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L’”Epic flop” di Trump: sui negoziati Teheran detta la linea

by Enrico Colonna
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Roma, 8 apr – Nel pieno di una delle crisi più pericolose degli ultimi anni in Medio Oriente, il risultato che emerge è tutt’altro che quello annunciato all’inizio dell’escalation: la Repubblica Islamica non è stata piegata, ma è oggi al centro del tavolo negoziale da una posizione di forza relativa. A neanche un giorno dalle sconclusionate (e isteriche) minacce di distruzione totale nell’ultimatum (o dovremmo dire a questo punto “penultimatum”?) di Trump, gli Stati Uniti si preparano infatti a negoziare. Ma il punto cruciale è un altro: non saranno i termini di Washington (il programma in 15 punti di Trump) a guidare il dialogo, bensì i dieci punti negoziali di Teheran.

Sul negoziato Teheran detta la linea

Secondo le informazioni disponibili, i colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran (con la mediazione di Islamabad) prendono come base un piano in dieci punti elaborato dalla Repubblica Islamica. L’accettazione di questo schema da parte di Donald Trump rappresenta già di per sé un segnale politico rilevante, nonostante Pete Hegseth – il capo del Pentagono – abbia affermato che “l’operazione Epic Fury è stata una vittoria storica”. In ogni negoziato, infatti, chi definisce la cornice iniziale esercita di fatto un vantaggio strategico. In questo caso, gli Stati Uniti si trovano a discutere all’interno di un perimetro stabilito dalla controparte, un elemento che suggerisce come la “pressione massima” non abbia prodotto la resa sperata.

I dieci punti di Teheran

Il piano iraniano si configura come una piattaforma ampia e ambiziosa, che riflette più una posizione di forza che una disponibilità al compromesso. Tra gli elementi principali emergono: la garanzia degli USA di non compiere altri atti di aggressione ai danni dell’Iran, revoca completa delle sanzioni economiche (primarie e secondarie), ritiro delle forze militari statunitensi dalla regione, controllo iraniano sullo stretto di Hormuz (sotto l’egida dei Guardiani della Rivoluzione), compensazioni per i danni subiti durante il conflitto, riconoscimento del diritto iraniano all’arricchimento nucleare(inclusa la revoca delle risoluzioni ONU contro il nucleare iraniano), cessazione coordinata delle ostilità su tutti i fronti regionali (incluso quello libanese, che vede Hezbollah impegnato nel contenimento dell’aggressione israeliana), istituzione di un protocollo di sicurezza per il passaggio attraverso Hormuz con il pagamento all’Iran di una tassa di due milioni di dollari per nave. Si tratta di richieste che, se anche solo parzialmente accolte, ridimensionerebbero profondamente la strategia americana degli ultimi anni. Di fatto uno smacco non da poco, in linea con quanto aveva dichiarato pochi giorni fa il ministro degli esteri iraniano: “I ponti possono essere ricostruiti, l’occasione di mettere in riga l’America non capiterà di nuovo”. Un’occasione che Teheran sembra aver colto al volo.

USA e Israele mancano gli obiettivi

All’inizio della crisi, gli obiettivi di Stati Uniti e Israele apparivano chiari: contenere o smantellare il programma nucleare iraniano, ridurre la sua capacità missilistica e indebolire la sua rete di alleanze regionali e, soprattutto, favorire un cambio di regime in Iran (magari col ritorno al potere dell’esiliata dinastia dei Pahlavi). Oggi, però, il quadro appare ben diverso: le capacità offensiveiraniane restano operative (con Teheran che mantiene una media stabile di 40-50 lanci al giorno), il sistema di stoccaggio di uranio arricchito non risulta eliminato, la rete regionale di alleanze continua a rappresentare un fattore di influenza e di proiezione regionale da parte dell’Iran e l’assetto istituzionale della Repubblica Islamica è ancora saldamente al suo posto. Il fatto stesso che si sia giunti a negoziare su basi iraniane indica che non vi è stata una vittoria strategica decisiva da parte israelo-americana.

La lezione (ignorata) di Sun Tzu

Nella conduzione di questo conflitto è emerso inoltre l’approccio quantomeno incauto da parte di Donald Trump, che ha dimostrato di non aver appreso (o di aver ignorato) uno dei principi fondamentali dell’arte bellica. Nel suo celeberrimo trattato “L’arte della guerra”, Sun Tzu aveva scritto a chiare lettere che “ad un nemico accerchiato bisogna lasciare una via di fuga”. Il motivo è presto detto: un nemico con le spalle al muro è molto pericoloso, poiché combatterà fino all’ultimo, sapendo che quella è l’unica possibilità di uscirne. Se invece gli viene lasciata una via di fuga, sarà più incline a trovare altre soluzioni. Sin da subito invece, Stati Uniti e Israele hanno dichiarato di voler annientare l’Iran (prima politicamente con il tentato regime change e ora, secondo le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump, anche letteralmente, con bombardamenti a tappeto). Tralasciando gli ormai evidenti bluff del tycoon, che ha ogni volta ritrattato le proprie minacce nel giro di poco tempo, questo atteggiamento ha avuto l’effetto di far sì che gli iraniani percepissero questo conflitto come una guerra per la propria sopravvivenza, compattando il popolo iraniano attorno ai vertici della Repubblica e rendendo Teheran poco incline alle trattative in base alle proposte di Washington DC.

Il Libano alle prese con Netanyhau

Se il negoziato tra Stati Uniti e Iran appare già complesso, è sul fronte libanese che emergono le contraddizioni più evidenti. Israele ha chiarito che il cessate il fuoco non si applica al conflitto con Hezbollah, mantenendo quindi aperte le operazioni militari (è di poche ore fa l’annuncio da parte di Tel Aviv del “più grande attacco al Libano degli ultimi anni”). L’Iran, al contrario, considera il teatro libanese parte integrante della crisi e insiste su una tregua estesa a tutta la regione. Questa divergenza non è solo diplomatica, ma strategica. Teheran ha fatto capire che un cessate il fuoco parziale non sarà considerato vincolante: se le operazioni in Libano continueranno, anche la tregua nei confronti di Israele potrebbe venir meno, con il rischio di attacchi diretti contro obiettivi israeliani, a cominciare dal proseguimento ad oltranza degli attacchi missilistici iraniani su Tel Aviv (come si legge nel comunicato rilasciato dal Consiglio di Sicurezza iraniano).

Si crea così una situazione altamente instabile: un accordo esiste formalmente ma le condizioni per la sua applicazione sono incompatibili. La posizione di Netanyahu va letta anche alla luce della politica interna israeliana, dove il mantenimento di uno stato di conflitto può contribuire a gestire le pressioni giudiziarie e politiche che pendono sul collo del premier israeliano. Inoltre, appare sempre più evidente la divergenza tra gli alleati “storici”: Israele ha trascinato gli Stati Uniti in un vespaio ma non si sente vincolato al suo cessate il fuoco. Che l’aria di disfatta stia tirando anche in Israele, lo dimostra il fatto che il leader dell’opposizione alla Knesset, il deputato Yair Lapid, non ha risparmiato parole al vetriolo contro Netanyahu, commentando così su X il cessate il fuoco: “Non c’è mai stato un tale disastro politico in tutta la nostra storia. Netanyahu ha fallito politicamente e strategicamente e non ha soddisfatto uno solo degli obiettivi che lui stesso si è prefissato”.

Teheran ne esce rafforzata

Nel bilancio complessivo della crisi, un dato emerge con forza: la Repubblica Islamica non solo ha resistito, ma ha consolidato la propria posizione, ricompattando l’opinione pubblica (anche quella più critica verso il governo di Teheran), grazie all’effetto “rally round the flag” di cui avevamo già parlato all’inizio del conflitto. Di fatto, Teheran ha mantenuto i propri asset strategici, ha evitato una sconfitta militare decisiva, ha imposto il proprio schema negoziale, continua a esercitare influenza regionale. Se il negoziato dovesse evolvere anche solo in parte secondo le linee proposte dall’Iran, il risultato sarebbe un evidente rafforzamento della Repubblica Islamica sulla scena internazionale. Insomma, Teheran è ora un interlocutore credibile. E se l’Iran (che nei suoi dieci punti ha, di fatto, chiesto tutto) dovesse ottenere tutto ciò che vuole, allora potremmo dirlo non più solo sottovoce: la Repubblica Islamica ha vinto.

Enrico Colonna

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