Roma, 24 apr – A volte ritornano. Come zombie nei film dell’orrore, anche quest’anno tornerà il 25 aprile. Ovvero la festa dell’odio, di cui quasi nessuno conosce la storia. Soprattutto per i giovani è un fine settimana più lungo – quest’anno cadendo di sabato, nemmeno quello – e nulla più.
Resistenti fuori tempo massimo
Gli stessi che hanno inutilmente e ipocritamente tentato di vietare l’odio, sentimento forte e nobile, opposto polare dell’amore al quale somiglia per potenza e intensità. Vietare l’odio o la rabbia è ovviamente impossibile, sono sentimenti ed emozioni profondamente radicati nell’anima umana e hanno buona ragione di esistere. L’odio origina dalla paura e dalla frustrazione, infatti i nemici dei popoli hanno paura dei valori di coloro che sono ancora liberi.
Il senso di colpa per il tradimento delle idee marxiste e socialiste scatena la rabbia verso il capro espiatorio per eccellenza: “il fascista”, ovvero chiunque si opponga ai loro piani. Il “fascista” stricto sensu non esiste più dalla caduta del Regime, ma il pregiudizio nato dal processo di mostrificazione degli avversari politici genera la demenziale ostilità dei “resistenti” fuori tempo massimo. L’odio verso il nemico, potente archetipo dell’inconscio collettivo, è impiegato dai resistenti professionisti per manipolare le menti più labili e creare l’ostilità che permette la loro sopravvivenza politica.
L’odio della religione resistenziale
La figura archetipale del nemico unifica movimenti politici incompatibili o distanti ideologicamente, vicini solamente per l’odio. Questa dinamica malata dà la misura della pochezza degli antifascisti in assenza di fascismo, dall’ignoranza della Storia e dell’uso strumentale che il Sistema fa della loro rabbia. La voluta cancellazione dei fatti di sangue che seguirono la caduta del Fascismo, ha permesso la nascita della religione resistenziale.
Dopo più di cento anni dalla fondazione dei Fasci di Combattimento e a distanza di ottanta dalla caduta del Fascismo, lo Stato sovvenziona con i soldi dei contribuenti l’associazione dei partigiani, scomparsi da tempo ragioni anagrafiche.
La guerra civile con la strage di soldati e di cittadini fascisti (o presunti) tali è stata rimossa, così come la Volante Rossa, il Triangolo della Morte in Emilia, per lungo tempo le Foibe. E poi gli Anni di Piombo con tutti i loro martiri. La storia della violenza antifascista non si è fermata agli anni settanta, continua con aggressioni ai militanti identitari e gli assalti alle loro sedi.
L’illusione della pacificazione
Il divieto della cosiddetta “agibilità politica” ai “fascisti” non si è fermato al 1968, continua nelle scuole e nelle università, dove gli antifa impongono il monopolio della politica. L’impunità della violenza permette la reiterazione di reati vili, da parte di criminali impuniti addirittura eletti ai seggi parlamentari. Dagli albori della Repubblica antifascista ad oggi esponenti della Destra, per nobili ragioni o per calcolo poco importa, hanno invocato la pacificazione nazionale.
Gli antifascisti al contrario non hanno nessuna intenzione di pacificare, facendo della sopraffazione la strategia per superare il vuoto di idee. Per la pace occorrebbe dimenticare le offese subite e non tutti sono disposti a farlo, quando violenze e discriminazioni continuano. Chi non si riconosce nei cortei con le bandiere rosse, nell’arroganza progressista, nella violenza antifascista e ha ancora la dignità delle proprie idee non perdona. Tra pochi giorni sarà il 29 aprile, giorno della memoria dei martiri della violenza rossa: Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi. Una data per chi vuole ricordare e non può dimenticare.
Il tempo della pacificazione è sempre più lontano.
Roberto Giacomelli