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Macron e lo spirito del tempo: se perfino la patria degli “immortali valori dell’89” riscopre la forza

by Sergio Filacchioni
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Macron

Roma, 5 mar – Certe frasi restano nell’aria più di altre. Non perché siano particolarmente originali, ma perché riescono a dare forma, in poche parole, a qualcosa che molti percepiscono ancora confusamente. Per altri invece rappresentano una boccata d’ossigeno, quanto meno nel loro assoluto realismo. Quando Emmanuel Macron dichiara che “per essere liberi bisogna essere temuti, e per essere temuti bisogna essere potenti”, non ha semplicemente pronunciato una formula da grandeur. Ha dato voce a quello che, piaccia o no, è lo spirito del nostro tempo.

Le parole di Macron e la deterrenza nucleare avanzata

Il contesto non era neutro, anzi, si prestava alle dichiarazioni forti. Il discorso è arrivato davanti a uno dei pilastri della deterrenza nucleare francese, il sottomarino strategico Le Téméraire, nella base di Île Longue, cuore della forza atomica della Francia. Alle spalle del presidente, la Marsigliese cantata a cappella, la bandiera tricolore, la scenografia di una potenza che rivendica apertamente la propria capacità di colpire duramente: “uno solo dei nostri sottomarini contiene nel suo seno una potenza d’attacco che equivale alla somma di tutte le bombe cadute in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale“. Ma soprattutto un annuncio preciso: la Francia rafforzerà la propria deterrenza nucleare e aumenterà il numero delle testate del proprio arsenale. Non si tratta di una semplice dichiarazione muscolare. Macron ha parlato apertamente di un passaggio d’epoca: secondo il presidente francese, il sistema internazionale sta entrando in quella che ha definito “l’era delle armi nucleari”. In questo scenario Parigi propone un’evoluzione della propria strategia: la cosiddetta “deterrenza nucleare avanzata”, una forma di cooperazione strategica che coinvolgerebbe altri paesi europei.

Cooperazione ma sovranità francese

Per capire la portata di questa proposta bisogna ricordare cosa significhi davvero deterrenza nucleare. Nata durante la Guerra fredda, è una strategia fondata su un principio semplice: evitare il conflitto rendendo il costo di un attacco inaccettabile per l’avversario. Non si tratta quindi di usare l’arma atomica, ma di impedire che venga usata attraverso la credibilità della risposta. Macron ora vuole estendere questo meccanismo su scala europea. Il progetto prevede una collaborazione con diversi alleati del continente – tra cui Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca – che potrebbero partecipare alle esercitazioni e, soprattutto, ospitare alcune forze strategiche dell’aeronautica francese. In altre parole: creare una presenza nucleare distribuita sul territorio europeo, pur mantenendo la struttura decisionale nelle mani di Parigi. Ed è qui che emerge il punto più interessante e per molti aspetti controverso. Perché Macron ha chiarito fin da subito che la sovranità sull’arsenale nucleare resterà interamente francese. Nessuna condivisione delle decisioni finali, nessuna delega sugli “interessi vitali” da difendere. Cooperazione strategica sì, ma senza cessione del comando.

L’Italia si è già chiamata fuori

Questo doppio movimento – apertura europea e centralità nazionale – racconta bene la logica francese. Da un lato, Parigi riconosce che il continente si trova davanti a minacce crescenti e che la questione della difesa non può più essere affrontata esclusivamente in termini nazionali. Dall’altro, nessuna grande potenza europea è disposta a rinunciare alla propria sovranità strategica ultima. La Francia dispone oggi di circa 290 testate, un numero molto inferiore al picco raggiunto negli anni Ottanta – quando sotto la presidenza di François Mitterrand si superavano le 500 unità – ma sufficiente a garantire la credibilità della deterrenza. L’incremento annunciato da Macron dovrebbe riguardare alcune decine di testate, abbastanza da rafforzare il segnale strategico senza aprire un conflitto politico con i paesi europei più ostili al nucleare. La scelta di non indicare cifre precise non è casuale. L’ambiguità strategica fa parte da sempre della dottrina nucleare: lasciare l’avversario nell’incertezza aumenta l’efficacia della deterrenza e allo stesso tempo riduce le polemiche interne. Al progetto francese avrebbero già risposto positivamente otto paesi, mentre l’Italia risulta assente: invitata, ma non partecipe. Una scelta che non può essere liquidata come “tecnica”. È politica. Significa che mentre alcuni paesi provano almeno a posizionarsi nella costruzione di un pilastro europeo della difesa, Roma preferisce restarne fuori, rifugiandosi nel linguaggio della moderazione e della gestione dell’esistente, saldamente allineata a Washington.

Macron parla all’Europa

Ma il significato politico del discorso francese va oltre le cifre e oltre la dottrina militare. La frase di Macron – quella che ha fatto il giro del mondo – sintetizza una trasformazione molto più ampia: non parla solo alla Francia, ma a tutta l’Europa che ha orecchie attente. Per decenni il discorso pubblico europeo si è mosso dentro una grammatica ormai così familiare da essere interiorizzata dalle nostre classi dirigenti e dal “senso comune”: diritto internazionale, cooperazione, globalizzazione. Un linguaggio nato nel secondo dopoguerra e consolidato dopo il 1989, quando sembrava possibile immaginare un ordine mondiale regolato da norme condivise. Oggi quel mondo non esiste più, e probabilmente, con un altro po’ di tempo, si inizierà a capire qualcosa di più abissale: non è mai esistito. In effetti, non c’era niente da abolire formalmente. Il mondo sta semplicemente tornando a girare attorno alla competizione tra potenze, e la copertura morale e giuridica che per trent’anni abbiamo scambiato per ordine universale si rivela per ciò che era: una fase storica, un equilibrio, una parentesi. E così, il mondo e la politica si dividono in due campi: da una parte chi continua a piangere per la fine dell’ordine giuridico internazionale e denuncia l’ingresso in un’“epoca del caos”; dall’altra chi sta semplicemente prendendo atto della nuova realtà e si sta armando fino ai denti.

La libertà e la forza

Dentro questa trasformazione, un ulteriore livello d’analisi ci permette d’inquadrare lo zeitgeist, dentro il quale le parole del presidente francese maturano e aprono una finestra di Overton interessante su ciò che fino a ieri era impensabile. Infatti, le sue dichiarazioni risultano più incredibili se pensiamo che arrivano dalla nazione che più di ogni altra ha costruito la propria identità politica moderna attorno alla tradizione dei lumi: diritti dell’uomo, cittadinanza universale, missione civilizzatrice della ragione, parlamentarismo, democrazia. La Francia è stata per oltre due secoli il laboratorio simbolico di questa visione del mondo. Eppure oggi è proprio Parigi a ricordare brutalmente una verità che la teoria politica conosce da millenni: la libertà politica non esiste senza potenza. Non è una scoperta di Macron, ovviamente. Ma attraverso lui parla una voce che arriva dalle profondità della storia europea. Dalle polis greche alla Repubblica romana, dalla diplomazia rinascimentale italiana di Machiavelli agli studi giuridici di Carl Schmitt, il principio europeo è sempre stato questo: l’indipendenza di una comunità politica dipende dalla sua capacità di difendersi, di incutere rispetto, di esercitare la forza. Per decenni l’Europa ha potuto dimenticarlo. L’ombrello strategico statunitense, la fine della Guerra fredda e l’illusione della globalizzazione pacificata hanno permesso al continente di trasformarsi progressivamente in una potenza normativa, più attenta alle regole che alla forza.

Gli immortali valori alla fine della storia

È questo il vero significato del discorso di Macron, che lui ne sia consapevole oppure no. Una presa d’atto che la storia non è finita e che l’Europa, se vuole restare un soggetto politico, deve tornare a ragionare nella forza. In questo quadro la posizione italiana appare ancora più singolare. Mentre Parigi parla apertamente di deterrenza e autonomia strategica, il dibattito politico italiano continua a oscillare tra prudenza diplomatica e formule di circostanza. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri Antonio Tajani – concentrate sull’evitare l’escalation e sul rispetto degli accordi esistenti – restituiscono l’immagine di un Paese che sembra voler restare nel proprio tradizionale limbo: quello in cui si commentano gli eventi, ma non si costruiscono strumenti; si invoca la stabilità, ma non si paga il costo della sicurezza; si resta agganciati agli accordi, ma non si decide mai il proprio destino. Una posizione comprensibile – la Francia è pur sempre un membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – ma sempre più difficile da giustificare in un mondo che accelera.

Su questo possono però stare tranquilli: il diritto internazionale continuerà a esistere, le istituzioni multilaterali continueranno a funzionare. Ma nessuna di queste strutture potrà sostituire ciò che, in ultima analisi, ha sempre determinato la posizione delle comunità politiche nella storia: la potenza di cui sono capaci. Ed è forse proprio questo il segno più evidente del nostro tempo. Dopo decenni di retorica post-storica, perfino la patria degli immortali valori dell’89 sembra aver riscoperto una verità molto più antica. La libertà non è soltanto una dichiarazione di principi. È, prima di tutto, una questione di forza.

Sergio Filacchioni

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