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Ilaria Salis l’”intoccabile”: il processo sospeso e l’immunità mascherata da lotta

by Tony Fabrizio
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Ilaria Salis

Roma, 14 apr – Non è affatto una sorpresa. L’archiviazione — o meglio, il congelamento burocratico — del processo a carico di Ilaria Salis in Ungheria è l’atto finale di una farsa grottesca che ha visto l’Europa dei burocrati farsi scudo umano per una militante dei centri sociali. La “maestra col manganello retrattile nello zaino ” (o presunto tale, sia chiaro ai fini legali) ha vinto la sua battaglia personale, ma a perdere è quel poco che restava della credibilità istituzionale del continente.

Budapest archivia il processo a Ilaria Salis

Il meccanismo è stato tanto semplice quanto spudorato: si prende un soggetto con una fedina penale non esattamente immacolata, lo si trasforma in un martire laico della “lotta alle destre” e lo si catapulta nel listino di un partito che ha fatto del feticismo per l’illegalità il suo unico programma politico. Una volta ottenuto il seggio, scatta l’automatismo dell’immunità.
Così, il processo per le aggressioni di Budapest dell’11 febbraio 2023 finisce nel dimenticatoio. Non perché i fatti non sussistano, non perché le vittime non siano state prese a martellate, ma perché la Salis ora gode del “bollino blu” di Strasburgo. È la democrazia ridotta a ufficio di collocamento per imputati eccellenti. E la sinistra, che solitamente ulula contro ogni forma di privilegio, oggi festeggia il privilegio per eccellenza: quello di sottrarsi al giudice naturale. Ci hanno ammorbato per mesi con la retorica dello “Stato di diritto” calpestato da Orbán, ma la verità è che lo Stato di diritto lo hanno calpestato loro. Uno Stato di diritto degno di questo nome prevede che chiunque sia accusato di reati gravi — ricordiamolo, si parla di aggressioni brutali — risponda davanti a un tribunale. Invece, la Salis ci comunica con la bonomia di chi l’ha fatta franca che “il processo è più che sospeso“. In teoria, si potrebbe ripartire da capo, dice lei. In pratica, sappiamo tutti che si punta alla prescrizione dei fatti e all’oblio collettivo. L’immunità parlamentare nasce per proteggere la libertà d’opinione del legislatore, non per garantire l’invulnerabilità di chiunque decida di andare all’estero a fare il giustiziere politico con il martello in mano.

L’Europarlamento come rifugio della sinistra

Se avesse un briciolo di quella “fereccia” rivoluzionaria che i suoi fan le attribuiscono, Ilaria Salis farebbe una cosa sola: dimettersi. Per coerenza: se è innocente come proclama, perché nascondersi dietro lo scranno europeo? Un vero combattente accetterebbe il processo per uscirne a testa alta e svergognare i suoi accusatori. Per rispetto: verso gli elettori che, pur nel loro abbaglio ideologico, meritano di essere rappresentati da qualcuno che si occupa di politica comunitaria e non di scartoffie giudiziarie personali. Per decenza: per non confermare l’idea che l’Europarlamento sia diventato il refugium peccatorum della peggiore sinistra extraparlamentare. Ma non ci facciamo illusioni. Le dimissioni richiedono una dignità che non abita più in certi palazzi. La Salis resterà lì, a percepire le “sue” migliaia di euro mensili, a pontificare di diritti umani mentre il suo caso giudiziario marcisce nei cassetti di Budapest. Questa vicenda lascia un sapore amaro: la conferma che, se sei dalla parte “giusta” della barricata ideologica, la legge è davvero un’opinione. L’Ungheria ha archiviato, ma la storia non dimentica. La Salis è libera, sì, ma il suo seggio puzza di fumo e di scappatoia partigiana. Un monumento vivente all’ipocrisia di un’Europa che non sa essere nazione, ma solo un’accozzaglia di cavilli per proteggere i propri pupilli.

L’ideologia non è un destino ma un paravento

Ma l’errore sarebbe fermarsi a Strasburgo. Se l’Europa dei ragionieri si limita a timbrare la propria irrilevanza morale, il vero spettacolo dell’abiezione va in scena tra le mura di casa nostra. È qui che brulicano i badogliani della politica interna, specialisti nel firmare armistizi col buonsenso pur di salvare un feticcio elettorale. Questi strateghi del disimpegno hanno operato una scelta che trasuda cinismo: hanno scelto la narrazione del martirio per coprire la realtà della spranga. Ma nel farlo, hanno compiuto il tradimento più infame, quello verso il sangue e l’appartenenza. Per blindare la “compagna Ilaria”, hanno dovuto vaporizzare le vittime, cancellarle dal registro della storia. Non c’è nulla di rivoluzionario nel sottrarsi al giudizio dietro lo scudo di un’immunità parlamentare; c’è solo la vecchia, stantia viltà di chi usa le istituzioni come un bunker per sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni. Il paradosso è quasi metafisico: mentre si sventolano le bandiere della solidarietà, si calpesta il corpo di chi ha subito la violenza. Vittime che, ironia della sorte, spesso condividevano lo stesso perimetro ideale o la medesima estrazione di chi oggi brinda al “successo” della Salis. I “badogliani” hanno sacrificato l’individuo reale sull’altare del simbolo utile, dimostrando che per loro l’ideologia non è un destino, ma un paravento.

Ilaria Salis è il trofeo di una fazione che scappa

È la diserzione dei chierici: preferire il ritorno a casa di chi è accusato di aver colpito nell’ombra, piuttosto che onorare chi è rimasto a terra. Hanno barattato l’onore della coerenza con un seggio a Bruxelles, trasformando quella che chiamano “resistenza” in una meschina scappatoia legale. In questa Italia dei piccoli opportunismi, la Salis resta il trofeo di una fazione che non sa più combattere, ma sa benissimo come disertare la verità. Il seggio è salvo, sì, ma l’onestà intellettuale e il coraggio di essere ciò che si è sono finiti nel fossato della storia, insieme a chi è stato preso a martellate, nel silenzio complice di chi poteva e doveva difenderlo.

Tony Fabrizio

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