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Dopo il tatuaggio, il 25 aprile: Poli Bortone fa scoppiare il fegato alla sinistra

by Tony Fabrizio
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Roma, 23 apr – C’è chi a 83 anni si mette le pantofole e chi, come Adriana Poli Bortone, decide di dare una lezione di stile, storia e politica a tutta la compagnia cantante del progressismo in salamoia. Il sindaco di Lecce ha fatto quello che ogni spirito libero dovrebbe fare: se n’è fregata. Dannunzianamente. È andata al Tattoo Fest della sua città e si è fatta incidere sul polso una sigla che per molti è un brivido di nostalgia e per altri — i soliti noti — è un travaso di bile assicurato: MSI.

“Me lo porto nell’aldilà”

Un centimetro quadrato di inchiostro. Tanto è bastato per far saltare sulla sedia il Pd locale, i professionisti dell’indignazione a tassametro e i custodi della “patente di democrazia” (quelli che la democrazia la vedono solo se voti come dicono loro). L’ex sindaco Salvemini piange? I militanti di Gioventù Nazionale gli hanno già risposto con una vignetta che lo spedisce dritto all’ufficio protocollo delle figuracce. Ma il punto non è il tatuaggio. Il punto è la schiena dritta.

Adriana, che la politica l’ha fatta quando le strade scottavano davvero, lo ha detto chiaro: “Me lo porto nell’aldilà”. È la rivendicazione di un’appartenenza che non conosce stagioni, di una storia — quella della destra sociale missina — che ha insegnato il rispetto, la dignità e la libertà di pensiero quando altrove si sognavano i gulag o si lucidavano le icone di Stalin. Mentre il mondo balla sull’orlo della terza guerra mondiale, a sinistra perdono tempo a misurare i millimetri sul polso di una signora che ha più fegato di metà del loro schieramento messo insieme.

Sì alla partecipazione istituzionale al 25 aprile

E poi c’è il convitato di pietra, il 25 aprile, su cui la tre volte sindaco del capoluogo salentino non rimanda certo di dare lezioni di come si sta al mondo a chi non riesce a stare nemmeno nelle proprie piazze: “Perché non dovrei andare? Dovrebbe essere una giornata di pacificazione nazionale” risponde a uno dei tanti cronisti assiepati in attesa di montare il caso (o solo curioso di vedere il tatuaggio nuovo “di zecca”).

Ecco la parola che fa venire l’orticaria ai sacerdoti dell’antifascismo permanente. Pace? Riconoscimento delle ragioni altrui? Onore ai morti di entrambe le parti? Bestemmie, per chi vive di rendita sulla divisione. Ma la Poli Bortone non si nasconde. Non lo ha fatto nel ’94 da primo ministro donna del governo Berlusconi, figuriamoci se lo fa oggi per far piacere all’Anpi. Partecipazione in veste istituzionale, dunque. “Il 25aprile non è di tutti? La Costituzione non è di tutti? Come se il MSI non avesse dato un rapporto notevole alla democrazia, accettando il metodo democratico”. E nell’intervista a Francesco Storace continua a proposito degli antifascisti di cartone che la criticano: “Lo sanno benissimo, ma fanno finta di dimenticarlo. Un problema loro, più psicologico che politico. Del resto non sono mai andati al governo con il voto democratico. Ma solo con gli accordi di Palazzo e fuori dal Parlamento”.

Poli Bortone: vecchia scuola, vecchie maniere

L’accusa, manco a dirlo, che tentano di muoverle stavolta è quella di lesa maestà verso il dogma del 25 aprile. Eppure, proprio qui risiede la grandezza del gesto: Poli Bortone appartiene alla vecchia scuola, ha vecchie maniere e non chiede certo il permesso di esistere. Rivendica la pacificazione nazionale non come una concessione dei vincitori, ma come l’onore dovuto a chi ha combattuto con la schiena dritta per la propria Patria.

Mentre gli antifascisti in assenza di fascismo misurano col calibro il millimetro di pelle di una signora, lei li liquida con l’aristocratico disprezzo riservato ai “perditempo”. È qui che si misura la distanza abissale tra chi vive ancora di radici profonde che non gelano e chi a stento sopravvive di risentimento. Da una parte c’è una donna che dice “me lo porto nell’aldilà”, proiettando la propria coerenza in una dimensione quasi metafisica. Dall’altra c’è un ceto politico che non riesce a vedere oltre il prossimo comunicato stampa, la prossima poltrona da difendere o oltre il dentino caduto per imbastire l’ennesima politica vacua.

Due visioni del mondo: realtà e riscrittura

La verità è che questa polemica è un regalo. È il termometro di un’involuzione culturale che fa paura: da una parte una donna che rivendica le proprie radici con un sorriso solare, dall’altra un branco di “perditempo” (parole sue) che non avendo più nulla da dire agli italiani, si attaccano alla pelle di un Sindaco.

Quel “centimetro” di MSI è un chilometro di distanza tra due visioni del mondo. Fra la coerenza di chi non rinnega e il vuoto di chi sopravvive solo cercando mostri sotto il letto. Sabato prossimo lei potrà andare in piazza col polso ben in vista perché la storia non si cancella con un colpo di spugna, e la dignità non si compra al mercato del politicamente corretto. Magari, a chi la vuole come una nonnina vicino al caminetto, potrà raccontare la favola dei “liberatori” che parlavano un’altra lingua diversa da coloro che andavano in giro a fare gli eroi col fazzoletto rosso al collo e il maggior successo ottenuto era la ruberia di qualche gallina e tante storie di stupri.

Memoria vivente

Magari racconterà loro della guerra civile combattuta in Italia e scatenata da chi voleva l’Italia come uno stato dell’Urss ed è finito per saltare sui carri armati a stelle e strisce. Che festeggia per l’ottantunesimo anno un passaggio di consegne che i loro padri hanno spacciato come armistizio. E che Cassibile ha dei segreti che ancora oggi nessuno ha ancora rivelato. Magari racconterà loro di quando i fascisti andarono a votare scegliendo la forma repubblicana forse come segno di ribellione a una monarchia che aveva tradito. E in Salento dovrebbero saperlo già perché i Savoia, insieme con Badoglio che, per scelta di Vittorio Emanuele III avrebbe dovuto sostituire Mussolini, scappò a Bari, passando per Pescara. E poi perché il sud era profondamente monarchico, come lo spoglio – o quel po’ che ne sappiamo – dimostrò.

Forse a qualcuno non piacerà questa brutta storia, ma la Poli Bortone è una che c’è stata, è una memoria vivente e potrebbe senza dubbio raccontarne altre di storie. Ancora più brutte. Ancora attuali. Con ancora liberatori e “liber-attori” per protagonisti.

Tony Fabrizio

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