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Il tempo è un’opinione: Mirella Serri e il naufragio del logos antifascista

by La Redazione
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Roma, 10 mag – Esiste una soglia oltre la quale il ridicolo smette di essere una categoria estetica per farsi sostanza ontologica. Mirella Serri, sacerdotessa del pensiero corretto e habitué dei salotti dove il radical-chic si fa dogma, quella soglia non l’ha solo varcata, ma lì ci ha piantato le tende. Nel suo personale multiverso ideologico, la storia non è una successione di eventi legati dal principio di causalità, ma un fango malleabile da plasmare a seconda delle necessità del talk show di turno.

Wagner, Hitler e il bonifico fantasma

L’ultima perla è già consegnata agli annali della psichiatria storiografica. Secondo la Serri, Richard Wagner non solo «appoggiava il nazismo», ma addirittura «era finanziato da Hitler».

Ora, per chiunque non abbia sostituito la logica aristotelica con le dispense dell’Anpi, il dato è testardo: Wagner muore a Venezia nel 1883, sei anni prima che il futuro Führer emettesse il primo vagito a Braunau am Inn.

Siamo ben al di là del falso storico. Siamo nel campo del paranormale metapolitico. La Serri immagina probabilmente tunnel spazio-temporali attraverso i quali Hitler spediva marchi del Terzo Reich a un compositore defunto da decenni. Magari per farlo studiare e, così, eccellere nel suo campo. È la reductio ad hitlerum elevata a delirio cronologico. Se un autore non piace al canone progressista, allora deve essere nazista – manco a dirlo, utilizzato nella maniera più dispregiativa possibile – anche a costo di risuscitarlo o di retrodatare la storia di mezzo secolo. Se il fascismo si cura(sse) leggendo, l’antifascismo della Serri necessiterebbe di un buon sussidiario delle medie o di un solido esame della vista per distinguere le date sul calendario.

L’equilibrismo ideologico

Ma il funambolismo della Serri aveva già raggiunto vette inesplorate da quando aveva deciso di occuparsi di Vicino Oriente. Nel tentativo di arruolare la storia della shoah nelle beghe geopolitiche odierne, la storica e giornalista ha sostenuto la tesi — bislacca quanto pericolosa — secondo cui lo sterminio degli ebrei sarebbe, in fondo, colpa dei palestinesi.

Qui la tecnica è la solita: si prende il Gran Muftì di Gerusalemme, lo si trasforma nel vero suggeritore della “Soluzione finale” ( letteralmente “totale”) e si scarica il peso di una “tragedia europea” su un popolo che, all’epoca, contava meno di nulla nelle decisioni della Cancelleria di Berlino. È la fantascienza applicata alla colpa. Per la Serri, Hitler era un esecutore distratto di ordini arrivati da Gerusalemme. Una lettura che farebbe inorridire qualunque storico serio, ma che nel teatro dell’assurdo della Serri serve a chiudere il cerchio: tutti i nemici del mondo moderno devono, per forza di cose, aver inventato il male assoluto, magari con la colonna sonora di un Wagner stipendiato via PayPal dal futuro.

Gramsci e il feticismo del citazionismo

Ma la mente di punta dell’intellighenzia progressista non ci fa mancare nemmeno lo scivolone su Antonio Gramsci. La Serri lo cita con la sicumera di chi ha capito tutto, riducendo il pensatore sardo a un santino da esibire tra un aperitivo e una polemica sul patriarcato. È il Gramsci decontestualizzato, sventrato della sua (s)carica rivoluzionaria e riempito di fuffa democratica. Un’appropriazione indebita che serve a dare una parvenza di profondità a un pensiero che ha lo spessore di un post su Meta.


Il naufragio della ragione


Il vero dramma, tuttavia, non è la Serri in sé — personificazione vivente della sciatteria elevata a magistero — ma il silenzio liturgico che la circonda.

Nei salotti di La7 dove si è consumata l’ironica, iconica tragedia, di fronte a castronerie che farebbero bocciare un bambino di quinta elementare, nessuno ride. Nessuno obietta. Il dogma antifascista è diventato una religione secolare che non ha più bisogno di verità, ma solo di guardiani del tempio.

Dopo questa e prima che la prossima “perla” sia ancora più preziosa, crediamo sia arrivato il tempo anche per la Serri di serrare definitivamente i libri di propaganda e provare con la realtà. Scoprirà che il mondo è esistito anche prima dei suoi pregiudizi e che i morti, di solito, hanno la decenza di non farsi finanziare dai posteri. La storia non è un’opinione, e l’anagrafe, purtroppo per lei, non è un’opzione facoltativa.

Tony Fabrizio

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