Roma, 14 aprile – C’è un’eleganza suprema, quasi metafisica, nel naufragio della sinistra italiana. Un’eleganza che non abita più i severi corridoi delle Botteghe Oscure — dove un tempo il fumo delle sigarette pesanti disegnava geografie di potere e ortodossia — ma si rifugia, tra un fumo di frittura e un sentore di iodio, nei pressi del porto di Napoli. È il crepuscolo degli dèi che si fa pranzo di gala; è la falce e il martello che si piegano docili, quasi con sollievo, al servizio di una forchetta d’argento impegnata a districare scialatielli.
La storia ha un senso dell’umorismo feroce
Bisogna avere il passo del palombaro dello spirito e la pazienza dell’antiquario per scendere negli abissi della cronologia progressista senza restare storditi dalla vertigine del vuoto. Si partì dal rigore monastico di Livorno, nel 1921, quando il Verbo era ferro, fuoco e scissione necessaria; si attraversò il 1945, con la cenere dei padri a concimare la rinascita di un’Italia che ancora credeva al destino. Si sfiorò la tragedia d’Ungheria nel 1956, quando il dubbio si faceva tormento esistenziale e le lacrime erano lacrime di sangue, non di coccodrillo. E poi il Compromesso, la Bolognina, fino all’estasi gelida e fondativa del 2007, quel Partito Democratico nato sotto il segno di un’illusione tecnocratica, un ibrido da laboratorio che avrebbe dovuto marciare verso il futuro e invece inciampa quotidianamente sui propri lacci. Ma la Storia, quella con la “S” maiuscola, possiede un senso dell’umorismo feroce, quasi sadico. E così, nell’aprile di questo 2026, il destino convoca la nomenclatura a tavola. Presso l’augusto convivio de “’A Figlia d’’o Marenaro”, si è celebrato il rito dell’ultima cena di un’idea di mondo. Non c’è più la Mosca dei Soviet, non c’è più la Roma di Berlinguer, c’è solo la Napoli dei vicoli e del pesce azzurro. Attorno a quel tavolo, in una penombra interrotta solo dai flash dei cellulari, tra un Provenzano e una Serracchiani, tra l’augusto e onnipresente Franceschini e il meditabondo Orlando, non si udivano echi di riforme strutturali né fremiti di riscossa sociale. Il salario minimo è rimasto fuori dal locale, a far muta compagnia ai disoccupati e ai fantasmi delle tute blu; la politica estera è stata lasciata cortesemente al guardaroba, insieme ai cappotti di cachemire. Al centro della scena, unico, assoluto e ingombrante come il busto di Gramsci e la bandiera de La Comune di Parigi nella hall dell’hotel extralusso Hyatt del fu Bottegone, troneggiava il totem: le primarie.
Da “ha da venì Baffone” a “è venuto Sandro Ruotolo”
Ed è qui che sorge, monumentale, la figura di Sandro Ruotolo, novello vate di una Costituente che ha sostituito il Capitale con il menu del giorno e la dialettica hegeliana con la scelta tra sauté e impepata. Ruotolo, che con quei baffi d’ordinanza e l’aria da tribuno stanco sembra quasi voler evocare un’estetica d’altri tempi, una sorta di neorealismo fuori tempo massimo, ha scolpito nel marmo della memoria l’epitaffio definitivo di un secolo di lotte. Con la densità filosofica di un oracolo di periferia, ha consegnato ai posteri la chiave di volta del progressismo moderno: «Le primarie sono ’na strunzata, ma se proprio l’avimma fà, ‘e facimm». C’è tutto, in questo distillato di saggezza partenopea. C’è il fatalismo di chi sa che il rito è vuoto, ma deve pur essere officiato per nutrire i sacerdoti della casta. C’è il cinismo di una classe dirigente che ha smesso di sognare il sol dell’avvenire per accontentarsi del bagliore di una lampadina in un gazebo semivuoto sotto la pioggia. Ma soprattutto, guardando Ruotolo solennizzare l’inutilità del gazebo tra un crostaceo e l’altro, il pensiero corre inevitabilmente alla nostalgia dei tempi che furono. Un tempo, nei momenti di sbandamento ideologico e caos organizzativo, il militante affranto sospirava speranzoso: “Adda venì Baffone”. Si invocava il rigore d’acciaio del compagno Stalin per spazzare via le mollezze borghesi e rimettere ordine nel caos. Oggi, per un’ironia della sorte che sfiora la crudeltà, il “Baffone” è arrivato davvero, ma ha le sembianze rassicuranti di Sandro e, invece di purgare il partito dai traditori, ne benedice l’eutanasia gastronomica con un’alzata di spalle. Non si aspetta più l’ordine da Mosca, si aspetta il sorbetto al limone.
Il declino progressivo e progressista
Dall’ascesi di Gramsci alla frittura di paranza. Dal centralismo democratico al nichilismo del catering strategico. La sinistra italiana, nel suo lungo viaggio verso il nulla, ha finalmente trovato la sua sintesi definitiva. Non è un’idea, non è un progetto, è un’alzata di spalle collettiva davanti a un piatto di cozze. Siano lodate le parole di Ruotolo: esse rappresentano la caratura intellettuale di un’epoca in cui la politica non è più l’arte del possibile, ma l’arte del “facciamolo pure, tanto non serve a niente”. In alto i calici, dunque: la strunzata è servita calda. E noi, spettatori attoniti di questo teatro di ombre e vapori di cucina, non possiamo che restare a guardare, con la malinconia di chi sa che, dopo il caffè, non resterà nemmeno il profumo di un ideale. D’altronde, a voler essere onesti fino in fondo, questa gente “livellata” che inizia a essere seria perché prova paura di “Giuseppi” Conte che imbraccia la pochette, ma pure la via per il Nazareno, addirittura quella per Palazzo Chigi, e ad avere le sembianze di morti, politicamente parlando. Allora sembra quasi vedere lo spettro del Principe de Curtis che, poco comicamente stavolta, commenterebbe «A proposito di politica… non ci sarebbe qualcosa da mangiare?».
Tony Fabrizio