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Antisemitismo, l’allarme dei numeri e il Ddl Gasparri: quando la statistica prepara il bavaglio

by Sergio Filacchioni
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Roma, 9 mar – Il nuovo Rapporto sull’antisemitismo in Italia pubblicato dall’Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) parla di 963 episodi nel 2025, con un aumento rispetto agli anni precedenti. Il dato è stato rilanciato immediatamente dai principali quotidiani, tra cui il Corriere della Sera, come prova di una “crescita strutturale e preoccupante” dell’antisemitismo nel Paese. Una narrazione che arriva proprio mentre il Senato approva il Ddl Gasparri, la legge che introduce nel sistema italiano la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) e amplia gli strumenti repressivi e formativi contro il cosiddetto “odio antiebraico”.

I numeri sull’antisemitismo che anticipano il bavaglio

Il punto, ovviamente, non è negare l’esistenza di episodi antisemiti in assoluto, ma comprendere che cosa significhino davvero quei numeri e come vengano assemblati per sostenere una narrazione politica. Perché proprio nella struttura metodologica del rapporto emergono elementi che invitano a una lettura molto più prudente di quella proposta dai titoli dei giornali e dei circuiti mainstream, a partire dalla formula ad effetto secondo cui “1 italiano su 7 sarebbe d’accordo con l’idea di espellere tutti gli ebrei dall’Italia”. Il primo dato da osservare è la composizione degli episodi registrati. Dei 963 casi segnalati nel 2025, 643 riguardano contenuti online: post sui social network, commenti, messaggi o materiale diffuso sul web. A questi si aggiungono 103 graffiti, 65 episodi classificati come discriminazioni e 18 aggressioni fisiche. La distinzione è cruciale: nella statistica complessiva rientrano infatti fenomeni molto diversi tra loro, che vanno da un insulto su internet fino a un’aggressione reale. Il risultato è che una stessa categoria – “episodio antisemita” – finisce per includere eventi con gravità e natura completamente differenti. Quando la maggioranza dei casi deriva dall’attività online, basta l’azione ripetuta di pochi utenti particolarmente attivi per produrre numeri elevati. In altre parole, la crescita statistica può essere determinata più dalla quantità di contenuti digitali che da un reale aumento di violenza nel mondo fisico. Non a caso, nel rapporto citato dal Corriere, le aggressioni fisiche rappresentano una frazione molto ridotta del totale.

Atteggiamenti e stereotipi non sono comportamenti

Un secondo elemento riguarda il contesto internazionale che sempre più spesso viene accantonato. L’aumento di episodi registrati coincide temporalmente con l’escalation mediorientale successiva all’attacco al 7 ottobre 2023 e alla guerra a Gaza. In tutta Europa si è osservato un incremento parallelo sia degli episodi antisemiti sia di quelli islamofobi, un fenomeno segnalato anche da organismi internazionali come la European Union Agency for Fundamental Rights e la Anti-Defamation League. È dunque una dinamica legata alla polarizzazione politica, non una peculiarità esclusivamente italiana. Il rapporto del Corriere aggiunge inoltre un dato proveniente da un sondaggio del sociologo Renato Mannheimer, secondo cui il 14% degli italiani sarebbe favorevole a “espellere tutti gli ebrei dall’Italia”. Anche qui la formulazione merita attenzione. Non si tratta di un sondaggio su una proposta politica concreta, ma di una domanda inserita in questionari sociologici sugli stereotipi. L’obiettivo è individuare la presenza di atteggiamenti estremi, non misurare il consenso verso una misura reale. Presentare quel numero come indicatore diretto di una volontà diffusa di espulsione rischia quindi di trasformare una risposta a un item provocatorio in una fotografia distorta dell’opinione pubblica.

Sionismo e Israele non sono campi neutri

Inutile girarci intorno. Il nodo più delicato riguarda il modo in cui il conflitto mediorientale viene espunto dal dibattito europeo quando si parla di antisemitismo. Dopo più di due anni di guerra a Gaza, con decine di migliaia di morti palestinesi, una devastazione quasi totale della Striscia e un crescente isolamento diplomatico di Israele in molte capitali europee, pretendere che termini come sionismo, Israele o politica israeliana vengano trattati come categorie neutre e sottratte alla critica significa in realtà imporre una precisa posizione politica. Significa cioè chiedere che il dibattito pubblico si allinei alla narrazione secondo cui l’azione militare israeliana – dalla distruzione sistematica di Gaza fino all’espansione del conflitto nei Paesi vicini – debba essere considerata un imperativo di sicurezza sottratto alla contestazione. In questo quadro, l’estensione della definizione IHRA rischia di produrre un cortocircuito evidente: trasformare una critica politica, sempre più diffusa anche in settori dell’opinione pubblica occidentale, in un potenziale indicatore di antisemitismo. Il problema, dunque, non è soltanto statistico ma profondamente politico: quando una guerra che divide l’opinione pubblica mondiale viene sottratta al dissenso attraverso strumenti normativi e categorie giuridiche elastiche, il confine tra tutela delle comunità e controllo del discorso pubblico diventa inevitabilmente più sottile.

I numeri che sostengono il DDL antisemitismo

Il punto centrale diventa allora un altro: a cosa serve questa rappresentazione statistica allarmista? I numeri vengono diffusi proprio mentre in Parlamento arrivano in discussione nuove norme che ampliano il perimetro giuridico di ciò che è definito antisemitismo. Il Ddl Gasparri, come abbiamo già osservato su queste colonne, impone l’adozione della definizione IHRA nelle istituzioni pubbliche e nel sistema educativo, collegandola anche alla modifica dell’articolo 604-bis del codice penale. Una definizione che, nelle interpretazioni operative dell’IHRA, include tra le possibili manifestazioni di antisemitismo anche alcune forme di critica allo Stato di Israele quando esso venga considerato espressione della collettività ebraica. In questo quadro, l’enfasi sui numeri assume una funzione politica precisa. Costruire la percezione di un’emergenza è spesso il primo passo per giustificare l’estensione di strumenti repressivi e disciplinari. È un copione già visto: si amplifica il fenomeno, si moltiplicano i dati aggregati, si eliminano le distinzioni tra episodi di natura diversa e si produce un clima di urgenza morale. In questo clima, qualsiasi obiezione metodologica rischia di essere interpretata come complicità con il problema stesso. Il risultato è che il dibattito pubblico si sposta dal terreno della precisione scientifica a quello della mobilitazione emotiva. Chi mette in discussione le metriche o la loro interpretazione viene facilmente collocato nel campo degli “indifferenti” o dei “negazionisti del fenomeno”.

Le narrazioni emergenziali che diventano legislazione ordinaria

Non sarebbe nemmeno la prima volta che statistiche aggregate o presentate in chiave emergenziale accompagnano l’introduzione di nuove norme restrittive. La storia recente offre diversi precedenti. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, la diffusione di analisi e proiezioni statistiche sul rischio permanente di nuovi attacchi contribuì a creare il clima politico che portò all’approvazione del Patriot Act, una legge che ampliò enormemente i poteri di sorveglianza dello Stato. Dinamiche simili si sono viste in Europa dopo gli attentati jihadisti del 2015, quando l’aumento degli indicatori di radicalizzazione e minaccia terroristica fu utilizzato per giustificare l’introduzione di misure straordinarie poi confluite nella legislazione ordinaria. Più di recente, durante la pandemia di Covid-19, modelli epidemiologici e scenari statistici sulle curve di contagio hanno sostenuto l’adozione di strumenti eccezionali di limitazione della mobilità e della vita sociale. Anche in Italia il dibattito sul Ddl Zan fu accompagnato da statistiche sull’aumento dei cosiddetti “crimini omofobi”, utilizzate per sostenere la necessità di una nuova fattispecie normativa. E così via, dal dibattito sull’odio online si arriva sempre alla legislazione sull'”hate speech”. Risultato? Solo nel 2023, in Inghilterra e Galles sono stati effettuati 12.183 arresti per commenti online e “post offensivi”.

Il punto, come già detto, non è negare l’esistenza dei fenomeni in sé, ma osservare come la costruzione di un quadro narrativo allarmante finisca spesso per precedere e legittimare l’estensione di nuovi dispositivi legislativi e disciplinari. In questo senso, il modo in cui oggi vengono presentati i dati sull’antisemitismo rischia di inserirsi in un copione già noto: quello in cui la percezione dell’emergenza diventa la premessa per ridefinire progressivamente i confini della libertà di espressione.

La discrezionalità prepara uno spazio grigio

Il rischio del Ddl Gasparri non riguarda la repressione dell’antisemitismo – obiettivo del tutto moralistico ed utopistico – ma la possibilità che una definizione ampia e politicamente sensibile venga applicata a contesti di critica politica, soprattutto quando entrano in gioco le scelte reali dello Stato di Israele in Medio Oriente. In un sistema già caratterizzato da leggi d’opinione come la Scelba e la Mancino, introdurre nuovi criteri interpretativi così elastici significa affidare a scuole, università, magistratura e amministrazioni un potere discrezionale molto ampio nel definire cosa sia o non sia antisemitismo. Ed è esattamente in questo spazio grigio che si prepara l’uso politico della norma: non per colpire la violenza concreta, ma per disciplinare linguaggi, simboli, slogan, giudizi storici e posizioni di dissenso. Per questo motivo, contestare metodo e conclusioni di certe statistiche serve ad impedire la costruzione di una narrativa emergenziale funzionale all’estensione dei reati d’opinione. Se i numeri del rapporto CDEC meritano di essere analizzati, devono essere anche contestualizzati e discussi. Senza questo passaggio, la statistica rischia di diventare ciò che troppo spesso è stata nella storia recente: un mezzo per orientare il consenso e giustificare nuove forme di controllo del discorso pubblico.

Sergio Filacchioni

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