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Lo spettro del “lockdown energetico”: oltre le illusioni e i complottismi

by La Redazione
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Roma, 3 apr – La Direttiva 2009/119/CE (attuata con DLgs.249 del 31 Dicembre 2012) impone agli Stati Membri di detenere un quantitativo minimo di scorte di petrolio e/o prodotti petroliferi, pari almeno a 90 giorni di importazioni nette medie giornaliere oppure 61 giorni di consumo interno. Fra i due deve prevalere il valore più alto, quindi la Direttiva ragiona su un periodo di tempo discreto, ma secondo criteri per eccesso. In particolare, i 90 giorni sono uno standard internazionale di sicurezza nato dal coordinamento fra istituzioni locali e IEA (International Energy Agency). La Direttiva impone inoltre che le scorte siano sempre accessibili, mobilitabili nel minor tempo possibile, regolarmente monitorate e comunicate alla Commissione Europea. 

La possibilità del lockdown energetico

L’Italia ha un sistema ibrido che integra settore pubblico e privato, a capo del quale c’è OCSIT, ossia l’Organismo Centrale di Stoccaggio Italiano, che è la struttura a capo della gestione delle scorte strategiche di Stato. Funziona come coordinatore delle scorte, che sono distribuite fra raffinerie, depositi costieri e logistici, i quali possono essere sia “serbatoi” pubblici che privati (compagnie petrolifere, commercianti importatori, raffinerie, tutti sottoposti all’obbligo di detenzione di scorte proporzionali ai propri volumi) che spesso si sovrappongono con le strutture che sostengono il consumo quotidiano. OCSIT detiene direttamente una parte delle riserve, e ha facoltà di acquistare, vendere e spostare le scorte. Il sostegno economico arriva sia dai contributi degli operatori, sia direttamente dai costi di filiera: nel prezzo che tutti noi paghiamo al distributore è già incluso il costo del mantenimento delle scorte.

Le scorte possono essere utilizzate in contesti di crisi internazionale, di interruzione fisica delle forniture, oppure ancora per decisioni coordinate a livello internazionali, ma comunque sempre in via emergenziale.  L’utilizzo deve passare per fasi decisionali politiche di Stato, UE e IEA, e ha la forma di un “rilascio” graduale e gestito, attraverso gli operatori di settore. Dalla natura emergenziale di queste scorte deriva di per sé l’impossibilità di una sostituzione degli approvvigionamenti regolari grazie ad esse, che sono solo ed esclusivamente strategiche e transitorie, cioè possono fare al massimo da ponte in contesti di crisi. Va da sé che una crisi prolungata significherebbe rilasci sempre più frazionati.

Sia chiaro che attingere alle scorte significa di per sé che, nel momento in cui si prende questa decisione, la crisi è grave. Ancora: la quantità fissata non significa che ci siano 90 giorni a disposizione per vivere normalmente, ma anzi all’opposto significa che c’è un margine per gestire l’emergenza razionando. 

La situazione attuale

In queste ore si stanno moltiplicando gli articoli – non ad opera di oscuri siti pseudo-complottisti, ma sulle testate più autorevoli oltre che quelle di settore – riguardanti la possibilità che le forniture regolari ulteriori rispetto alle scorte siano in esaurimento. Non solo: si inizia a profilare la possibilità di un lockdown energetico”. I prezzi sono molto alti, e il taglio delle accise non ha avuto chissà quale effetto se non nei primissimi giorni, tuttavia non sono ancora stati raggiunti prezzi tali da poter essere considerati segnali allarmanti o significativi. Tradotto: non è il prezzo al distributore a dirci oggi se ci sia o meno da preoccuparsi. Ma dobbiamo preoccuparci? Ni.

Lockdown energetico: cos’è e come arriva

Già due settimane fa IEA ha “sbloccato” 400 milioni di barili di riserve internazionali petrolifere, e la notizia (del 11 Marzo 2026, ripresa ad esempio da RaiNews, fra gli altri) ha tutte le caratteristiche lessicali dei contesti pre-crisi: “sbloccare”, “rilasciare”, “equilibri”, “fragilità”, sono tutti termini del vocabolario prudenziale precedente una crisi che si reputa probabile – o che magari è già iniziata. Le fasi precedenti e iniziali sono solitamente gestite in modo “soft”, così da evitare o contenere la percezione negativa e il passaggio di massa alla paura o, peggio, al panico. L’emergenza in quanto tale sorge prima che la popolazione la avverta nella quotidianità, e diventa di pubblico dominio quando la politica si trova a gestire la necessità di razionamento, limitazione alla circolazione, tagli alla produzione. Questa gradualità è necessaria sia per la gestione della massa, sia per spingere il più in là possibile l’esaurimento delle scorte: si guadagna tempo, si evita il collasso improvviso (immaginiamo se, obbligati ad attingere alle scorte, consumassimo come se nulla fosse: finite le scorte, nel giro di 48/72 ore si arriverebbe letteralmente ad un crollo verticale), si cercano altre fonti con nuove negoziazioni. Nonostante la narrazione nelle ultime due settimane si sia polarizzata e abbia assunto i toni di “tutto a posto” oppure “il mondo sta finendo”, IEA ha pubblicato “10 Consigli” basati sui rilievi dei consumi petroliferi (ma in realtà non solo): Lavorare da remoto dove possibile; Abbassare i limiti di velocità in autostrada di almeno 10 km/h; Incentivare l’uso dei mezzi pubblici; Introdurre la rotazione delle targhe nelle grandi città; Promuovere il car sharing e la guida efficiente; Adottare pratiche eco-driving per i veicoli commerciali; Ridurre i voli dove esistono alternative; Spostare l’uso del GPL dai trasporti alla cucina; Incoraggiare soluzioni di cottura alternative al GPL; Ottimizzare i feedstock petrolchimici nell’industria.

Sono “consigli”, quindi misure possibili suggerite da IEA (e pubblicate ovunque dal 20 marzo in avanti). Ovviamente non sono state recepiti da alcuno Stato e non ci sono obblighi, ma somigliano molto ad una sorta di bozza da ampliare in caso di lockdown, e in effetti molti governi ne stanno già vagliandol’applicabilità.

…e allora il COVID?

Un lockdown energetico sarebbe anticipato da tutti questi segnali, e potrebbe avere caratteristiche anche molto diverse dal periodo COVID. La circolazione ad esempio sarebbe limitata non per timori sanitari ma per scarsità di rifornimenti destinata a diventare impossibilità. I prezzi sarebbero in crescita rapida, ma il rischio sarebbe rappresentato dal non poter più produrre i beni da vendere.  Per intenderci: durante i lockdown del periodo COVID nessuno ha mai avuto davvero paura di rimanere senza cibo, mentre in un contesto di lockdown energetico la possibilità di stop alla produzione, allo stoccaggio e alla distribuzione esiste, e ciò potrebbe avere esiti di massa drammatici. Da più parti il COVID è stato definito come “uno stress-test socioeconomico”, per altro considerato come un successo. Si trattava di un’emergenza percepita come temporanea, esogena, e soprattutto risolvibile: una volta identificato il Male e avviato il lockdown, la soluzione pressoché immediata (i vaccini) da mostrare al pubblico faceva già intravedere la luce in fondo al tunnel.

Un lockdown energetico è completamente diverso non tanto per la quotidianità, quanto piuttosto per la profondità delle conseguenze. Una settimana in più o in meno può causare danni strutturali che, passata la crisi, possono richiedere anni per porvi rimedio. Se nel caso di una crisi sanitaria la soluzione è la cura, quando il Male individuato si chiama “guerra” è molto più difficile contenere il panico, trovare una soluzione rapida e soprattutto dare orizzonti temporali più o meno discreti. La gradualità nel caso di un lockdown energetico è strettamente dipendente dalla gestione di risorse per definizione scarse, e quindi sottoposte ad esaurimento inevitabile senza regolari rifornimenti: come dicevano i nostri nonni, quando non ce n’è più…

La gestione della paura durante il periodo COVID era collegata ad elementi tutto sommato orientabili in un contesto nel quale non solo i media funzionano, ma diventati dominanti date le nuove condizioni di vita quotidiana: ce lo ricordiamo tutti il bombardamento mediatico quasi 24 ore su 24 del lockdown. In quelle condizioni è molto più facile governare la paura perché si possono comunicare modelli comportamentali cui conformarsi, ed è estremamente facile dividere il mondo in due parti ponendo da una parte il Male e dall’altra il buon senso personale e civico per cooperare tutti insieme e uscire dalla crisi. 

In caso di lockdown energetico non può essere propriamente così, e fra l’altro non sussisterebbero le condizioni per limitare al proprio domicilio la circolazione. Potendo uscire liberamente dalle proprie abitazioni, i cittadini – pur in preda a diversi gradi di paura – possono venire a contatto anche se i mezzi di trasporto sono fermi. Cosa può succedere se quella paura soggettiva si trasforma in paura di gruppo? Cosa può succedere se l’eventuale panico di massa dovesse trovare nuove forme di aggregazione pronte a diversi gradi di conflitto pur di uscire da una struttura che non sta trovando soluzioni ritenute temporalmente accettabili?

Niente illusioni, niente complottismi

La cosa peggiore che si possa fare da oggi in avanti è cedere ai vari complottismi di cui ormai abbiamo tutti le tasche piene. Anche l’esatto opposto, cioè illudersi che tutto andrà sicuramente bene e non succederà alcunché, sarebbe da evitare. Il “sistema-mondo” che si credeva globalizzato non lo è mai stato: ha continuato ad essere frammentato e conflittuale, come è normale che sia, ma nonostante ciò abbiamo preteso di globalizzare produzioni e politiche che non sono migliorate, e anzi si sono stiracchiate per adattarsi al modello artificiosamente imposto, fino a logorarsi e stracciarsi. I grandi think-tank che descrivono il COVID come uno stress-test superato non hanno molto da lasciare in eredità – a parte l’abuso del termine “resilienza“ sicuramente. Non è dato sapere fin dove si potrà arrivare, ma è bene mettersi già in testa che l’ottimismo infondato è fratello gemello del pessimismo senza speranza. Se fosse giunto un altro di quei momenti storici in cui tutto crolla, dobbiamo ricordarci chi è destinato a rimanere in piedi sulle rovine – ed è bene che siamo noi.

Francesco Perizzolo

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