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Rock, Barbour e altre ossessioni: tutti a caccia dello “stile fascista”

by Sergio Filacchioni
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stile fascista

Roma, 7 apr – La ricerca dello “stile fascista” racconta molto più di quanto sembri sullo stato del dibattito culturale europeo. Da una parte il lungo approfondimento pubblicato da la Repubblica che riprende il saggio di Daniel Rachel e mette in fila, quasi ossessivamente, tutti i momenti in cui il rock ha attinto all’immaginario del Terzo Reich: svastiche indossate da Sid Vicious, riferimenti estetici nei Motörhead, ambiguità iconografiche e dichiarazioni controverse di David Bowie, fino a una vera e propria genealogia della provocazione punk tra il 1976 e il 1977. Dall’altra parte, in Francia, il caso mediatico costruito attorno al portiere Lucas Chevalier, la cui colpa sarebbe quella di aver indossato una giacca Barbour – il modello Bedale – che un cronista televisivo ha suggerito essere percepita da “alcuni” come segno della destra radicale. Due storie diverse, un unico riflesso: la necessità compulsiva di individuare ovunque tracce di fascismo, anche dove non c’è nulla da spiegare se non il bisogno di spiegare.

Dal rock al Barbour: lo stile fascista

Il punto di partenza è semplice, ma viene sistematicamente eluso: gran parte degli artisti coinvolti in queste ricostruzioni non ha mai rivendicato alcuna appartenenza politica “coerente” con i simboli utilizzati. Al contrario, li ha sempre ricondotti a una dimensione di provocazione, rottura, estetica dello shock. Il punk, in particolare, nasce come gesto distruttivo, come rifiuto totale dell’ordine esistente, e utilizza deliberatamente ciò che più disturba per produrre una frattura nel linguaggio dominante, specialmente quello della borghesia inglese del secondo dopoguerra. La svastica, in questo contesto, non è un programma politico ma un detonatore simbolico, un oggetto che rompe la grammatica del discorso pubblico e costringe a reagire. Leggere tutto questo come “Fascismo” significa compiere un’operazione elementare ma decisiva: confondere il piano dell’uso con quello dell’adesione, trasformare un dispositivo estetico in una dichiarazione d’intenti, ridurre la complessità di un fenomeno artistico alle griglie della morale da politburo. Più che un errore interpretativo è una scelta: semplificare consente di giudicare, mentre comprendere costringe a entrare nel merito. E la sinistra, già da molto tempo, ha deciso che “entrare nel merito” è da fascisti.

Lo stesso meccanismo si riproduce, in forma ancora più evidente, nel caso Barbour, dove il passaggio dalla realtà alla narrazione avviene quasi senza attrito. Non viene dimostrato nulla, non viene affermato nulla in modo diretto: si suggerisce. Si costruisce un campo semantico in cui un oggetto neutro – la giacca cerata simbolo dello stile british, diffusa trasversalmente tra classi sociali, ambienti culturali e generazioni, indossata tanto dalla famiglia reale britannica quanto da figure pop come David Beckham – viene lentamente caricato di significato politico. Non perché lo possieda, ma perché qualcuno decide che possa possederlo. È il trionfo dell’attribuzione sul dato, del discorso sull’oggetto, della percezione costruita sulla realtà. E una volta accettato questo principio, non esiste più alcun limite: ogni scelta estetica diventa sospetta, ogni segno diventa indizio, ogni comportamento può essere reinterpretato. Il fascismo, a quel punto, non è più un fenomeno storico ma una categoria fluttuante, pronta a essere applicata ovunque serva. E questo non è per forza un male.

Il tentativo di spiegare il fascismo

Qui entra in gioco una questione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui si tenta di afferrare ciò che si definisce “fascismo”. Armin Mohler, nel suo saggio sullo “stile fascista”, aveva già indicato una direzione che oggi viene completamente ignorata: il fascismo non è riducibile a un sistema dottrinario coerente, né a un repertorio di simboli riconoscibili, ma va compreso come una forma, una postura, un’attitudine esistenziale. “Lo stile sopravanza la fede, la forma viene prima dell’idea”: significa che ciò che conta non è l’adesione a un contenuto ideologico, ma un certo modo di stare nel mondo, una tensione, una disposizione. In questo senso, pretendere di individuare il fascismo attraverso oggetti, abiti, immagini o riferimenti estetici è un’operazione soltanto parzialmente destinata a fallire. Perché sì, è vero, scambia la superficie per la sostanza e riduce qualcosa di complesso a un codice visivo elementare, ma è proprio questa riduzione che rende il discorso antifascista contemporaneo pervasivo ma fragile: perché cercando lo stile dell’altro, non spiega più nulla di sè stesso. Quando Guillaume Faye scriveva che il fascismo è “solo contro tutti” – e che questa sarebbe la sua condizione normale “in quanto il Fascismo è il solo portatore di un contro-progetto radicale” – non stava descrivendo una posizione politica contingente, ma una struttura: ciò che si pone come totalmente altro dall’ideologia liberale e marxista, non può essere spiegato da chi è completamente immerso nello spirito del proprio tempo, perché ne rompe le categorie, ne rifiuta il linguaggio, ne disarticola le certezze. E proprio per questo viene immediatamente ricondotto a qualcosa di già noto, classificato, neutralizzato.

Il pulp-fascism contro lo spirito del tempo

In questo senso, possono tornare utili per chiarire ulteriormente il punto, le riflessioni di Jonathan Bowden su ciò che lui stesso definì pulp-fascism. Bowden osservava come, nella tarda modernità, il fascismo non sopravviva tanto come sistema politico o dottrina coerente, quanto come residuo estetico, come frammento simbolico che riemerge nei luoghi più impensati della cultura di massa: cinema, musica, moda, immaginario visivo. Non è più un’ideologia organizzata, ma una serie di segni, posture, atmosfere che vengono continuamente riassorbite e rielaborate in forma pop, spesso svuotate del loro contenuto originario ma non per questo prive di forza. È esattamente ciò che accade quando la provocazione punk gioca con la svastica o quando una certa estetica della disciplina, della forza o della gerarchia riaffiora in contesti completamente depoliticizzati. Ma qui sta il nodo: ciò che Bowden descrive non è una sopravvivenza innocua, né una semplice estetizzazione, bensì la prova che alcune forme continuano a esercitare attrazione proprio perché non vengono più comprese fino in fondo. E allora l’antifascismo contemporaneo, nel tentativo di inseguire questi frammenti e ricondurli a un significato univoco, finisce per fare esattamente ciò che dovrebbe evitare: confermare che esiste qualcosa che continua a sfuggire, che riappare sotto forma di stile, di immagine, di impulso, e che proprio per questo non può essere liquidato attraverso una semplice etichetta.

Il punto interessante, per una destra senza sensi di colpa, è proprio questo: se ogni forma di rottura, ogni estetica non conforme, ogni oggetto che sfugge alla grammatica dominante viene ricondotto a quella categoria, allora quella categoria smette di funzionare come accusa e diventa semplicemente il nome che viene dato a ciò che non si riesce a controllare. Il rock è fascista? Bene. La giacca Barbour è fascista? Perfetto. Non perché lo siano davvero, ma perché a furia di chiamare tutto nello stesso modo si è perso completamente il senso delle parole. E a quel punto non resta più nulla da difendere o da smentire: resta solo da prendere atto che l’etichetta non spiega più niente e che, proprio per questo, può essere assorbita. Perché se il fascismo, come suggerivano in modi diversi Faye, Bowden e Mohler, è ciò che resta irriducibile allo spirito del tempo, allora è inevitabile che venga continuamente frainteso, ridotto, banalizzato. Ma è altrettanto inevitabile che continui a riemergere proprio lì dove non dovrebbe, nelle pieghe della cultura, nelle forme della provocazione, nelle estetiche della rottura. Non come dottrina, o programma, ma come tensione che sfugge alle categorie disponibili.

Dal rock al Barbour, tanto vale prenderseli

Lo si è visto chiaramente anche con M – Il figlio del secolo: nel tentativo di ritrarre il fascismo dentro una rappresentazione da gangster-movie, lo si è trasformato in immagine, in linguaggio, in sequenza continuamente rilanciata tra social, meme e immaginario pop. Più si forza la caricatura, più si perde la sostanza; più si pretende di neutralizzare, più si produce circolazione. Ed è per questo che la rincorsa ossessiva allo “stile fascista” finisce per diventare allo stesso tempo trappola e occasione: più si allarga la categoria, più la si svuota; più la si applica a tutto, più perde ogni funzione reale. Ma a quel punto non resta che prenderne atto fino in fondo, senza riflessi puristi e senza complessi: se gli strumenti di comprensione non funzionano più, allora sarà inevitabilmente l’estetica – e perfino l’irrazionale – a dare un nome a ciò che non si riesce più a contenere.

Sergio Filacchioni

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