Roma, 6 feb – C’è un tratto costante nella stagione dei pacchetti sicurezza: la politica si convince di governare il Paese aggiungendo norme, mentre in realtà sta solo moltiplicando leve d’emergenza, discrezionalità amministrativa e margini di compressione del dissenso. Il decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 5 febbraio va letto così: non tanto come il“ritorno dello Stato”, formula vaga e rassicurante, ma come ulteriore passo nella trasformazione della sicurezza in comunicazione, e dell’ordine pubblico in una macchina che seleziona dove essere dura e dove essere cieca.
Il nuovo decreto sicurezza è stato approvato
La misura-simbolo del nuovo decreto è il cosiddetto fermo di prevenzione: accompagnamento negli uffici e trattenimento fino a dodici ore, legato a specifiche operazioni in occasione di manifestazioni, sulla base di “elementi di fatto” che includono anche il possesso di oggetti ritenuti offensivi, petardi, caschi o strumenti che rendono difficile l’identificazione, oltre a precedenti o segnalazioni per violenze in piazza negli ultimi cinque anni, con informativa al pubblico ministero. È la logica del “ti tolgo dalla strada adesso, poi vediamo”, presentata come misura prudente e garantita, ma costruita per agire nel punto più sensibile: la dinamica di piazza e l’aggregazione conflittuale. Subito dopo arriva l’altra scelta politica, forse ancora più rivelatrice: la conversione penale-amministrativa. Il decreto depenalizza vecchie ipotesi e alza le sanzioni pecuniarie, portando il baricentro dal giudice al prefetto, dal processo alla procedura, dalla prova al verbale. In nome dell’efficienza si sostituiscono reati con multe che possono diventare devastanti, soprattutto per chi vive di stipendi normali. È una tecnologia di governo “pulita”: meno clamore giudiziario, più pressione economica, più deterrenza preventiva. Ed è esattamente la forma contemporanea della repressione “perbene”.
Dentro questo schema si inserisce anche la stretta su coltelli e minori, con pene più alte per il porto di lame e una sanzione amministrativa ai genitori se il fatto è commesso da un under 18. La narrazione ufficiale la vende come tutela dei ragazzi e responsabilità educativa. Il risultato pratico è un altro: la sicurezza torna a essere trattata come leva semplice e visibile, buona per i titoli, mentre il nodo vero resta irrisolto, cioè la crescita di microconflittualità violenta nei contesti urbani e giovanili. Colpire l’oggetto, irrigidire il perimetro, scaricare il costo sulla famiglia: è una risposta rapida, ma non è una strategia.
Quale Stato stanno costruendo?
Il punto politico, però, non è tanto discutere se “serva più Stato”. Il punto è chiedersi quale Stato si stia costruendo. Qui non si potenzia la capacità di controllo del territorio nel senso forte del termine; si estende la possibilità di intervenire prima e lateralmente, con strumenti elastici e con una filiera decisionale che, nella prassi italiana, è tutt’altro che neutra. Perché la selettività non nasce dalla norma scritta: nasce da chi la applica, da quali priorità sceglie, da quale clima culturale domina procure, apparati e grandi media. E allora il rischio non è astratto: la stretta non si scaricherà sul degrado “strutturale” che tutti vedono e nessuno vuole fermare, ma sul conflitto immediatamente leggibile come “disturbo”, “turbativa”, “minaccia all’ordine”. In una parola: sul dissenso percepito come intollerabile. C’è un paradosso che la destra continua a ignorare: i decreti spot non rafforzano lo Stato, rafforzano l’inerzia del sistema. Aumentano poteri e margini d’azione a un apparato che poi decide dove usarli. E in Italia, quando si tratta di conflitto politico e sociale, l’istinto profondo delle istituzioni non è difendere chi contesta davvero il modello dominante: è normalizzare, sorvegliare, scoraggiare. La sicurezza diventa una normalizzazione della società, non una protezione del cittadino.
Se la maggioranza voleva dare un segnale, lo ha dato. Ma il segnale è preoccupante: non “ordine”, bensì l’ennesima espansione securitaria. Una scorciatoia che serve a fare notizia oggi e a creare precedenti domani. Il prezzo lo pagheranno quelli che scendono in piazza senza protezioni politiche e mediatiche, quelli che non hanno lobby, quelli che non vengono “compresi” nei circuiti mainstream. E quando ti accorgi che la legge è un’arma a doppio taglio, di solito è già tardi: perché intanto lo Stato, a forza di spot, ha imparato una cosa sola — a comprimere.
Il decreto sicurezza come strumento di gestione preventiva
Forse il problema è più radicale, e non riguarda solo l’Italia ma l’epoca storica in cui viviamo. In tutto l’Occidente la democrazia rappresentativa non funziona più come spazio di mediazione del conflitto, ma come cornice procedurale di una sorveglianza permanente. Le elezioni restano, il linguaggio dei diritti resta, la retorica costituzionale resta. Ma la sostanza è cambiata: ciò che viene progressivamente espulso non è la violenza, bensì il conflitto politico reale. Quello non negoziabile, non addomesticabile, non integrabile nei format. I decreti sicurezza – checchè ne dirà la sinistra – non sono una deviazione autoritaria improvvisa. Sono l’esito coerente di un sistema che non sa più governare società frammentate, identità antagoniste, crisi materiali. Quando la politica perde capacità di decisione strategica, sostituisce il governo con la gestione preventiva dei comportamenti. Non si proibisce ciò che è illegale: si disincentiva ciò che è scomodo. Non si reprime l’insurrezione: si neutralizza la possibilità stessa che il conflitto prenda forma.
È qui che il passaggio dalla democrazia alla sorveglianza si rende visibile. Non servono leggi eccezionali o regimi dichiaratamente autoritari. Bastano norme elastiche, sanzioni amministrative, poteri discrezionali, filtri preventivi, accompagnamenti “per accertamenti”, schedature soft. Tutto formalmente legittimo, tutto compatibile con lo Stato di diritto. Ma orientato in una sola direzione: ridurre il margine di imprevedibilità sociale. In questo schema, la piazza non è più uno spazio politico, ma un’anomalia da contenere. Il cittadino non è più un soggetto, ma un potenziale rischio. Il dissenso non è più un fatto fisiologico, ma una turbativa. E la sicurezza diventa la parola-chiave che consente di tenere insieme consenso elettorale e controllo sociale, senza affrontare nessuna delle cause profonde del disordine.
La morte della politica porta all’amministrazione finanziaria
Il paradosso è che proprio mentre lo Stato si presenta come più “forte”, mostra la sua debolezza strutturale. Perché uno Stato che governa davvero non ha bisogno di sorvegliare tutto: decide, seleziona, assume responsabilità politiche. Uno Stato che moltiplica decreti e procedure, invece, sta ammettendo di non saper più orientare la società, ma solo contenerla. È questo il rischio che una destra al governo dovrebbe avere il coraggio di vedere. Non perché “la sicurezza non serva”, ma perché senza dinamismo sociale non esiste politica, e senza politica resta solo l’amministrazione finanziaria dell’ordine esistente. Un ordine fragile, nervoso, ossessivo. L’anticamera non della stabilità, ma di una lunga stagnazione sotto controllo.
Sergio Filacchioni