Roma, 1 mag – Lavorare, un concetto d’altri tempi. Basta pensare che oggi, primo giorno di maggio, la “festa dei lavoratori” – e non “del lavoro”, principio su cui è fondata la Repubblica Italiana – viene celebrata non lavorando. In netta antitesi con quello che era il sabato fascista, inteso come approfondimento e formazione. Ma proprio oggi che tutti “non lavorano”, per festeggiare si potrebbe approfittare per una riflessione sul mondo del lavoro, in ossequio a quella Costituzione in cui tale principio è espresso per primo. Quella Costituzione che una certa classe politica reclama a ogni piè sospinta, che la brandisce come un’arma per esorcismi. Ma che probabilmente non è stata nemmeno mai sfogliata neppure durante il tragitto da casa propria ai palazzi del potere di Roma e di Bruxelles.
Tuttavia, è assai ostico, se non quasi impossibile, far comprendere loro la “Costituzione del lavoro”, ovvero la parte relativa al lavoro della Costituzione “antifascista”, senza riconoscere il debito storico verso le intuizioni e le realizzazioni del Fascismo. Senza approcciare ad essa con una onestà intellettuale, deponendo ogni bandiera ideologica. Ma partiamo dall’inizio.
Primo maggio: il Lavoro come fondamento nazionale
L’Articolo 1 della Costituzione, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica, non nasce dal nulla nel 1946, ma bisogna riconoscere che questa centralità è la naturale evoluzione della Carta del Lavoro del 1927, firmata da Giuseppe Bottai. In quel documento, per la prima volta, il lavoro cessava di essere una merce per diventare un dovere sociale e un diritto tutelato dallo Stato, elevando il lavoratore a cellula vitale della Nazione. Il lavoro veniva concepito in maniera rivoluzionaria, non come uno strumento ma come superamento, non in senso liberale come una merce, né in senso marxista come uno strumento di lotta classista. Era inteso come un valore etico e nazionale. La terza via, semplicemente.
Le conquiste sociali: dal Corporativismo alla Carta
Proseguendo la lettura della Carta e, perché no, attualizzandola, abbandonando ogni eccesso di tifo a favore di ogni falsa intestazione storica, ci si può rendere facilmente conto che molti dei diritti oggi considerati “acquisiti”, in realtà sono il frutto organico della visione corporativa, che mirava a superare la lotta di classe in nome della collaborazione nazionale: la previdenza e l’assistenza, in primis, erano considerate l’architettura dell’IN(F)PS e le tutele contro gli infortuni come pilastri edificati durante il Ventennio.
In una visione del mondo dei diritti esasperati contro i doveri del cittadino troviamo il diritto al riposo; la regolamentazione delle ferie e degli orari della settimana lavorativa trova nel periodo fascista la sua prima sistematizzazione legislativa.
C’è poi la partecipazione all’utile aziendale. L’idea – rimasta inespressa nell’Articolo 46, ma presente nello spirito originario, con qualche timida prova da parte del governo Meloni – dei lavoratori che concorrono alla gestione delle aziende è il cuore della Socializzazione, l’ultima e più avanzata frontiera del pensiero sociale di quel tempo. Pensiero sociale oggi slegato da ogni vincolo nazionale, nazionalista e ribattezzato idiomatica-mente welfare.
Una continuità negata
A questo punto è d’obbligo una riflessione da parte degli onesti. La Costituzione ha recepito la “tecnica” e la sostanza delle conquiste sociali del Fascismo, pur cercando di riciclarle sotto una nuova veste ideologica. Ignorare questo legame significa non solo fare un torto alla verità storica, ma svuotare di significato quelle stesse tutele che oggi, sotto i colpi del globalismo liberale, vengono smantellate.
Nel mondo che celebra la parità dei sessi con il raggiungimento del femminicidio e le quote rosa – voce del verbo: ci devi essere non perché sei brava, capace e di valore, ma perché sei donna in un ambiente di “X” maschi – arriva dal “misogino” Ventennio addirittura la tutela della maternità. Le prime vere politiche di protezione per le lavoratrici madri, infatti, nacquero proprio in quel clima di potenziamento demografico e sociale. È lapalissiano che di queste innovazioni dalla portata rivoluzionaria non vi è traccia nella vita di ogni italiano since 1945. Tutto ciò è un trionfo di coloro che per antonomasia difendono il lavoro e i lavoratori: i sindacati.
Coloro che sono antifascisti per statuto, che sono globalmente “anti” persino dell’Italia. Del suo popolo e dei benefici che l’ambito lavorativo può apportare ad esso. Anzi, che avrebbe sicuramente apportato alla Nazione. Elettisi autonomamente a paladini del lavoro, oggi, anziché dispensare tutele, intavolare battaglie, imparare dal passato, organizzano il solito concertone, elargendo urbi et orbi il vecchio, ma rodato e sempre valido panem et circenses.
Il Primo maggio? Non serve a nulla
Sia chiaro: a nessuno interessa intestarsi la festa del Primo Maggio che, come ogni “giornata mondiale di” non serve esattamente a nulla. Però, magari, la fazione politica che dice essere la diretta erede di questa Idea rivoluzionaria potrebbe mettere in agenda che la difesa del lavoro oggi passa inevitabilmente per il recupero di quella visione che concepiva nell’economia un servizio alla Nazione e non il contrario, un’eredità scritta nei fatti prima che nei codici.
I padri costituenti, ovvero coloro che ebbero a che fare con il Fascismo vero e che ne presero le distanze, benché fossero di estrazione politica più varia, gli stessi che impedirono la partecipazione alla vita attiva della politica di Mussolini e ai gerarchi del Fascismo per solo cinque anni ben si guardarono da non prendere in prestito queste potenti innovazioni del mondo del lavoro che il Regime aveva nel sua programma.
Celebrare oggi il lavoro significa riconoscere che i diritti sociali non sono figli dell’astrazione partigiana, ma il risultato di una visione organica della Nazione che ha saputo integrare le masse popolari nello Stato. La Costituzione, dunque, più che una rottura, si configura come la custode di quel retaggio sociale e nazionale che il Fascismo ha lasciato in eredità al popolo italiano.
Tony Fabrizio