Roma, 5 giu – “Tu ti devi levare il cappello di fronte a questa inchiesta”. Basterebbe questa frase, urlata da Corrado Formigli contro Francesco Borgonovo durante la puntata di Piazzapulita dedicata alla remigrazione, per capire il punto reale della serata. Non tanto la lite televisiva, non tanto il solito schema dell’inchiesta sotto copertura contro il “pericolo nero”, non tanto l’ennesima demonizzazione del tema che oggi attraversa l’Europa. Il punto è più profondo: siamo davanti a un giornalismo che non si limita più a fare propaganda. Siamo davanti a un giornalismo che non sa nemmeno più di farla.
La puntata di Piazzapulita andata in onda su La7 giovedì 4 giugno 2026 ruotava attorno a un’inchiesta firmata da Emanuela Pala sul movimento europeo per la remigrazione. La giornalista, come spiegato in trasmissione, si sarebbe infiltrata per circa un anno nella rete legata a Martin Sellner, figura centrale del movimento identitario austriaco e teorico della remigrazione. Falsa identità, iscrizione al club, contatti su Telegram, viaggi a Vienna, incontri con militanti austriaci e tedeschi, telecamere nascoste, conversazioni informali. Il materiale raccolto è stato poi montato e presentato come rivelazione del “vero volto” del mondo remigrazionista europeo.
L'”inchiesta” di Piazzapulita sulla Remigrazione è il solito collage sul pericolo nero
Il servizio, secondo il racconto di Piazzapulita, mostra da una parte le posizioni pubbliche di Sellner, dall’altra alcune conversazioni private con attivisti e simpatizzanti. Nella ricostruzione televisiva, la remigrazione viene presentata come una teoria che non si limiterebbe al rimpatrio degli immigrati irregolari o criminali, ma punterebbe a espellere anche stranieri ritenuti non assimilati alla cultura europea. A fare da cornice, le solite immagini rubate, i locali, le birrerie, le frasi estreme di qualche militante, i riferimenti al nazismo, il montaggio emotivo, l’atmosfera da cospirazione continentale. Tutto già visto, ma con un’aggravante: l’operazione viene spacciata non come tesi politica, ma come giornalismo puro, come verità morale davanti alla quale bisognerebbe togliersi il cappello. Ed è qui che la serata si è rivelata più interessante del servizio stesso. Dopo la messa in onda dell’inchiesta, il dibattito in studio si è acceso. Gianrico Carofiglio ha parlato di “nausea”, liquidando la remigrazione come una sequenza di bestialità trasformate in formula politica. Francesco Borgonovo, in collegamento, ha preso una posizione diversa: ha difeso il concetto di remigrazione come risposta alla società dello sradicamento, dissociandosi dalle frasi violente o nostalgiche raccolte nel servizio. Il punto della sua replica era chiaro: se alcuni sconosciuti, ripresi al bar o in contesti informali, dicono cose aberranti, quelle frasi vanno attribuite a chi le pronuncia, non automaticamente a Sellner o a chiunque sostenga la remigrazione come proposta politica.
Borgonovo in studio smaschera l’operazione, e Formigli sbotta
Borgonovo ha poi toccato il nervo scoperto: “Questa sera si è fatta propaganda”. Non ha negato l’esistenza delle immagini, non ha difeso le frasi indifendibili, non ha chiesto di non discutere. Ha contestato il metodo: prendere elementi marginali, caricarli emotivamente, associarli a un intero campo politico e usarli per impedire una discussione nel merito. È esattamente la tecnica che da anni accompagna ogni tema non conforme: non discutere l’immigrazione di massa, ma cercare il fanatico; non rispondere alla domanda sulla sovranità demografica, ma trovare la frase impresentabile; non affrontare il problema reale, ma costruire un bersaglio morale. La reazione di Formigli è stata rivelatrice. Non ha risposto nel merito. Non ha spiegato perché il montaggio non fosse tendenzioso. Non ha chiarito il rapporto tra le dichiarazioni pubbliche di Sellner e le frasi private di altri soggetti. Ha trasformato la critica al metodo in lesa maestà. “Levati il cappello”, ha detto a Borgonovo. Come se l’inchiesta fosse un oggetto sacro. Come se il lavoro giornalistico non potesse essere contestato. Come se chi mette in discussione l’impianto narrativo di un servizio televisivo stesse insultando la giornalista, invece di fare ciò che in un dibattito pubblico dovrebbe essere normale: discutere, criticare, distinguere, chiedere conto delle scelte editoriali.
Qui non siamo più soltanto davanti alla malafede o all’ideologia. Quelle ci sono, naturalmente. Piazzapulita ha una linea, Formigli ha una linea, La7 ha un pubblico di riferimento e un immaginario politico preciso. Ma il problema ormai è più grave. Siamo davanti al declino di un certo giornalismo italiano, quello in cui il conduttore non ha più nemmeno la consapevolezza di stare compiendo un atto politico. È convinto che il proprio schema — infiltrazione, telecamera nascosta, montaggio, indignazione in studio, accusa morale all’avversario — sia il modo più alto e puro di fare informazione. Non propaganda, ma servizio pubblico. Non militanza, ma verità. Non costruzione narrativa, ma realtà che si rivela da sola.
La Remigrazione risponde a una domanda politica che esiste, nonostante tutto
È questa la vera miseria del format. Il giornalismo d’inchiesta, quello serio, esiste e ha una funzione fondamentale. Ma qui il punto non è l’uso della camera nascosta in sé. Il punto è l’uso politico del materiale raccolto. Se un’inchiesta parte con l’obiettivo di dimostrare che la remigrazione è il nuovo volto del nazismo europeo, seleziona ciò che serve a confermare quella tesi, invita in studio un fronte quasi compatto di accusatori e poi si indigna quando l’unico contraddittore parla di propaganda, allora non siamo davanti a un’indagine aperta. Siamo davanti a un processo televisivo. Il problema diventa ancora più evidente se si guarda al tema specifico. La remigrazione è oggi uno dei nodi centrali del dibattito europeo perché risponde a una domanda che i talk show non riescono più a contenere: che cosa fare dopo decenni di immigrazione di massa, integrazione fallita, periferie fuori controllo, sfruttamento del lavoro immigrato, concorrenza al ribasso, perdita di coesione sociale e crescente insicurezza? Questa domanda esiste indipendentemente da Sellner, indipendentemente da Vienna, indipendentemente dal militante che straparla davanti a una birra. Esiste nelle città, nei quartieri popolari, nelle scuole, sui mezzi pubblici, nei luoghi di lavoro, nelle statistiche, nelle urne e nelle piazze.
Ridurre tutto a una caccia al mostro serve proprio a evitare questa domanda. È il vecchio trucco del giornalismo progressista: se il tema diventa ingovernabile, patologizzare chi lo pone. Se non si può più negare che l’immigrazione di massa abbia prodotto conflitti, allora bisogna dimostrare che chi chiede rimpatri è un estremista. Se non si può più fingere che la società aperta sia un paradiso, allora bisogna raccontare chi la contesta come un pericolo per la democrazia. Se la remigrazione comincia a diventare una parola politica legittima, allora va ricacciata nel recinto del tabù.
Il giornalismo televisivo che si considera intoccabile
In questo senso, Borgonovo ha colpito il bersaglio quando ha parlato di propaganda. Perché propaganda non significa necessariamente inventare tutto. Spesso la propaganda funziona proprio usando pezzi di realtà. Una frase vera, una scena vera, una persona reale, una dichiarazione realmente pronunciata. Il punto è come quei frammenti vengono montati, collegati, generalizzati e usati per costruire una conclusione già scritta. Una cosa è dire: alcuni soggetti nell’ambiente remigrazionista esprimono posizioni estreme o inaccettabili. Altra cosa è suggerire che quelle posizioni siano la sostanza inevitabile di ogni proposta di remigrazione. La differenza è enorme. Ed è proprio lì che passa il confine tra giornalismo e propaganda. Il paradosso è che Formigli, Travaglio, Ranucci e altri volti del giornalismo televisivo italiano sono spesso davvero convinti di essere dalla parte più nobile del mestiere. Non si percepiscono come attori politici. Si percepiscono come custodi della verità contro la barbarie. È per questo che si indignano quando qualcuno contesta il metodo. Non accettano il conflitto sul proprio terreno, perché credono che il proprio terreno non sia politico ma morale. Loro non “prendono posizione”: smascherano. Non “costruiscono una narrazione”: raccontano. Non “selezionano un frame”: fanno inchiesta. E chi non si inchina davanti al prodotto finale insulta il giornalismo.
Più provano a demonizzare la Remigrazione, più la confermano al centro del dibattito
Il fatto politico, però, resta. Più provano a trasformare la remigrazione in uno scandalo, più ne confermano la centralità. Più cercano il fanatico da esibire in televisione, più mostrano di non avere risposte sul merito. Più chiedono di “togliersi il cappello” davanti alle loro inchieste, più rivelano la fragilità di un sistema mediatico abituato a parlare da solo. La remigrazione non sparirà perché Piazzapulita la chiama estremismo. La remigrazione è diventata una parola politica perché milioni di europei non credono più alla favola dell’integrazione infinita. E nessuna inchiesta montata come un processo riuscirà a cancellare questa evidenza. Anzi, la puntata di Piazzapulita dimostra esattamente il contrario: il tema fa paura perché è vivo, perché cammina, perché rompe il monopolio morale di chi per decenni ha imposto l’immigrazione di massa come destino inevitabile. Formigli ha chiesto a Borgonovo di togliersi il cappello. Forse dovrebbe essere il giornalismo televisivo italiano a togliersi, almeno per una sera, la corona di cartone che si è messo in testa. E accettare una cosa semplice: non esiste più un pubblico disposto a scambiare il montaggio morale per verità, la demonizzazione per informazione, la propaganda per inchiesta.
Vincenzo Monti