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UE, Strasburgo approva la stretta sui rimpatri: l’Europa non può più fingere

by La Redazione
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Roma, 18 giu – Il Parlamento europeo ha dato il via libera al nuovo Regolamento sui rimpatri. Non più una semplice posizione negoziale, non più un semplice segnale, ma l’approvazione di un testo che porta l’Unione dentro una fase diversa della gestione migratoria. A Strasburgo il voto è stato netto: 418 favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. L’asse tra popolari, conservatori e destre europee ha retto, mentre sinistre, verdi e gruppi progressisti hanno trasformato l’aula nell’ennesimo tribunale morale contro qualunque tentativo di rendere effettive le espulsioni.

L’UE approva la stretta sui rimpatri

Il punto politico è tutto qui. Per anni l’Europa ha prodotto decisioni di rimpatrio che troppo spesso restavano lettera morta. Il sistema sapeva registrare l’irregolarità, aprire fascicoli, moltiplicare procedure, ma faticava a trasformare un provvedimento amministrativo in un allontanamento reale. Da questa frattura nasce la riforma approvata ieri: obbligo di cooperazione per chi riceve una decisione di rimpatrio, possibilità di trattenimento fino a 24 mesi, misure alternative e creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi sulla base di accordi con Stati extra-UE. È quest’ultimo il passaggio più importante, perché porta dentro il diritto europeo una logica che fino a poco tempo fa veniva liquidata come eresia: esternalizzare una parte della gestione migratoria, spostare la pressione fuori dai confini dell’Unione e impedire che il territorio europeo diventi automaticamente il punto di arrivo definitivo per chi non ha titolo a restare. I return hubs non cancellano da soli il problema, né risolvono la questione degli accordi con i Paesi di origine e di transito. Ma segnano una soglia. Dicono che il rimpatrio smette di essere una promessa astratta e diventa uno strumento politico da costruire.

Strumenti coercitivi, non solo accoglienza

Non a caso Giorgia Meloni ha rivendicato il voto come un successo del governo italiano, leggendo nella riforma la conferma della strada aperta dal protocollo con l’Albania. La sinistra, al contrario, parla di deportazioni, di deriva punitiva, di violazione dei diritti. È la solita frattura: da una parte chi riconosce che senza rimpatri non esiste alcuna politica migratoria credibile; dall’altra chi accetta l’irregolarità come condizione permanente, purché venga amministrata con il lessico umanitario. Il voto di Strasburgo si inserisce in una sequenza più ampia: Paesi sicuri, procedure accelerate, rafforzamento del concetto di Paese terzo sicuro, ora regolamento sui rimpatri. Non sono misure isolate, ma pezzi di una stessa architettura. L’Europa, lentamente e tra mille contraddizioni, sta riconoscendo che il governo dell’immigrazione richiede strumenti coercitivi, non solo accoglienza, redistribuzione e burocrazia. Uno Stato, e a maggior ragione un’Unione di Stati, decide anche attraverso la capacità di stabilire chi entra, chi resta e chi deve lasciare il territorio.

L’UE si avvia a una politica migratoria nuova

Resta il banco di prova vero: l’esecuzione. Il testo dovrà essere adottato formalmente dal Consiglio e poi applicato dagli Stati membri. Gli hub andranno negoziati, i rimpatri dovranno essere materialmente organizzati, i governi dovranno scegliere se usare davvero gli strumenti ottenuti o lasciarli marcire dentro l’ennesima impalcatura europea. Ma il passaggio politico di ieri resta. Bruxelles non può più dire che non si può fare. Da ieri, semmai, deve spiegare se vuole farlo davvero.

Vincenzo Monti

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