Roma, 01 lug – Il Comitato Remigrazione e Riconquista si è presentato, oggi, fuori da Montecitorio con 150mila firme a sostegno della legge di iniziativa popolare sulla Remigrazione. Firme vere, di quelle che si fanno con la penna e la carta d’identità; a rinforzo delle firme digitali ottenute già il primo giorno grazie al circo dell’occupazione del 30 gennaio. Le reazioni? Un capolavoro di comicità involontaria che merita di essere esaminato al microscopio della satira più spietata.
La Remigrazione in Parlamento fa saltare un coperchio
Il portavoce del comitato, Luca Marsella, ha fatto notare con schiettezza impagabile che Schlein, Fratoianni e Boldrini sono spariti, che il Pd è evaporato e i Cinque Stelle liquefatti – «Non c’erano neanche quelli del Pd, non c’era Fratoianni, non c’era Orfini, non c’era il Movimento 5 Stelle: si sono arresi. Oggi decretiamo la sconfitta dell’antifascismo. Siamo entrati in Parlamento con le nostre facce, con le nostre leggi. Ci siamo tolti dalle palle, dai coglioni l’antifascismo stantio. Non so se ieri per loro era festa o se sono rimasti a casa perché fa troppo caldo: non ci interessa, l’importante è che oggi non ci sono» – ecco levarsi l’unica voce dal deserto della sinistra. Quella della deputata piddina Ouidad Bakkali: “Noi c’eravamo eccome, siete voi che non ci avete visto!”.
Ma il vero, indiscusso Oscar della giornata per il miglior travaso di bile va a Carlo Calenda. Davanti a quelle scatole piene di firme che rompono il dogma del buonismo globale, non ha retto. Ha guardato la scena dall’alto del suo attico concettuale e ha sentenziato con la solita, aristocratica moderazione liberale: “Conta solo questo gran rumore di questi quattro imbecilli che si presentano con un carretto di firme”. Che meraviglia! Il campione del “riformismo serio”, l’uomo che sussurrava ai mercati, liquidati centocinquantamila cittadini italiani come “rumore di quattro imbecilli”. Per lui il problema non è rappresentato dalla sicurezza ormai inesistente, dagli stupri, dai furti e dagli assassinii, dall’inciviltà diffusa e dall’invivibilità di centri cittadini e periferie, ma da chi gli farà il caffè al mattino o da chi si occuperà degli anziani, da chi raccoglierà i pomodori e da come li riemigriamo. Salvo poi con aria di annoiata sufficienza dire che qualcosa di simile l’ha già proposto lui.
Il tempo dei lenti e i dubbiosi è finito
La verità è che questo “gran rumore” ha fatto fare un salto sulla sedia a molti. La sinistra ha risposto con il gioco del fantasma della Bakkali e Calenda ha insultato come un nobile decaduto a cui i contadini hanno calpestato l’aiuola. Nel frattempo, i faldoni sono lì, negli uffici della Camera. Immodificabili. Ed è un macigno, la prova del nove anche per la destra istituzionale e identitaria, per quella in doppiopetto e in mimetica. Mentre il centrodestra fischietta e tenta di moderare e Roberto Vannacci temporeggia e valuta se scriverci su un altro capitolo per pagarsi le royalties, il carretto degli “imbecilli” ha ufficialmente sdoganato il tabù. Si può fare finta di essere invisibili o si può insultare dal balcone, ma quelle centocinquantamila firme pesano più di tutti i vostri proclami.
Il lavoraccio è stato fatto: si è parlato con la gente, le firme sono state raccolte, certificate, depositate e messe a disposizione di tutti. C’è spazio per Fratelli d’Italia, per la Lega, per il neonato Futuro Nazionale, per Forza Italia “se la smette di vaneggiare di Ius soli”, persino del Pd. Chi vuole rappresentare l’Italia vera, profonda e che ha deciso di rialzare la testa sa dove trovare i faldoni. Il tempo delle scuse e dei distinguo è scaduto: o si sta con le centocinquantamila firme dei cittadini o si sta con i clandestini nelle stazioni. Da oggi esiste un confine tracciato, netto e preciso: da una parte c’è chi difende i confini e la sicurezza con i fatti, dall’altra chi preferisce continuare a vendere fumo.
Tony Fabrizio