Roma, 23 feb – A Lione, sabato 21 febbraio, la piazza ha parlato con chiarezza. Migliaia di cittadini francesi, insieme a realtà identitarie provenienti da diverse regioni, si sono dati appuntamento per ricordare Quentin. Il sindaco Grégory Doucet aveva tentato di vietare la manifestazione interpellando la prefettura, ma il corteo si è svolto regolarmente. Gli organizzatori hanno dichiarato 3.500 presenze; ma a colpo d’occhio, il numero potrebbe essere stato persino superiore.
A Lione un corteo compatto e determinato
Non è stata una manifestazione improvvisata ma il punto di arrivo di un’intera settimana di mobilitazioni che si sono registrate in tutto il Paese. Quello di Lione – nonostante gli allarmismi – è stato un corteo ordinato, compatto, determinato. La famiglia di Quentin ha scelto di non essere fisicamente presente, ma attraverso gli organizzatori ha voluto far arrivare un messaggio di ringraziamento ai partecipanti. Un gesto sobrio, che ha contribuito a mantenere il tono della giornata su un piano di disciplina e memoria, più che di emotività incontrollata. Prima della partenza hanno preso la parola alcuni amici di Quentin. Domitille, che lo ha ricordato come “sempre presente in ogni battaglia, pronto a dare una mano, profondamente convinto che l’azione degli uomini di bene possa cambiare le cose”. Raphaël Ayma ha scandito parole più nette: “Non si fa la pace con il Male, lo si combatte fino all’ultimo respiro”. Baptiste ha invitato tutti a fare un giuramento: non dimenticare Quentin e continuare a operare per il bene, perché la sua memoria lo impone. Nessuna retorica vittimista, ma l’idea di un impegno che prosegue e che deve proseguire, perchè la storia non è finita.

Un corteo che non ha avuto paura di dire la verità
Il corteo si è mosso scandendo cori inequivocabili: “Antifa assassini”, “LFI complice”. Lo striscione di apertura recitava: “L’estrema sinistra uccide”. Una formula diretta, priva di perifrasi e di quelle categorie consolatorie – “opposti estremismi”, “violenza politica” – che spesso (anche qui da noi, in Italia) tendono a diluire le responsabilità e neutralizzare la dimensione simbolica e psichica di certi avvenimenti. A Lione la linea tracciata è stata chiara: nominare ciò che è accaduto senza attenuarne il significato politico, senza concedere nulla a quegli avversari che negli ultimi giorni hanno continuato a dimostrare tutto il loro odio. Nel frattempo, gruppi antifascisti hanno organizzato una contromanifestazione e si sono mossi in piccoli nuclei in città, cercando di intercettare chi affluiva al corteo. Le uniche tensioni si sono registrate nei pressi del quartiere universitario, dove alcuni giovani, in larga parte francesi di seconda generazione, hanno tentato di alzare la tensione lanciando provocazioni verbali e schernendo la morte di Quentin. Il corteo non ha reagito sul piano fisico: la risposta è stata alzare i cori, stringere le file, proseguire.



Il legame con i caduti non si può sciogliere
Sul luogo dell’aggressione la voce collettiva si è fatta più grave, più compatta, liturgica. Il canto La Ligue noire è stato il momento in cui la manifestazione ha cambiato ritmo e significato: «Quando si muore per la Patria, non si è forse vissuto abbastanza?». È un canto che richiama l’idea del sacrificio come compimento, non come sconfitta. Cantato davanti allo striscione “Addio camerata”, tra le fiaccole e le torce accese ad illuminare la sera, ha trasformato la rabbia in un momento di catarsi. Memoria e appartenenza. In una Francia attraversata da tensioni crescenti, la manifestazione di Lione ha mostrato un’area politica che rifiuta di arretrare e occupa lo spazio pubblico, anche quando le istituzioni tentano di impedirlo e quando l’intimidazione prova a scoraggiare la partecipazione. Il messaggio, al di là delle formule retoriche, è questo: il legame con i caduti non si può sciogliere. Né a Lione, né a Roma, né in tutta Europa.



Sergio Filacchioni