Roma, 1 apr – Sprofondo azzurro, fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva. Nel catino di Zenica i padroni di casa della Bosnia sono protagonisti di una prestazione gagliarda e, nonostante il regalo di Nikola Vasilj in apertura – il portiere dei balcani propizia il temporaneo vantaggio ospite siglato da Moise Kean – per oltre un’ora di gioco mettono letteralmente sotto gli azzurri, ridotti in dieci a fine primo tempo per l’inaccettabile ingenuità di Alessandro Bastoni. Ci ha pensato poi la sequela dei calci di rigore (che sono tutto tranne una lotteria) a mandare capitan Dzeko e soci a Canada, Messico e Usa 2026.
Dal catenaccio alla paura di perdere
Italia-Bosnia come manifesto di quel che (non) è diventato il pallone nostrano. Lasciando agli altri il suggerimento di soluzioni trite e ritrite – dai bambini che dovrebbero giocare per strada alle “rivoluzionare” richieste di dimissioni dei vertici – la partita di ieri sera, a livello tecnico, ha messo a nudo lo stato dell’arte del calcio italiano. Un movimento che almeno da tre lustri a questa parte ha cercato di dare un taglio netto con il passato: le parole risalenti al settembre 2010 dell’allora neo commissario tecnico Cesare Prandelli – che teorizzava un “calcio di qualità” tramite l’assidua ricerca del “possesso palla” – non erano neutre.
Se volessimo metterla nel filosofico con Eraclito e Parmenide, l’Italia del pallone non ha voluto più accostare l’essere (i principi che hanno sempre contraddistinto l’universo azzurro: banalmente, prima regola non prenderle) al divenire – come è naturale che sia in uno sport che si stava trasformando con il passare del tempo.
Il risultato? L’abbiamo visto a Bergamo e a Zenica, in una squadra senza idee, incapace di andare oltre le (poche) iniziative personali, slegata in entrambe le fasi. Il tiro a segno bosniaco – trenta conclusioni a nove – non è stata l’apologia del catenaccio. Tutt’altro, rientra nella tangibile paura di non farcela. E così è stato.
Sprofondo azzurro, uccidere la nostalgia
Ma nel terzo sprofondo azzurro in tre tentativi, continuare a guardarsi indietro sarebbe altrettanto deleterio. Una volta si usciva ai rigori contro Brasile e Francia (finale del 1994 e quarti 1998), oggi ci si fa a prendere a pallonate dalla modestissima Bosnia. E allora fa parte del problema anche chi continua a rivangare le “notti magiche” e chi non si è accorto che anche senza Roberto Baggio è pur sempre domenica.
Prima di pensare a cambiamenti epocali – perché si sa, si cambia tutto affinché non cambi nulla – si dovrebbe uccidere quel senso di nostalgia e di immobilismo che in altri ambiti – appena più seri del calcio, come avrebbe potuto essere la riforma della giustizia – paralizza la costruzione del futuro. Così per ogni Costituzione-da-salvare abbiamo un Del-Piero-che-non-nascerà più.
Ma invece di pensare a chi ha già da tempo appeso gli scarpini al chiodo bisognerebbe chiedersi perché negli ultimi anni siamo stati capaci di costruire solamente talenti rimasti in potenza come Pafundi e Baldanzi, o come Frattesi, Raspadori e Scamacca. Per non parlare di chi – Bastoni, Barella, Locatelli – non ha mai fatto il salto di qualità che contraddistingue l’ottimo giocatore dal campione propriamente detto. Capire perché abbiamo un campionato per vecchi, cimitero degli elefanti dove a far la differenza sono calciatori in odor di pensione.
Specchio della società
Da questo punto di vista sarebbe fuorviante, o quantomeno miope, soffermarsi, come ha fatto qualcuno a più riprese, sui soldi o sulle strutture. I primi ci sono, eccome: semmai, come al solito, sono stati spesi di male in peggio, senza uno straccio di piano operativo. Anche la comprensibile retorica sugli stadi più o meno grandi, più o meno funzionali, di fronte al fatiscente Bilino Polje di Zenica, si scioglie come neve al sole. E che nessuno torni a tirare in ballo la bufala dello ius soli per aumentare il bacino da cui pescare nuovi presunti fenomeni: Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia messe insieme contano un quarto degli abitanti del nostro paese.
La questione, quindi, è culturalmente antropologica: a differenza di tanti altri sport il calcio, nel bene e nel male, è davvero lo specchio della società in cui viviamo. A tal proposito, a fare il giro dei social più di un tifoso sembra godere per l’ennesimo fallimento azzurro. E dei mille campanili che sapevano riunirsi sotto un’unica bandiera rimane un collante identitario piuttosto annacquato. Esatto, prima di rifare la Nazionale sarebbe opportuno rifare gli italiani.
Marco Battistini