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La Camera boccia il patentino antifascista per parlare a Montecitorio: palo clamoroso del Pd

by La Redazione
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Roma, 5 ago – Il tentativo di trasformare la Sala stampa di Montecitorio in uno spazio sottoposto a certificazione ideologica è stato respinto. L’Aula della Camera ha bocciato con 155 voti contrari, 105 favorevoli e 9 astenuti l’ordine del giorno presentato dal deputato del Partito democratico Andrea De Maria, che chiedeva di subordinare l’utilizzo della sala alla sottoscrizione di una dichiarazione di adesione ai valori e ai principi fondamentali della Costituzione.

Il precedente della conferenza sulla remigrazione

La proposta nasceva dagli scontri politici del 30 gennaio, quando alcuni deputati delle opposizioni occuparono la Sala stampa per impedire una conferenza sulla remigrazione promossa dal leghista Domenico Furgiuele, alla quale avrebbero partecipato esponenti di CasaPound e di altre organizzazioni della destra radicale. L’iniziativa venne infine annullata per motivi di ordine pubblico insieme alle altre conferenze previste nella giornata. Da quell’episodio il Pd ha provato a ricavare una regola generale: chiunque venga invitato in Parlamento dovrebbe prima superare una sorta di esame preventivo di conformità democratica. Lo stesso ordine del giorno chiedeva che il deputato organizzatore e gli ospiti esterni firmassero una dichiarazione con cui impegnarsi a rispettare i principi costituzionali e a non assumere comportamenti riconducibili alle fattispecie previste dalle leggi Scelba e Mancino.

De Maria ha sostenuto che chi accede agli spazi della Camera debba assumersi la responsabilità di rispettare la Costituzione. Federico Fornaro ha rincarato la dose, affermando che chi inneggia al fascismo o al nazismo non può entrare nel «tempio della democrazia». Formule solenni che nascondono però il vero problema: chi stabilisce quali opinioni siano compatibili con i valori costituzionali? E perché il rispetto delle leggi non dovrebbe più essere sufficiente?

La Costituzione trasformata in professione di fede

L’ordine del giorno non introduceva soltanto una dichiarazione simbolica. Affermava il principio secondo cui l’accesso a uno spazio istituzionale può essere subordinato a una professione di fede politica. La Costituzione, da garanzia della libertà di espressione, sarebbe così diventata uno strumento per delimitare preventivamente il perimetro delle opinioni ammesse. È il grimaldello dell’antifascismo contemporaneo: invocare la Carta per restringere proprio quel pluralismo che la Carta dovrebbe tutelare. Una volta introdotto il criterio della certificazione ideologica, infatti, il problema non sarebbe più soltanto il fascismo. A decidere chi possa parlare sarebbe inevitabilmente la maggioranza politica o burocratica del momento, incaricata di distinguere le opinioni legittime da quelle indegne di entrare nelle istituzioni. A denunciarlo è stato Rossano Sasso di Futuro nazionale, che ha parlato di un «patentino del pensiero unico» imposto all’articolo 21. Contraria anche Forza Italia. Giorgio Mulè ha ricordato che l’adesione ai principi costituzionali è già una precondizione dell’esercizio del mandato parlamentare e che imporre nuove dichiarazioni significherebbe alimentare un permanente stato di allarme democratico.

Significativa anche la spaccatura nelle opposizioni. Il Movimento 5 Stelle ha sottoscritto il testo, mentre Azione e Italia Viva si sono astenute. Ettore Rosato ha osservato che non si può mettere in discussione il rispetto della Costituzione da parte di ogni parlamentare; Mauro Del Barba ha invece contestato l’idea di chiedere una dichiarazione antifascista ogni volta che viene organizzata una conferenza stampa. La bocciatura non riguarda soltanto CasaPound o il giudizio sulle organizzazioni invitate il 30 gennaio. Riguarda un principio più semplice: le idee si contrastano politicamente e le condotte illegali si perseguono attraverso le leggi. Non si affida invece a una firma rituale il potere di decidere chi sia autorizzato a parlare. Montecitorio ha respinto il patentino antifascista. Per una volta, i mercanti sono stati cacciati via dal «tempio della democrazia».

Vincenzo Monti

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