Roma, 27 feb – Quanto può durare un decennio? Il tempo di soli novanta minuti se riesci a mettere insieme un Mondiale sfiorato, tre titoli di capocannoniere nel campionato (allora) più bello del mondo e “portare” in strada quattromila tifosi che si oppongono alla tua cessione a una diretta concorrente. Ma dieci anni possono anche trasformarsi in un’eternità. Soprattutto se, da innocente, vieni marchiato con il sigillo infamante dell’illecito sportivo, l’accusa peggiore per un uomo di calcio. Dal primo giugno 2011, giorno in cui i carabinieri di Roma prelevavano Giuseppe Signori dalla stazione Termini, ai primi mesi del 2021: perché il fatto non sussiste, sentenziarono tra febbraio e marzo i tribunali di Piacenza e Modena.
Giuseppe Signori, l’intervista al Giornale
L’esecuzione dagli undici metri senza prendere la rincorsa come specialità della casa. Dal dischetto era praticamente un verdetto scritto. Esploso a Foggia con Zemanlandia, – riferimento mancino nell’iconico tridente delle meraviglie formato insieme a Francesco Baiano e Roberto Rambaudi – Giuseppe Signori matura completamente con la maglia della Lazio (1992-1997) per vivere una seconda giovinezza in quel di Bologna a cavallo tra vecchio e nuovo millennio.
Appesi gli scarpini al chiodo nel 2006, Giuseppe Signori stava studiando per diventare allenatore. Fino a quando, in quel primo giugno, gli cadde il mondo addosso.
Ha raccontato in una recente intervista per Il Giornale: «Stavo a Roma, in partenza per Bologna, dove vivevo. Ricevo una telefonata da un carabiniere che mi chiede dove sono. Dico dove sto andando. Quello mi avverte che alla stazione sarei stato ricevuto da due agenti in borghese. Io ero tranquillo. Non sapevo che intanto stavano perquisendo la mia futura moglie». Le forze dell’ordine, rimanendo sul vago, lo accompagnano nella questura del capoluogo emiliano: a differenza della carta stampata («Qualcuno alla procura di Cremona si era venduto la notizia») non sa ancora nulla.
L’irreparabile danno della gogna mediatica
L’ex calciatore scopre solamente dalla sorella di essere, secondo l’accusa, al centro di un giro di calcioscommesse. Tutta colpa di un appunto su un foglietto di carta. Eppure nelle ottantamila intercettazioni vagliate del suo nome nemmeno l’ombra.
Perché, allora? Secondo Signori – che ha rinunciato a patteggiamento e prescrizione per andare fino in fondo alla vicenda ed uscirne completamente pulito – oltre alla notorietà ha influito il fatto di non essere sotto contratto con nessuna società: «Quello che serviva a loro. Serviva a dare lustro ad una inchiesta che altrimenti sarebbe rimasta nelle pagine interne dei giornali. Tutto girava attorno a una partita venduta. Poi i colpevoli veri hanno ammesso di averla comprata loro. Ma contro di me non c’era niente. Non c’era nessuna ragione per indagarmi».
Una beffa, seguita dall’irreparabile danno della gogna mediatica: «Capisco quelli che fanno gesti estremi. Ti annientano. Io non sono uscito di casa per mesi». Perché in Italia funziona così: se per legge si è considerati innocenti fino alla sentenza definitiva di condanna (terzo grado di giudizio, principio della presunzione di non colpevolezza sancito dall’articolo 27 della Costituzione) quando i media ti gettano nel tritacarne il più è fatto.
Il Sì al Referendum
Una storia di malagiustizia, come tante. Ecco perché, terminato il calvario personale, Giuseppe Signori ha deciso di spendersi in prima persona per la causa del Sì al Referendum.
Non uno scontro contro la magistratura, ma in opposizione a un sistema chiuso che ha perso credibilità. Separare funzioni, spezzare le correnti, rendere il giudizio disciplinare indipendente significa riportare la giustizia dentro confini costituzionali chiari. Una scelta di trasparenza e responsabilità istituzionale.
Sollecitato dalla stessa Hoara Borselli – la giornalista che ha curato l’intervista – sull’affidabilità del sistema italiano, Giuseppe Signori preferisce glissare, rispondendo con una risata. Un prezioso assist al Sì. Anzi, un altro calcio da fermo che Beppe ha spedito all’incrocio dei pali.
Marco Battistini