qualcuno (il padre, la madre, la nonna?) aveva visto un soldato tedesco appoggiare il fucile al muro per sgattaiolare in un convento e disertare. Egli riteneva di essere stato chiamato a prenderne il posto. Inizialmente non ci prendemmo molto. Non per le dicerie idiote, ma in quanto mi sembrava troppo melanconico nell’approccio. Io mi piccavo di essere più vitalista ed entusiasta, ma sono sfumature.

Per la sua sensibilità poetica provò un sentimento così profondo verso Robert Brasillach da lasciare sgomenti. Devo confessare che questo amore per il poeta assassinato lo snobbai sempre un po’, non perché avessi nulla in contrario, ma perché mi sentivo attratto dalla virile tragedia di Pierre Drieu La Rochelle che scelse di darsi la morte. Diffidavo di quello che, erroneamente, scambiavo per vittimismo. Poi, proprio recentemente, ho avuto la fortuna di capire che si trattava di ben altro, e l’ho scoperto proprio grazie a lui. Va detto che esiste un’Associazione degli Amici di Robert Brasillach che ha attraversato i decenni e consta centinaia di iscritti in Francia, Svizzera e Belgio. Mi fu chiesto agli inizi dello scorso ottobre se si potesse organizzare a fine novembre a Ginevra una conferenza su come Brasillach è stato recepito e conosciuto in Italia.

Proposi subito che parlasse Mario, ma non sapevo che non poteva assolutamente muoversi per ragioni di salute. Gli chiesi allora di aiutarmi a preparare la conferenza e mi recai a casa sua due volte. Non soltanto mi rivelò un’infinità di cose a me ignote sul rapporto tra il poeta martire e l’Italia, ma capii perché lo amava tanto. Brasillach rappresentava il simbolo di chi aveva creduto, era stato sensibile, non si era mai compromesso con la politica in senso stretto e men che meno con il potere e si era poi consegnato al plotone d’esecuzione dei vincitori per senso di dovere, per dignità, e perché non avrebbe mai potuto accettare di sopravvivere a qualche giovane fucilato dai repressori per essere stato motivato in qualche misura da lui nel proprio sogno di Collaborazione. L’anarco-fascista, il libertario di onore e fedeltà si rispecchiava in Robert.

A casa sua, tra pile di libri tutti ordinati per tema, una gigantografia degli scontri di Valle Giulia, quando, quel 1 marzo 1968, Nietzsche e Marx non si diedero solo la mano ma l’adoperarono per dare una lezione ai reparti della Celere che attaccava gli studenti che manifestavano e ne fu clamorosamente sconfitta. Mario, non ancora ventiquattrenne, avrebbe sempre avuto nel cuore quella giornata campale e, al tempo stesso, il rammarico dell’aver dovuto incassare la disapprovazione del suo caro Adriano Romualdi. Considerò sempre comunque come la sua perla, quel sogno di unità generazionale e popolare contro il sistema che poteva vivere solo per un attimo, eterno, immortale, ma relegata nell’empireo.

Brasillach lo ha aspettato

È un po’ il mio vezzo, il mio narcisismo”, mi disse seppur con parole leggermente diverse che non sono riuscito a rammentare. Avessi solo potuto immaginare che non lo avrei rivisto, che se ne sarebbe andato così presto, le avrei scolpite nella memoria. Era un sognatore ma, come ci ammonisce Rudyard Kipling, era comunque riuscito a non fare del sogno il suo padrone. Ora io amo pensare che alla sua dipartita ci sia stato un altro segno, come alla sua nascita. Se nel 1944 egli raccolse quel fucile, mi piace pensare che la sua anima abbia scelto di andarsene il 4 mattina per avere il tempo di trasmigrare entro il 6 febbraio, la data del martirio di Brasillach nella quale, peraltro, ogni anno si tengono a Parigi delle commemorazioni sentite e dignitose. Mi piace pensare che Robert lo abbia aspettato per abbracciarlo in una data che li ricongiunge e portarlo con sé nel paradiso dei poeti, dove, entrambi, risiedono per diritto conquistato.

Gabriele Adinolfi

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