Roma, 31 marzo – Il piagnucolamento a caratteri cubitali riversato da gran parte dei giornali italiani sull’onorevole Ilaria Salis non ha nulla a che vedere con uno “stato di polizia” del Governo Meloni. Nemmeno le prefiche del duo di onorevoli artefici della sua elezione al Parlamento europeo, Bonelli e Fratoianni, che evocano un pericolo per la democrazia. E ancor meno c’entra la vandea contro il “decreto sicurezza”, definito “una montagna di immondizia scritta per portare in questura e schedare gli oppositori politici o per perquisire parlamentari (!) appartenenti all’opposizione per cercare di intimidire…”, come scrive il padre, Bobo Salis, sulla sua pagina social, aggiungendo: “Se voleste assicurare la sicurezza nel Paese dovreste portare TUTTI i partecipanti alle commemorazioni di Predappio ed Acca Larentia”.
Le lamentele della Salis coprono le sue violazioni
Per Acca Larentia ci siamo stati. Non in Questura, dove certo non abbiamo protettori, ma in Tribunale – e non una sola volta. Da lì, la figlia, con l’onorevole martello, è fuggita come un qualunque partigiano dopo essersi macchiata di vili crimini. Noi, invece, siamo entrati a testa alta e a testa alta ne siamo usciti, senza sotterfugi. Questo passaggio è chiaro. Il resto lo è meno: un maldestro tentativo di trasformare una vicenda giudiziaria in operazione mediatica, tra immagini di Acca Larentia e la sveglia data dalla Polizia italiana, su mandato tedesco, in un albergo della Capitale, sabato mattina, all’onorevole e al suo compagno. Nel dubbio tra malafede e ingenuità dei suoi difensori, l’ultimo capitolo della parabola politica di Ilaria Salis supera la polemica di parte: mette in discussione il senso stesso della rappresentanza. La vicenda che coinvolge Ivano Bonnin, assistente parlamentare e compagno dell’eurodeputata di AVS, apre un problema politico reale, che riguarda la credibilità delle istituzioni e la tenuta della trasparenza democratica.
La violazione dello statuto: una questione di regole, non di opinioni
Il punto nodale della critica non risiede nelle simpatie politiche di Bonnin, ma nel potenziale conflitto con l’articolo 43 dello Statuto dei Deputati del Parlamento Europeo. La norma è categorica: i parlamentari non possono assumere familiari o “partner stabili”. Se la relazione sentimentale venisse confermata, ci troveremmo di fronte a una violazione frontale delle regole comunitarie. Queste norme sono state introdotte proprio per porre fine a decenni di “parentopoli” ed evitare che i fondi pubblici – le tasse dei cittadini europei – diventassero un ammortizzatore sociale per la cerchia ristretta dei rappresentanti. Per chi, come la Salis, ha fatto della “giustizia sociale” e della “lotta ai privilegi” il proprio vessillo, scivolare su una presunta forma di nepotismo rappresenta un corto circuito d’immagine devastante.
Il profilo dell’assistente: militanza o pregiudizio?
Ivano Bonnin non è un tecnico neutrale, ma un attivista con precedenti per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Sebbene il diritto al reinserimento e al lavoro sia sacrosanto, la questione qui è l’opportunità politica. Assumere un collaboratore con tali precedenti, in un momento in cui la figura di Ilaria Salis è già sotto la lente d’ingrandimento per le note vicende ungheresi, appare come una scelta di sfida alle istituzioni piuttosto che di servizio alle stesse. O come una sorta di applicazione della teoria del Marchese del Grillo “Io sono io e voi…”. Si delinea un’idea di politica intesa come “fortino” per i propri sodali, dove la fedeltà ideologica e personale prevale sul decoro istituzionale.
La strategia del vittimismo come distrazione
La reazione di Ilaria Salis e dei vertici di AVS (Bonelli e Fratoianni) merita una riflessione critica. Di fronte a domande puntuali sulla natura del rapporto con Bonnin e sull’uso dei fondi pubblici, la risposta è stata lo spostamento del focus sui “metodi della polizia”, che pare siano rimasti davanti la porta per il tempo necessario alla richiesta dei documenti e di confermare la loro partecipazione alla manifestazione “No King” del pomeriggio. Denunciare un “blitz intimidatorio” basato su una segnalazione internazionale (peraltro chiarita dal Questore come un atto dovuto d’ufficio) sembra un tentativo di sviare l’attenzione da una domanda scomoda: Bonnin è pagato con soldi pubblici per essere il suo assistente o il suo compagno?
L’uso strumentale dell’immunità: Il tentativo di far passare un normale controllo di sicurezza come un attacco alla democrazia indebolisce la credibilità delle battaglie civili autentiche.
Non le dimissione, ma l’incandidabilità
Quest’altro caso Salis, l’ennesimo caso Salis, ci dice che la coerenza è merce rara. Non si può essere anti-sistema quando si tratta di martellare sulle idee (e sui crani) altrui o contestare le leggi e poi diventare “iper-sistema” nel proteggere i propri privilegi di casta, assumendo il compagno con i soldi dei cittadini. Non ci stupiamo che la maestra continui a sbagliare e a contraddirsi, ma se la vicenda può essere una violazione dei regolamenti di palazzo, creare più di un imbarazzo di partito goffamente tentato di mascherare, persino ai danni dell’intelligenza, dell’integrità e della dignità dei propri “angeli” salvatori, noi continuiamo a pensare che i motivi per cui la fiancheggiatrice della Hammerband siano ben altri, ma soprattutto che è la sua elezione è una elezione che non sarebbe mai dovuta avvenire.
Tony Fabrizio