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L’Albania in vendita: l’usura yankee si chiama Kushner

by Tony Fabrizio
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Roma, 9 giu – C’era una volta la “terra delle aquile”, fiera, spigolosa, gelosa della propria identità fino all’isolamento. Oggi, di quell’Albania, resta un grande cartello con su scritto: “Vendesi al miglior offerente. Prezzo stracciato”. L’ultimo schiaffo alla dignità balcanica si consuma in Albania, sulle coste di Valona (e sull’isola di Saseno), dove Jared Kushner – genero miliardario di Donald Trump, palazzinaro ed ex consigliere della Casa Bianca – ha deciso di piazzare le sue bandierine geopolitico-immobiliari.

Il solito piano…

Il piano è il solito, trito e ritrito copione del capitalismo predatore: sfrattare la natura, privatizzare il mare e costruire un resort extra-lusso per miliardari apolidi. Un’enclave di opulenza cafona e blindata, accessibile solo a chi possiede yacht e conti cifrati. Ma prima di gridare al “cattivone americano”, guardiamo in faccia la realtà: la colpa non è solo di chi compra. La colpa, viscerale e imperdonabile, è di chi si mette in vendita. Con una sola, gloriosa eccezione: quella minoranza silenziosa ed eroica di albanesi che, a differenza dei loro governanti, ha deciso che la dignità non ha un prezzo.

La colpa di chi si vende: la prostituzione della patria

Puntare il dito solo contro Kushner è da ipocriti. Il magnate fa il suo mestiere: fiuta il sangue, trova un governo compiacente e colonizza. Il vero dramma è la prostituzione culturale ed economica delle élite locali. Il governo di Edi Rama, pur di compiacere i potentati di Washington e di incassare fiumi di denaro che i cittadini comuni vedranno solo col binocolo, ha steso il tappeto rosso al predatore globale, modificando leggi ambientali ad hoc in ventiquattr’ore.

Quando un popolo smette di considerare la propria terra come un’eredità sacra da proteggere e la trasforma in una commodity, in pura merce di scambio, ha già perso la sua sovranità. Valona si sta offrendo come una squillo al grande capitale internazionale, convinta che le briciole che cadranno dal tavolo dei ricchi possano chiamarsi “progresso”.

Ezra Pound, l’Usura e la sacralità del Tempio

Per capire la profondità di questo scempio bisogna rispolverare le teorie economiche di Ezra Pound. Il poeta americano aveva capito tutto, decenni prima della globalizzazione selvaggia. Nei suoi scritti, Pound scagliò i suoi dardi più acuminati contro l’Usura (la Contro-Natura), definendola come quella forza parassitaria che non crea nulla, ma distrugge la produzione reale, l’arte e l’attaccamento alla terra per imporre il dominio del denaro liquido.

Ma Pound andò oltre, formulando una massima che sembra scritta appositamente per la sabbia di Valona: “Il tempio è sacro perché non è in vendita“.

Questa frase racchiude il cuore del problema. Il paesaggio, la costa, la terra dei padri sono il “tempio” di una nazione. Hanno un valore spirituale, storico, identitario che trascende qualsiasi calcolo economico. Nel momento in cui permetti all’usuraio globale di dare un prezzo a quel tempio, lo stai profanando. Il resort di Kushner è la quintessenza dell’usura poundiana: il trionfo del denaro che distrugge l’autenticità dei luoghi per creare un non-luogo sterile, ad uso e consumo di parassiti internazionali. Chi vende il tempio non fa un investimento: commette un sacrilegio.

Il precedente del Salento: il colonialismo strisciante

Questo film, d’altronde, lo abbiamo già visto a pochi chilometri di distanza, dall’altra parte dell’Adriatico. Pensiamo a quanto accaduto in Salento, in Puglia, diventato negli ultimi anni la terra di conquista di fondi d’investimento esteri ed enclave legate al turismo d’élite (spesso con forti interessi finanziari israeliani e internazionali).

Anche lì, il copione è stato identico: si acquistano masserie storiche e tratti di costa, si creano resort blindati e i locali vengono ridotti a fare i camerieri, i giardinieri o i custodi nelle terre che una volta appartenevano ai loro padri. Il Salento è stato colonizzato con il plauso delle amministrazioni locali, che festeggiavano l’arrivo del “turismo internazionale” mentre i giovani pugliesi venivano espulsi dalle loro stesse città a causa del carovita.

In Albania c’è chi dice No!

Ma c’è una differenza fondamentale tra la rassegnazione italiana e il sangue balcanico. A Valona, la svendita non sta passando sotto silenzio. Mentre i politici firmavano i contratti nei salotti romanzati di Tirana, qualche albanese a difendere la propria terra ci è andato davvero.

Ci sono stati pastori, agricoltori, attivisti locali e persino anziani che si sono messi di traverso, pronti a difendere le proprie proprietà, i propri uliveti e l’accesso al mare dall’invasione delle ruspe. Uomini e donne che non si sono lasciati abbagliare dai dollari o dalle promesse di “posti di lavoro come lavapiatti”. Hanno risposto con il codice d’onore balcanico, la Besa, ricordando al mondo che la terra non si vende. Sono loro i veri custodi del tempio poundiano, gli unici che tengono alta la bandiera di Skanderbeg mentre i loro leader si genuflettono davanti al genero di Trump.

Il bivio: estinzione a buon mercato o esistenza a caro prezzo?

Valona è al bivio. Se l’Albania pensa di modernizzarsi trasformandosi nel bordello privato della finanza speculativa globale, è destinata all’estinzione culturale. Un popolo che vende le proprie coste perde la propria anima. La resistenza di quei pochi albanesi che sono scesi in strada a difendere il proprio mare è l’ultimo barlume di speranza. Perché se vince Kushner, ai valonesi non resterà che guardare il tramonto da dietro le recinzioni elettrificate del resort, rimpiangendo il giorno in cui i loro governanti hanno scambiato il tempio sacro per trenta denari d’oro.

Tony Fabrizio

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