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Trump tra Israele, Iran e Cina: l’angolo stretto della potenza americana

by Carlo Maria Persano
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Trump

Roma, 23 apr – Donald Trump si muove dentro uno spazio sempre più ristretto. L’Iran è solo la superficie visibile di un problema più ampio, che riguarda il posizionamento globale degli Stati Uniti, il peso del debito e la competizione strategica con la Cina. Per capire la fase attuale, conviene partire da qui.

Trump e il debito degli Usa

Il nodo principale che Trump eredita dalle precedenti amministrazioni – in particolare quelle di Barack Obama e Joe Biden – è duplice. Da un lato, un debito pubblico che ha raggiunto i 38 trilioni di dollari a fronte di un Pil di 27. Uno squilibrio che erode la fiducia internazionale nel dollaro e nei titoli di Stato americani, alimentando la ricerca di alternative. Dall’altro, una Cina che ha sfruttato la globalizzazione a proprio vantaggio: prima assorbendo tecnologia attraverso le delocalizzazioni, poi consolidando una posizione industriale e tecnologica sempre più competitiva, in alcuni settori persino superiore a quella occidentale. Nel frattempo, Pechino ha esteso la propria influenza su snodi strategici globali. Dall’Africa agli hub portuali – Panama, il Pireo, fino a quote indirette nel porto di Genova – la presenza cinese si è fatta sistemica. A questo si aggiunge il rafforzamento dei rapporti energetici con Paesi chiave come Venezuela e Iran, di cui la Cina è diventata uno dei principali clienti. Trump si ritrova quindi alla guida di una potenza indebitata e sotto pressione competitiva, soprattutto da parte della Cina. La sua risposta si articola su tre direttrici: riduzione della spesa pubblica, riequilibrio dei costi della NATO con gli alleati e contenimento del deficit commerciale, in particolare verso Cina ed Europa.

L’interventismo verso l’esterno

I risultati, però, restano parziali. Sul fronte interno, i tentativi di riduzione della spesa non producono gli effetti sperati. Il riequilibrio della NATO incontra la resistenza degli alleati europei, che continuano a investire meno rispetto agli Stati Uniti. Solo la questione commerciale mostra qualche segnale: la Cina accetta di ridurre gradualmente il proprio surplus, mentre verso l’Europa vengono introdotti dazi che aumentano le entrate fiscali americane. Il punto è che questo non basta. Gli Stati Uniti continuano a faticare nel sostenere il peso degli interessi sul debito, mentre si rafforza la tendenza globale a diversificare dal dollaro, con un crescente ricorso allo yuan. È qui che la questione economica si salda con quella geopolitica. Fallita in parte la strategia economica, Trump prova a intervenire sul piano della proiezione esterna. In aree dove Washington percepisce un margine di manovra maggiore, si muove con decisione. A Panama ottiene la revisione di accordi con la Cina sul canale; in Venezuela spinge per l’apertura al capitale energetico statunitense, sfruttando le difficoltà strutturali del sistema petrolifero locale. Diverso il caso dell’Iran. Qui non esiste una debolezza analoga sul piano estrattivo, né una situazione interna facilmente manipolabile. Eppure, l’escalation prende forma lo stesso. Secondo questa lettura, Trump viene convinto da una valutazione errata dei rapporti interni al Paese: l’idea di una popolazione pronta o indifferente a un cambio di regime si rivela fragile. La realtà mostra una base di consenso più ampia per il sistema politico iraniano, rendendo l’intervento molto più complesso.

Trump-Netanyahu è un rapporto ambiguo

A pesare è anche il rapporto con Benjamin Netanyahu. La linea israeliana punta a neutralizzare definitivamente il potenziale nucleare iraniano, mentre Trump si muove tra esigenze strategiche diverse: contenere Teheran, ma anche controllare i flussi energetici verso la Cina. Il risultato è una posizione ambigua, in cui Washington sembra oscillare tra autonomia e trascinamento. Le contraddizioni emergono rapidamente. Trump attacca gli alleati della NATO, ma l’Alleanza resta formalmente uno strumento difensivo e non è stata coinvolta da un’aggressione iraniana agli Stati Uniti. Le tensioni diplomatiche aumentano, mentre il discorso pubblico si fa più aggressivo e meno coerente. In questo contesto, anche sul piano simbolico si incrina l’immagine americana. Circolano critiche sempre più dure, come quella – diventata virale – di un commentatore australiano che punta il dito contro le fragilità interne degli Stati Uniti: disuguaglianze sociali, sistema sanitario, indebitamento delle famiglie, crisi del ceto medio. Al di là dei toni, il dato politico resta: il modello americano non appare più intoccabile come un tempo.

I limiti evidenti della strategia trumpiana

È qui che la questione si chiude. L’adesione, anche parziale, alla linea di Netanyahu espone Trump a un costo politico più alto del previsto. La pretesa di rilanciare la potenza americana attraverso una combinazione di pressione economica e interventismo selettivo si scontra con limiti strutturali evidenti. Se una parte della diagnosi iniziale poteva apparire fondata, l’evoluzione degli eventi mostra una difficoltà crescente nel trasformarla in strategia coerente. Ed è in questa frattura che riaffiorano tutte le contraddizioni di una leadership che, nel tentativo di uscire dall’angolo, rischia di restarci ancora più incastrata.

Carlo Maria Persano

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