Roma, 26 mar – Nelle ore immediatamente successive alla bocciatura referendaria della riforma della giustizia, la Guardia di Finanza ha eseguito una serie di perquisizioni nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Roma, sviluppo del filone Sogei, che ha coinvolto il Ministero della Difesa, Rfi, Terna e il Polo Strategico Nazionale. Le ipotesi di reato sono pesanti: corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite.
Dopo il referendum giustizia, parte la controffensiva
Il fascicolo, coordinato dal sostituto procuratore Lorenzo Del Giudice, riguarda presunte irregolarità negli appalti informatici e coinvolge complessivamente 26 indagati, tra cui ufficiali delle forze armate, dirigenti pubblici e imprenditori. Tra i nomi che riemergono c’è quello dell’ufficiale di Marina Antonio Angelo Masala, già coinvolto nel filone che nel 2024 portò all’arresto dell’ex dg di Sogei Paolino Iorio, fermato mentre incassava una tangente e poi condannato con patteggiamento. Il Ministero della Difesa ha dichiarato piena collaborazione con l’autorità giudiziaria, assicurando che eventuali responsabilità saranno perseguite.
Nelle stesse ore, su un piano diverso ma altrettanto significativo, arriva la richiesta del pubblico ministero di Lodi di tre anni e sei mesi di carcere per Piero Sansonetti, imputato per diffamazione nei confronti dell’ex magistrato e oggi senatore M5s Roberto Scarpinato. La vicenda nasce da una lunga querelle legata alle ricostruzioni giornalistiche sul dossier Mafia-Appalti e sul ruolo attribuito da Sansonetti a Scarpinato e ad altri magistrati nella gestione di quel filone. Il giudice non ha accolto la richiesta, limitandosi a una sanzione pecuniaria. Ma il dato resta politicamente rilevante: nel 2026 un pubblico ministero ha ritenuto di chiedere una pena detentiva significativa nei confronti di un giornalista per il contenuto e la continuità delle sue prese di posizione su una delle pagine più controverse della storia italiana recente.
“Bella ciao” e quel regolamento di conti promesso
Considerati isolatamente, questi episodi seguono ciascuno la propria traiettoria. Inseriti nella sequenza temporale in cui maturano, assumono però un significato diverso. Perché arrivano all’indomani di un referendum sulla giustizia che ha visto la vittoria del No attorno al 54%, con un’affluenza vicina al 59%, ben oltre le attese. Arrivano dopo le immagini di Napoli, dove magistrati e giudici hanno festeggiato il risultato cantando “Bella ciao” all’interno del tribunale, segnando un passaggio simbolico che ha reso esplicita una postura fino a quel momento mantenuta sullo sfondo. Arrivano, soprattutto, dopo uno scontro che è stato vissuto – soprattutto da una parte – non come un confronto tecnico, ma come un conflitto politico pieno.
Dentro questa cornice, la dinamica diventa facilmente leggibile. Uno scontro diretto tra potere politico e potere giudiziario si chiude con la vittoria di quest’ultimo sul piano simbolico e referendario. Subito dopo, quel potere torna ad agire con una presenza più visibile e una capacità di intervento più marcata. Le perquisizioni che toccano Difesa, infrastrutture ferroviarie, rete energetica e sistema digitale non rappresentano solo un passaggio investigativo, ma mostrano la possibilità concreta di incidere nei gangli operativi dello Stato. Allo stesso modo, una richiesta di pena detentiva nei confronti di un giornalista non resta confinata alla dimensione processuale, ma contribuisce a ridefinire il perimetro entro cui si muove il discorso pubblico, indicando quali terreni diventano più esposti e quali più rischiosi.
La giustizia giacobina
Si compone così un quadro coerente. Un potere che esce rafforzato da uno scontro tende a consolidare la propria posizione, ridefinire i rapporti di forza e delimitare lo spazio dell’avversario. Le immagini di Napoli hanno reso evidente questo passaggio, mostrando una magistratura che non si racconta più come funzione neutrale, ma come parte attiva di un conflitto, con una propria identità culturale e simbolica, con una legittimazione popolare. In questo contesto, l’intensificarsi delle iniziative giudiziarie e l’innalzamento del livello di pressione sul piano mediatico non appaiono come anomalie, ma come sviluppi coerenti di una fase successiva alla vittoria. Il passaggio che si apre adesso è molto meno “sottile” di quanto possa sembrare e più simile a pure logiche vendicative. Ora si gioca sul terreno visibile dello scontro, a carte scoperte e posizioni già battezzate. Il “soviet” moderno prende forma, la vendetta giacobina si abbatte sulle teste pensanti, le voci si raffreddano pensando bene a cosa dire e cosa no.
Vincenzo Monti