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Il futuro senza epica: risposta a Covacich sulla fantascienza

by Sergio Filacchioni
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Roma, 29 giu – C’è qualcosa di giusto e insieme di insufficiente nell’articolo con cui Mauro Covacich, sul Corriere della Sera, prova a fare i conti con la fantascienza. Infatti, parte da una constatazione difficilmente contestabile: gran parte del futuro immaginato dalla fantascienza novecentesca non si è realizzato. È evidente: non viviamo tra colonie spaziali, androidi indistinguibili dagli uomini, viaggi interplanetari ordinari o città verticali illuminate dal bagliore permanente di una stella. Il futuro che abbiamo realizzato è meno scenografico: pagamenti digitali, piattaforme, intelligenza artificiale, profilazione algoritmica, streaming, sorveglianza diffusa, biotecnologie. Non è poco, anzi. Ma è diverso da ciò che il genere aveva consegnato all’immaginario collettivo.

La fantascienza alla prova del futuro

Il problema nasce quando questa distanza viene letta come prova del fallimento della fantascienza. È una conclusione troppo semplice, perché misura un genere letterario e cinematografico con il metro sbagliato. La fantascienza non è mai stata soltanto un esercizio di previsione. Non serve a indovinare il catalogo delle invenzioni future, come se fosse un ufficio studi incaricato di anticipare il prossimo dispositivo. La sua funzione più profonda è un’altra: prendere il presente, spostarlo in un altrove, deformarlo e renderlo finalmente visibile. Da questo punto di vista, la domanda decisiva non è se la fantascienza abbia previsto bene o male. La domanda è perché il futuro reale sia risultato così diverso – se non addirittura deludente – da quello immaginato. Adriano Scianca, già nel 2015, aveva colto il punto parlando di Blade Runner: “l’avvenire tecnologico ha saputo donarci comodità, non epica”. La formula resta efficace perché illumina un’intera trasformazione. La tecnologia è avanzata, ma non ha prodotto un’immagine più alta dell’uomo. Ha moltiplicato strumenti, servizi, automatismi, consumi; non ha generato un nuovo orizzonte storico. Ha reso la vita più efficiente, non necessariamente più grande.

Il futuro come tensione

La fantascienza classica nasceva dentro un mondo che, anche quando temeva la catastrofe, immaginava ancora il futuro come destino. La macchina, lo spazio, la mutazione, il robot, la città, l’energia atomica, l’ignoto: tutto poteva diventare figura di una trasformazione radicale. Era un immaginario segnato dalla verticalità, dalla conquista, dal rischio, dalla possibilità tragica. Anche nelle sue visioni più cupe, il futuro conservava una tensione. Poteva essere disumano, ma mai banale. Covacich, però, sembra rivolgersi soprattutto contro una certa fantascienza divenuta immaginario cinematografico: quella delle grandi scenografie, delle astronavi, delle metropoli distopiche, dei robot antropomorfi. Ma il genere non si esaurisce lì. Anzi, molti autori hanno colto il nostro presente con una precisione impressionante proprio quando hanno smesso di guardare solo allo spazio esterno e hanno iniziato a guardare alla rete, ai media, alla psiche, al consumo, alla crisi della realtà.

William Gibson, con il cyberpunk, non ha previsto Internet in senso tecnico, ma ha intuito qualcosa di più importante: il futuro come informazione, rete, identità smaterializzata, dominio delle corporation, marginalità urbana, corpo impoverito e cyberspazio come nuovo campo di battaglia. Ray Bradbury, in Fahrenheit 451, non ci interessa perché abbia indovinato un dispositivo, ma perché ha visto la società dell’intrattenimento permanente, della distrazione, della censura dolce, della lettura percepita come fastidio. Philip K. Dick, dietro le sue allucinazioni narrative, ha colto la dissoluzione del reale: memorie artificiali, identità instabili, simulazioni, paranoia amministrativa, confine incerto tra umano e artificiale. J. G. Ballard ha capito che il futuro non sarebbe arrivato solo dalle stelle, ma dalle autostrade, dai condomini, dagli aeroporti, dalla pubblicità, dalla violenza psichica della modernità ordinaria. Perfino E. M. Forster, già nel 1909 con La macchina si ferma, aveva immaginato uomini isolati, dipendenti da un sistema tecnico onnipresente, ridotti a comunicare a distanza mentre il mondo reale diventava sempre più estraneo.

La fantascienza non ha sbagliato

Insomma, questo significa che una parte della fantascienza non ha sbagliato affatto. Ha forse sbagliato la scenografia, ma ha intuito la struttura. Il futuro non è arrivato con l’astronave, ma con l’interfaccia. Non con il robot umanoide, ma con l’algoritmo. Non con la conquista dello spazio, ma con l’occupazione integrale del tempo quotidiano. Non con l’uomo nuovo, ma con l’utente permanente. È un futuro meno spettacolare, ma più intimo; meno visibile, ma più profondo; meno epico, ma più difficile da disinnescare. Qui tornano utili anche autori non propriamente fantascientifici. Günther Anders parlava dell’uomo reso antiquato dai propri apparati, capace di produrre strumenti più grandi della sua immaginazione morale. Jacques Ellul vedeva nella tecnica non un semplice insieme di macchine, ma un sistema autonomo di razionalizzazione. Lewis Mumford distingueva la macchina come promessa liberatrice dalla megamacchina come organizzazione impersonale. Mark Fisher, recentemente riscoperto dall’editoria italiana, ha descritto la lenta cancellazione del futuro: l’impressione di vivere in un presente che si aggiorna senza mai aprirsi davvero a qualcosa di diverso.

È proprio questa la contraddizione del nostro tempo. La tecnica ha continuato a correre, ma l’immaginario si è ristretto. Abbiamo dispositivi sempre più potenti e fini sempre più modesti. Possiamo comunicare ovunque, ma spesso non abbiamo nulla da dire. Abbiamo accesso a quantità enormi di immagini, dati, contenuti, ma fatichiamo a produrre una visione. Il futuro non è scomparso perché mancano le innovazioni ma perché è stato convertito in servizio, consumo, gestione, aggiornamento continuo dell’esistente.

Oggi è più necessaria che mai

Per questo le grandi opere della fantascienza non sono obsolete. Sono solo diventate più necessarie. Non perché ci dicano come sarà il domani, ma perché conservano un’idea del futuro come problema spirituale, politico e antropologico. Ci ricordano che la tecnica non basta, se non è orientata da una visione dell’uomo. Ci ricordano che il progresso può essere potenza o addomesticamento, avventura o comfort, apertura del mondo o amministrazione della passività. La vera distanza, allora, non è tra ciò che gli scrittori avevano immaginato e ciò che è accaduto. È tra la grandezza delle forme con cui il Novecento pensava il futuro e la modestia dei fini a cui il presente sembra averlo ridotto. La fantascienza poteva sbagliare date, dettagli, dispositivi. Ma aveva intuito che il futuro sarebbe stato una battaglia sull’umano. E su questo, forse, ha visto meglio di molti realisti.

Proprio per questo quelle visioni non possono essere liquidate come ingenuità superate. Vanno rilette come misura critica di ciò che abbiamo perso: la capacità di pensare il futuro non soltanto come innovazione, ma come destino.

Sergio Filacchioni

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