Home » Altro che Meloni: breve storia delle vere umiliazioni italiane con Washington

Altro che Meloni: breve storia delle vere umiliazioni italiane con Washington

by Sergio Filacchioni
0 commento
umiliazioni italiane Washington

Roma, 20 giu – Alla fine, più della battuta di Donald Trump contro Giorgia Meloni, conta ciò che quella battuta ha prodotto in Italia. Il presidente americano ha sostenuto che la premier italiana lo avrebbe “implorato” per una foto, aggiungendo di aver accettato perché gli avrebbe fatto pena. Meloni ha risposto rivendicando la dignità propria e quella nazionale: “Io e l’Italia non imploriamo mai”. Fin qui, la cronaca. Poi è arrivato il secondo tempo, politicamente più istruttivo: una parte della sinistra, che Trump lo detesta, lo considera il male assoluto, il fascismo in salsa americana, il nemico della democrazia liberale, ha rilanciato proprio quella battuta per costruire il frame dell’“Italia umiliata”.

Il punto non è difendere Trump, né sostenere che ci sia stato un semplice equivoco di traduzione. L’intenzione denigratoria era evidente, ed è stata chiarita dallo stesso Trump quando, dopo la risposta di Meloni, ha aggiunto: “Non voglio la Meloni come fan, non c’era per Hormuz”. Appurato questo, il tema diventa un altro: perché la parola “umiliazione” è diventata il centro della polemica? Se vogliamo parlare seriamente di umiliazioni subite dall’Italia nei rapporti con gli Stati Uniti, bisogna uscire dalla cronaca delle ultime quarantotto ore e guardare alla struttura profonda della storia repubblicana. Una storia nella quale l’Italia è stata spesso trattata non come un soggetto pienamente sovrano, ma come uno spazio politico da stabilizzare, orientare, controllare o utilizzare secondo le esigenze strategiche di Washington.

Le umiliazioni italiane con Washington hanno una storia lunga

Questa dinamica non nasce ieri. Si manifesta già nel dopoguerra, quando le sorti del compromesso antifascista dipendono anche dalla volontà delle potenze vincitrici, Stati Uniti e Unione Sovietica. In questo quadro fu proprio la sinistra a subire gli smacchi più marcati. Nel 1947, con l’avvio della Guerra fredda, l’esclusione del Pci dal governo non fu soltanto il risultato di un equilibrio interno tra i partiti italiani, ma l’effetto della nuova collocazione internazionale del Paese. L’Italia era uscita sconfitta dalla guerra, dipendeva economicamente dagli aiuti occidentali e occupava una posizione decisiva nel Mediterraneo. Per gli Stati Uniti, la presenza comunista nell’esecutivo di un Paese destinato a entrare stabilmente nel blocco atlantico rappresentava un rischio politico e strategico. La Democrazia cristiana si mosse dentro quel quadro e fece la propria scelta. Da quel momento, però, la sovranità democratica italiana iniziò a convivere con una regola non scritta: le maggioranze di governo dovevano essere compatibili con l’interesse americano.

Quella regola non riguardava soltanto i comunisti, anche se sul veto americano al Pci si sono costruiti decenni di letture parziali e spesso complottistiche. Riguardava l’intero sistema politico italiano. Si poteva discutere, mediare, litigare, produrre formule parlamentari anche molto sofisticate, ma sempre entro il perimetro fissato dall’appartenenza al campo occidentale. Il problema, quindi, non era l’esistenza di un’alleanza. Ogni Paese sceglie alleanze e subisce vincoli. Il problema era il rapporto gerarchico dentro quell’alleanza. Washington non si limitava a osservare l’Italia: ne misurava costantemente l’affidabilità. E in molti passaggi decisivi l’affidabilità contava più del mandato elettorale.

Dalla difesa alla politica, gli Stati Uniti hanno indirizzato questo paese

La stessa logica si vide sul piano strategico e militare. Quando l’Italia provò a inserirsi in un progetto europeo di cooperazione nucleare con Francia e Germania Ovest, l’obiettivo implicito era ridurre la dipendenza dall’ombrello americano. Quel tentativo, già fragile, si dissolse rapidamente. Al suo posto arrivò la protezione statunitense, compreso lo schieramento dei missili Jupiter sul territorio italiano. Dopo la crisi di Cuba, però, quegli stessi missili vennero rimossi nel quadro di un’intesa tra Washington e Mosca. L’Italia era stata coinvolta come base avanzata della strategia americana, ma la decisione conclusiva venne presa altrove. Il nesso è qui: quando un Paese rinuncia a costruire una propria autonomia strategica in cambio della protezione di una potenza esterna, accetta anche che quella potenza usi, sposti o ritiri i propri strumenti secondo interessi che non coincidono necessariamente con quelli nazionali.

Negli anni Settanta, la subordinazione strategica tornò a manifestarsi come subordinazione politica. Dopo le elezioni del 1976, con un Pci molto forte e una Dc incapace di governare come prima, la “solidarietà nazionale” apparve come una formula quasi obbligata. Ma quella soluzione non poteva essere pensata soltanto dentro il Parlamento italiano. Doveva essere spiegata, rassicurata, resa accettabile all’esterno. La questione comunista non era più soltanto italiana, perché l’eventuale ingresso del Pci nell’area di governo avrebbe avuto un significato internazionale. Il paradosso era evidente: un partito radicato nella società italiana, votato da milioni di cittadini, non doveva convincere soltanto gli elettori e gli altri partiti; doveva risultare compatibile agli occhi dell’alleato americano.

L’umiliazione “storica” dei comunisti merita una voce a parte

Da qui nasce anche l’umiliazione “storica” del Pci. Per anni il partito comunista aveva costruito una parte della propria identità contro l’imperialismo americano. Poi, quando si avvicinò davvero alla possibilità di governare, dovette dimostrare a Washington di essere una forza responsabile, democratica, affidabile, non ostile al quadro atlantico. Negli anni successivi, soprattutto dopo il “preambolo” democristiano che ribadì la pregiudiziale anticomunista, questa ricerca di legittimazione divenne ancora più evidente. Il partito che denunciava l’America come centro dell’imperialismo cercava, nei fatti, un riconoscimento americano per entrare pienamente nel gioco di governo. È un passaggio decisivo, perché mostra che la dipendenza italiana non colpiva soltanto i governi filoccidentali: costringeva anche l’opposizione antiamericana a misurarsi con il giudizio di Washington.

In questo quadro, la crisi di Sigonella, spesso mitizzata oltre misura, rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Bettino Craxi seppe dire no agli Stati Uniti in un momento concreto, quando la sovranità italiana venne sfidata direttamente sul proprio territorio. Quella notte resta uno dei pochi episodi in cui un presidente del Consiglio impose all’alleato americano il rispetto della giurisdizione nazionale. Ma proprio per questo va letta con precisione. Craxi non fu un capo politico estraneo al quadro atlantico. Al contrario, la crescita del ruolo socialista negli equilibri di governo era stata vista dagli Stati Uniti anche come un fattore utile a contenere il Pci. La sua autonomia mediterranea e nazionale si sviluppò dentro un rapporto stretto con Washington, non fuori da esso. Sigonella fu un atto di sovranità reale, ma non cancellò la struttura complessiva della dipendenza italiana.

Dai post-comunisti a “Giuseppi”, l’umiliazione continua

Con la fine della Prima Repubblica e la trasformazione del Pci, il meccanismo cambiò forma ma non sostanza. Nel 1999, durante la guerra del Kosovo, il governo guidato da Massimo D’Alema mise a disposizione le basi italiane per i bombardamenti contro la Serbia. Era un passaggio simbolico enorme. Il primo presidente del Consiglio proveniente dalla storia comunista guidava l’Italia dentro una guerra della Nato nei Balcani, mostrando alla comunità internazionale che la sinistra post-comunista era ormai pienamente compatibile con l’ordine occidentale. Anche qui il nesso è chiaro: per diventare forza di governo stabile, quella sinistra doveva dimostrare di saper garantire la continuità atlantica, perfino quando questa comportava la partecipazione a una campagna militare discussa e dolorosa.

Anni dopo, il caso Conte-Trump offrì una versione grottesca e social della stessa dinamica. Nel pieno della crisi politica italiana, il presidente americano si espresse pubblicamente a favore della permanenza di Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, chiamandolo inizialmente “Giuseppi”. La storpiatura fu ridicola, ma il punto politico era un altro: ancora una volta, un leader italiano riceveva da Washington una forma di investitura simbolica. Molti di quelli che oggi gridano all’umiliazione nazionale davanti alla battuta contro Meloni lessero allora quel segnale come una risorsa, una conferma, un elemento di forza internazionale.

Essere anti-americani non basta a costruire autonomia

Questo è il vero problema. In Italia l’indignazione antiamericana è quasi sempre selettiva. La sinistra detesta Trump, ma lo usa volentieri quando serve a colpire Meloni. La destra rivendica la dignità nazionale quando Trump umilia la premier, ma negli ultimi anni ha spesso scambiato l’atlantismo per fedeltà cieca agli Stati Uniti, trasformando Washington in una garanzia politica più che in una potenza con interessi propri. Entrambi gli atteggiamenti evitano la questione centrale: l’Italia continua a oscillare tra servilismo e risentimento, senza costruire una vera dottrina di autonomia nazionale ed europea. La battuta di Trump, allora, non è la causa dell’umiliazione italiana. Ne è soltanto la manifestazione più rozza. Altri presidenti americani hanno esercitato pressioni, posto condizioni, ottenuto concessioni e indirizzato scelte italiane con un linguaggio più elegante. Trump ha il torto, o forse il merito, di togliere lo zucchero diplomatico dalla realtà dei rapporti di forza. Dove altri parlavano di amicizia transatlantica, lui lascia intravedere la gerarchia. Dove altri mascheravano la subordinazione dietro il lessico dell’alleanza, lui la rende sgradevole, personale, quasi volgare.

Per questo il dibattito aperto dalla sua battuta dovrebbe essere preso sul serio, ma in una direzione opposta rispetto a quella scelta dall’opposizione. Non si tratta di stabilire se Meloni sia stata umiliata più o meno di altri leader. Si tratta di riconoscere che l’Italia ha accettato per decenni una sovranità limitata, salvo poi fingere scandalo quando quella limitazione emerge senza buone maniere. La vera umiliazione non è una frase di Trump. La vera umiliazione è avere bisogno dello sgarbo di Trump per ricordarsi che l’Italia, troppo spesso, viene trattata come una pedina e non come una potenza.

Un passo in più verso l’Europa e i volenterosi

Se da questa vicenda dovesse nascere qualcosa di utile, sarebbe una lezione strategica. Non rompere con gli Stati Uniti, ma smettere di considerarli il perno inevitabile di ogni scelta di politica estera e di sicurezza. La strada più sensata per recuperare margini di sovranità passa da una maggiore integrazione con quei Paesi europei che intendono costruire una capacità autonoma di difesa e di iniziativa geopolitica. I cosiddetti “volenterosi” possono rappresentare, al netto di tutti i limiti e delle contraddizioni del progetto europeo, un primo passo verso un assetto nel quale l’Italia non sia costretta a cercare continuamente legittimazione oltreoceano. Solo così Washington potrà tornare a essere un alleato tra gli altri, e non il convitato di pietra che da ottant’anni condiziona, direttamente o indirettamente, il destino politico della Repubblica.

Sergio Filacchioni

You may also like

Commenta

Redazione

Chi Siamo

Il Primato Nazionale plurisettimanale online indipendente;

Newsletter

Iscriviti alla newsletter



© Copyright 2023 Il Primato Nazionale – Tutti i diritti riservati