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Genova, il flop del pregiudizio e il silenzio dei fischietti anti-alpini

by Tony Fabrizio
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Roma, 11 mag – Incredibile per gli antifascisti, ma è esistita una Genova “normale”. Quella del porto e dei vicoli che erano accessibili persino a un “vecchio professore” che in un portone cerca quella che può dargli una lezione, quella che di giorno chiama con disprezzo pubblica moglie, quella che di notte stabilisce il prezzo alle sue voglie. Potrebbe tranquillamente essere Marinella, ingentilita in Bocca di rosa o Jamina incontrata in Via del Campo. Una città in cui le stanze che fin ad allora contenevano il cielo e che quando un uomo si unisce a una donna – è una metafora per descrivere un orgasmo – arriva addirittura a non avere più pareti. Chissà cosa penserebbero di tutto ciò le “No Alpini”. Eppure, questi versi, questi pensieri non sono strofe del coro del prestigioso corpo nazionale. Ma di chansonnier genovesi doc appartenenti al loro pantheon: Fabrizio De Andrè e uno squattrinato Gino Paoli che non hanno soldi nemmeno “per pagarsi una puttana”.

Uniforme è licenza di molestie

Esattamente due genovesi come le “No Alpini”. I quali, però, amavano (amare) le donne. E queste, non solo essere amate da loro, ma riamare a loro volta. Nessun uso distorto delle loro sessualità, nessuna paura previa, nessuna fobia inventata. Gli Alpini, quelli che secondo la rossa Francesca Bubba “hanno l’uniforme” che diventa automaticamente una “licenza di molestia e invasione dello spazio femminile”, alla fine hanno sfilato. Marciato, se non è troppo. Hanno invaso Genova con i loro canti e la loro allegria.

Il giorno dopo

Il giorno dopo la tre giorni per la sesta volta a Genova non si segnalano stupri né molestie. Non bottiglie di birra abbandonate in ogni dove o brandite a mo’ di arma da esagitati che non possono sapere che a Genova non si può stuprare (semicit.). Migliaia di alberi piangeranno per aver dovuto prestarsi a diventare i loro moduli antiviolenza. I centralini hanno dato tempo a tutte le femen da strapazzo di poter leggere in santa pace la Costituzione o il Capitale di Marx (speriamo, però, che almeno stavolta lo abbiano capito!).

Oggi è il giorno in cui le femministe misandriche e maschiofobiche devono appendere i fischietti anti-molestie al chiodo. È il giorno in cui i processi alle intenzioni e la guerra scatenata per una difesa che nessuno avrebbe voluto scalfire mai si afflosciano al pari delle loro scatole craniche.

Il cortocircuito

In compenso, si sono registrati furti di occhiali da sole dallo stand della cittadella allestita in città dall’Esercito e della penna nera dal cappello di un ex militare. Hanno tentato la via della provocazione in ogni modo, hanno cercato la reazione e la violenza. Hanno scelto di umiliarli pur di fare scattare una reazione. Ma le provocazioni sono state rispedite al mittente. L’atmosfera doveva essere di festa e di festa si è trattato. Con spirito cameratesco si è partecipato e della goliardata in compagnia si è goduto. Senza incidenti né tensioni. Senza sorprese, per chi conosce gli Alpini.

C’è qualcosa di profondamente distorto nel voler trasformare a tutti i costi una festa di popolo in un caso sociologico di “mascolinità tossica”. Vedere negli Alpini – spesso nonni e padri di famiglia con un senso del dovere fuori dal comune – il nemico pubblico numero uno è stata una forzatura che i genovesi, storicamente pragmatici, non hanno bevuto.

I numeri del flop

Di fronte alle zero denunce, alle app scaricate – nel senso di inusitate – e ai fischietti muti, ma che avrebbero dovuto fischiare le stesse contestatrici, la vera “molestia” è stata davvero quella di chi ha cercato di rovinare il clima di festa preventivamente. Etichettando centinaia di migliaia di persone sulla base di pregiudizi ideologici.

Mentre le piazze, al pari delle botti di grappa e cordiale si svuotano, l’amaro in bocca resta solo a chi sperava nell’incidente per poter gridare “ve l’avevamo detto”. Nient’affatto. A Genova gli Alpini hanno dimostrato che si può ospitare una marea umana senza scendere nel degrado e che la paura, quando questa è alimentata solo dalla propaganda, finisce per sgonfiarsi davanti al primo sorriso di una Penna Nera.

Di nuovo (ancora) la Genova della Salis

Genova da stasera tornerà a fare sentire solo il suo rumore di città: niente più cori, ma solo sirene. Di Polizia, Carabinieri e ambulanze che rincorrono i delinquenti che hanno fatto male, hanno ferito, hanno ammazzato. Magari di giorno e in pieno centro perché le donne in particolare, ma anche i vecchi e i bambini di sera tornano ad avere paura di uscire. Parentesi anomala questi due giorni che è stata una riappropriazione di spazi propri. Se dovessero ammazzarsi di sera, allora i “padrini” della città si ammazzeranno tra di loro. E se resti in casa, per paura (degli altri), non è escluso che ti arrivi una molotov dalla finestra.

Di questa contro-adunata sotto la Lanterna rimarranno solo le scritte offensive nei confronti di militari ed ex militari che tanto ha disturbato i sogni bagnati delle femministe d’accatto, difese dal sindaco Silvia Salis in zona Cesarini: “prendo le distanze dalle polemiche. Non posso interessarmi di ogni polemica montata ad arte da una parte politica che vuole visibilità”. Che tradotto dal politichese suona un po’ come la toppa peggiore del buco.

Spiegate le tende, la Superba saluta le penne nere. Antifa e femministe ringrazieranno ancora una volta le risorse resistenti in città per non averle lasciate da sole con gli/i alpini/fascisti nella loro realtà inventata.

Tony Fabrizio

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