Dal multipolarismo al mito rivoluzionario della crisi: perché una parte della sinistra torna a pensare che dalle grandi guerre possa nascere un mondo nuovo.
Roma, 4 mar – Da anni il discorso dominante in Europa ripete la stessa formula: il ritorno della guerra e delle tensioni sarebbe il prodotto della rinascita degli “ur-fascismi”, dei nazionalismi, delle pulsioni autoritarie che tornano a infestare il globo. È una spiegazione comoda. Permette di collocare la responsabilità della violenza sempre nello stesso campo politico, lasciando intatta l’idea che l’universo progressista resti per definizione il luogo della pace. Eppure basta osservare con attenzione ciò che accade dentro una parte della sinistra radicale per accorgersi che il quadro è più complesso. Negli ultimi anni sta riemergendo una visione della storia sorprendentemente simile a quella che aveva attraversato il marxismo rivoluzionario del Novecento: l’idea che le grandi crisi e i grandi conflitti internazionali possano generare un ordine nuovo.
A sinistra della sinistra classica
Un indizio significativo è arrivato nelle settimane successive alla morte di Quentin Deranque a Lione. L’“Appello internazionale antifascista e antimperialista”, firmato da figure come Jean-Luc Mélenchon, Jeremy Corbyn, Yanis Varoufakis e – in Italia – da esponenti politici come Ilaria Salis e Mimmo Lucano, invita esplicitamente a costruire un coordinamento internazionale capace di sostenere la “lotta dei popoli che resistono, anche quando sono costretti a imbracciare le armi”. Non è un dettaglio marginale. È il punto in cui l’antifascismo contemporaneo smette di essere “memoria” e diventa soprattutto cornice operativa: una grammatica del conflitto che legittima, in nome dell’emergenza morale permanente, l’idea che la forza possa essere non solo inevitabile ma necessaria. Per anni l’antifascismo europeo – soprattutto grazie all’ibridazione con le istituzioni liberali – si è presentato come erede della tradizione pacifista del secondo dopoguerra. Il linguaggio adottato dopo il ’68 è stato per la maggior parte quello dei diritti, della cooperazione tra popoli, della costruzione di istituzioni sovranazionali capaci di prevenire nuove guerre. Oggi, invece, qualcosa sembra essere mutato: i riformisti, i social-democratici, i progressisti stanno tornando su formule più incisive. Sempre più spesso, infatti, il conflitto globale viene descritto come il prodotto inevitabile della competizione tra potenze capitalistiche per risorse, mercati e sfere di influenza. In questa prospettiva, l’ordine globale dominato dall’asse euro-atlantico viene interpretato come una struttura imperiale destinata prima o poi a essere incrinata dalla pressione di nuove potenze emergenti.
Non è semplice fascinazione
Non è un caso che nel lessico di una parte della sinistra radicale internazionale compaiano sempre più spesso paesi come Russia, Cina, Venezuela, Corea del Nord ecc. Non perché rappresentino un modello politico ideale – la destra continua a trattare questo argomento con sufficienza, il nuovo frame è “la sinistra scende in piazza solo per le dittature” – ma perché incarnano qualcosa di apparentemente diverso: la possibilità concreta di incrinare la supremazia occidentale. In questa visione, il multipolarismo non è tanto un progetto politico quanto un processo storico che destabilizza l’ordine esistente. Ovviamente non è “solo” una fantasia degli antifascisti. Dall’altra parte, quei paesi lavorano attivamente per occupare proprio quel ruolo simbolico. La Russia, per esempio, ha trasformato l’antifascismo in una categoria geopolitica. Non più soltanto memoria della vittoria del 1945, ma criterio politico per distinguere amici e nemici nel presente. Nel racconto del Cremlino il mondo si divide tra eredi dei liberatori ed eredi dei carnefici, e ogni frizione diplomatica con l’Europa viene reinterpretata dentro questa genealogia morale. La guerra in Ucraina diventa così la prosecuzione di una “denazificazione” storica mai conclusa contro un “euro-nazismo-napoleonico” mai scomparso davvero.
La sinistra anti-imperialista
Qui si crea una convergenza narrativa sorprendente. Da un lato, una parte dell’antifascismo occidentale descrive il sistema internazionale come una struttura imperialista destinata a entrare in crisi attraverso conflitti sempre più duri. Dall’altro, potenze revisioniste costruiscono una retorica antifascista globale per delegittimare l’Occidente e presentarsi come poli alternativi. Il risultato è una zona di contatto in cui la storia europea del Novecento diventa oggetto di rilettura nella competizione geopolitica del XXI secolo. Questa logica ha radici profonde. Lenin sosteneva che le guerre tra potenze imperialiste potessero accelerare le contraddizioni del capitalismo e aprire la strada alla rivoluzione. La guerra, nella tradizione marxista rivoluzionaria, non era soltanto una tragedia: era anche la “levatrice” della storia. Oggi quella struttura mentale riemerge, adattata a un contesto che sembra favorirla. Già all’inizio del Novecento Georges Sorel, nelle Riflessioni sulla violenza, sosteneva che i grandi miti politici – primo fra tutti quello della rivoluzione – possedessero una funzione rigeneratrice capace di mobilitare le masse e spezzare la decadenza delle società borghesi. La violenza, per Sorel, non era semplicemente distruzione: era un momento di energia morale, una forza capace di rompere l’inerzia del sistema e aprire nuove possibilità storiche. A una lettura superficiale potrebbe sembrare che quella stessa immaginazione ritorni oggi nel discorso della sinistra radicale, e forse in parte è così. Ma è utile ribadire che la violenza Soreliana – che presuppone ordine interiore, mito e responsabilità collettiva – non mira a dissolvere la civiltà europea e a far finire la storia, bensì a rigenerarle. Proprio per questo si colloca agli antipodi della sinistra contemporanea, che si auto definisce attraverso la negazione sistematica di tutto ciò che è storicamente europeo: la politica, la nazione, la tradizione, la forma stessa della civiltà.
No al riarmo europeo
Il paradosso è evidente. Gran parte della sinistra radicale europea continua a definirsi pacifista, antimilitarista e ostile al riarmo occidentale. Denuncia che l’aumento delle spese militari verrà pagato con tagli a sanità, istruzione e welfare e presenta il rafforzamento della difesa europea come l’anticamera di nuove guerre imperialiste. In questa narrazione l’Unione Europea non è uno spazio storico e politico da difendere o trasformare, ma un centro di potere economico contiguo agli Stati Uniti. Allo stesso tempo, però, lo stesso universo politico che rifiuta il riarmo europeo sviluppa un rapporto ambiguo con la questione della potenza. Da anni molti movimenti di quell’area portano avanti una critica radicale allo sviluppo industriale occidentale: opposizione alle grandi infrastrutture, diffidenza verso la tecnologia, rifiuto delle politiche energetiche e produttive considerate espressione del capitalismo globale. È una cultura politica che spesso si definisce attraverso una sequenza di rifiuti: no alle grandi opere, no alla crescita economica, no alla militarizzazione, no all’industria della difesa. Eppure proprio dentro questo immaginario emerge una curiosa fascinazione per la potenza tecnologica e militare altrui. Se l’Europa deve disarmarsi e rinunciare alla propria dimensione industriale e strategica, altrove la forza è sempre legittima. L’industria militare russa, la crescita tecnologica cinese o la resilienza di sistemi politici che sfidano l’egemonia occidentale vengono descritti come fattori rivoluzionari. Si produce così un rovesciamento evidente: l’Europa deve essere pacifista, post-industriale e post-storica, mentre il cambiamento viene affidato ad altri attori capaci di esercitare quella potenza che a noi viene chiesto di abbandonare. La volontà di potenza non scompare: viene semplicemente trasferita altrove. E il sol dell’avvenire sarà il bagliore luminoso dell’atomica cinese.
La morale degli schiavi
È qui che la critica nietzschiana del socialismo torna improvvisamente attuale. Nietzsche descriveva il socialismo come una forma moderna della “morale degli schiavi”: un sistema di valori costruito da chi non possiede potere e trasforma la propria debolezza in giudizio morale contro il forte. Nel clima attuale accade qualcosa di ancora più curioso: la volontà di potenza, non potendo più essere esercitata dall’homo europaeus, viene ricollocata altrove. Se l’Europa non può e non deve incarnarla, allora lo faranno altri popoli, con tutte le armi e tutta la tecnologia che all’Europa devono essere tolte. Il vero paradosso del nostro tempo è forse proprio questo. Mentre il dibattito pubblico continua a descrivere il ritorno della guerra come il prodotto esclusivo dei nazionalismi e degli “ur-fascismi”, mentre una fetta consistente della destra insegue un pacifismo democratico e il sovranismo imbraccia il disarmo, una parte della sinistra radicale riscopre – senza dirlo apertamente – una vecchia idea rivoluzionaria: che dalla catastrofe redentrice di un’ultima grande guerra possa nascere finalmente il mondo nuovo, la fine della storia e l’ultimo uomo.
Sergio Filacchioni